“Un Campanile alla Volta” – Anagni, 1958

Con grande emozione, facendo una ricerca in rete sulla città di Anagni, mi sono imbattuto in questo prezioso documentario di Giuseppe Sala, girato nel 1958 per il programma “Un Campanile alla Volta” e trasmesso dalla Rai l’anno successivo.

Anagni, “La Città dei Papi”, famosa nel mondo, ricca di insigni monumenti e preziose opere d’arte, che nella prima metà del Trecento contava ben cinquantamila abitanti, contro gli appena ventimila di Roma, abbandonata dal Pontefice che si era trasferito in quella che fu già la città santa degli Ernici.

Una città che conosco molto bene e che amo, non solo per le sue vestigia venerabili, ma per avervi trascorso quelli che furono gli anni forse più belli della mia vita, il 1967 e il 1968, quelli della terza media e della quarta ginnasiale, ma soprattutto quelli del primo amore.

Una città ancor oggi quasi intatta nell’impianto urbanistico medievale del suo centro storico, ma che dal 1958 al 1968 vide profondi cambiamenti economici e sociali, nell’ambito del selvaggio sviluppo industriale della Valle del Sacco, tra i cui principali promotori vi fu l’onorevole Giulio Andreotti. Uno sviluppo industriale che procurò un diffuso benessere, trasformando molti braccianti agricoli, che conducevano vita miserabile, in operai, con uno stipendio sicuro e la conseguente possibilità di godere di quei beni di consumo sui quali prima si era potuto soltanto favoleggiare. Il tutto nel più totale dispregio della tutela ambientale, con la connivenza degli imprenditori, dei sindacati, degli amministratori locali e della classe politica di governo. Le conseguenze di quello scempio sono tuttora agli onori della cronaca.

Quella che ci mostra il documentario è l’immagine di una cittadina superba nella sua antica bellezza, ma dal carattere e dai ritmi ancora paesani, largamente votata all’agricoltura, al piccolo artigianato e al piccolo commercio, che appena comincia a godere i frutti di quell’industrializzazione che l’avrebbe in seguito stravolta. I volti e le voci degli operai sono ancora volti e voci di contadini che, pur contenti della loro promozione sociale, continuano ad appartenere alla loro cultura ancestrale.

I maggiorenti, che vediamo riuniti in una seduta della giunta comunale, sembrano anch’essi emergere da un tempo remoto. Piccola borghesia professionale, commercianti, possidenti che hanno una fisionomia, espressioni e modi che evocano il cinema neorealista a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Fra di essi riconosco il professor Giovanni Vinciguerra, che fu sindaco della città e preside ai tempi in cui frequentavo le medie. Anch’egli di origine contadina, come testimoniava sua madre, che ricordo piantata come una vecchia cariatide nell’antica e fumosa cucina di un appartamento di quattordici stanze dai soffitti affrescati, al piano nobile di un palazzo del centro storico.

Ma la figura a me più cara è quella di don Aurelio Prosperi, che appare nella prima parte del filmato a illustrare i tesori della cattedrale di cui era parroco. Fu, in terza media, il mio insegnante di religione e molto spesso, avendo un suo nipote come compagno di classe, mi recavo a fare i compiti al vescovado, dove egli risiedeva. C’erano sempre deliziosi dolcetti, in quella casa, e liquorini non così ben custoditi da impedire a me e al mio compagno di gustarne qualche bicchierino… ricordo una Tintura Imperiale prodotta da non so quali monaci che attizzava il fuoco nelle nostre vene di adolescenti. Ma soprattutto c’erano tanti libri, ordinati in antichi scaffali e accatastati sui pavimenti dello studio e di altre stanze. Una biblioteca di prim’ordine, che avevo la facoltà di consultare e dalla quale mi accorsi con sorpresa che mancavano gli autori russi. Ebbi l’ardire di chiederne la ragione a don Aurelio, ed egli mi rispose seccamente: “La Russia è il demonio, non c’è posto nella mia biblioteca per i suoi autori”.

Vedo e rivedo le immagini, travolto dai ricordi, dolcissimi. Il bell’appartamento con le volte a crociera nell’antico palazzo di via Vittorio Emanuele, attiguo alla chiesa sconsacrata di sant’Agostino, e poi Palazzo Barnekow, nel quale, malgrado il suo aspetto cupo, trascorsero le ore più dolci e più pure della mia vita. Ma soprattutto un nome – sono più fortunato di Adso da Melk – che ancora visita i miei sogni di quasi vegliardo.

Federico Bernardini

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Lino Businco, il fascista difensore della razza che la Repubblica italiana fece commendatore e l’Ordine di Malta direttore del Centro Studi Biologici

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Nell’agosto del 1938 viene pubblicato “Il Manifesto della Razza”, firmato da dieci scienziati, col quale l’Italia fascista si adegua alla politica razzista dell’alleato germanico.

Primo dei firmatari il professor Lino Businco (1908 – 1997) assistente alla cattedra di patologia generale all’Università di Roma, che molti anni dopo ebbi tra i collaboratori del “Giornale del Lazio”, di cui curavo le pagine culturali.

Così Gabriele Ainis sintetizza la sua carriera durante gli ultimi anni del Ventennio:

“…dal 1938 fu vice direttore dell’Ufficio studi sulla razza del Ministero della Cultura popolare… nel dicembre dello stesso anno divenne membro del Comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali, che annoverava “intellettuali” del calibro di Hess e Himmler. In tale allegra compagnia Businco ebbe modo di apprezzare l’insegnamento impartito nella scuola delle politiche razziali di Babelsberg e il campo di concentramento di Sachsenhausen di cui, immaginiamo, ammirò l’organizzazione teutonica; infine incontrò anche Hitler, che lo insignì della Croce rossa tedesca di seconda classe… fino al 1942 scrisse su La difesa della Razza, del cui comitato di redazione aveva fatto parte fino al 1941”.

Un bel curriculum che tuttavia, a guerra finita, non gli creò alcun problema, anzi, egli continuò tranquillamente ad esercitare la sua professione, senza essere epurato o subire condanne a causa dei suoi trascorsi.

Nel 1962 gli fu addirittura conferita, si dice dietro sollecitazione del Gran Maestro del Sovrano Militare Ordine di Malta, la Commenda dell’ordine al merito della Repubblica. All’epoca il Businco ricopriva la carica di direttore del Centro Studi Biologici dell’associazione cavalieri italiani dell’Ordine.

Uno dei tanti esempi, anche se non il più noto, di come intellettuali gravemente compromessi col Regime riuscirono abilmente a riciclarsi con tutti gli onori nell’Italia repubblicana.

Fra i casi più clamorosi ricordiamo quello di Eugenio Scalfari che, su “Roma Fascista” del settembre 1942, così scriveva:

“… Un impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”.

E Giorgio Bocca (La Provincia Granda, agosto 1942):

“Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea, in un tempo non lontano, di essere lo schiavo degli ebrei?”.

Errori di gioventù, come quello del repubblichino Dario Fo.

Di Businco e degli altri firmatari così scrive Franco Cuomo nel suo “I dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il Manifesto della razza”:

“Nessuno li dimentichi. Nessuno si scordi mai di ciò che impersonarono nella storia del razzismo italiano Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari.

Volevano dimostrare che esistono esseri inferiori. E ci riuscirono, in prima persona. Perché lo furono”.

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Federico Bernardini

Illustrazioni tratte da Google immagini

Corpo Forestale addio, le ecomafie festeggiano

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Se ne parlava da tempo e ormai è cosa certa, grazie alla “Legge Madia” il Corpo Forestale dello Stato verrà sciolto e i suoi 8.500 uomini confluiranno nell’Arma dei Carabinieri.
Un provvedimento che per molte ragioni ci lascia interdetti e pare destinato ad avere gravi ripercussioni sulla tutela dell’ambiente.
Le ragioni addotte dal Governo per giustificare il provvedimento non stanno in piedi e puzzano di una malsana ipocrisia, tanto da far pensare che, lungi dal voler ridurre la pletora di corpi di polizia esistenti in Italia, portando ad una semplificazione e razionalizzazione del settore, con conseguente risparmio per le casse dello Stato, si voglia invece dare un segnale rassicurante a quanti hanno fatto e fanno del dissesto ambientale la fonte delle loro ricchezze e del loro potere, in un perverso intreccio tra mafia, imprenditoria selvaggia e burocrazia e politica corrotte.
Riguardo alla spesa è già stato fatto rilevare che il provvedimento non solo non comporterà alcun risparmio ma, al contrario, la renderà più gravosa, dovendo adeguare gli stipendi dei Forestali a quelli dei Carabinieri. Oltre a ciò, poi, si dovrà provvedere al cambio delle divise e alla riverniciatura di tutti gli automezzi in dotazione al Corpo.
Si pone poi il gravissimo problema del cambiamento di status dei membri del Corpo che, confluendo nell’Arma, passeranno dal ruolo civile a quello militare, venendo sottoposti a una disciplina che di certo non sarà di incentivo allo svolgimento di quelli che sino ad oggi sono stati gli specifici compiti istituzionali della Forestale.
Un’imposizione che ha fatto drizzare i capelli in testa ai dirigenti sindacali, i quali considerano il provvedimento, oltre che un sopruso perpetrato ai danni di 8.500 dipendenti civili dello Stato, un grave vulnus al sistema democratico, in un contesto nel quale, viceversa, sarebbe opportuno provvedere alla smilitarizzazione di tutte le forze di polizia, facendo confluire le due principali in un medesimo corpo.
La specificità del Corpo Forestale dello Stato verrà così umiliata, con la perdita dell’autonomia e la riduzione ad un ruolo ancillare rispetto all’Arma dei Carabinieri, con la conseguente dispersione di un grande patrimonio professionale.
Una specificità indispensabile alla tutela di un territorio disastrato come il nostro, preda di speculazioni e oltraggi perpetrati all’ombra della politica, con grave danno per la salute e la qualità della vita dei cittadini.
Non è un buon segnale, quello lanciato dalla politica, se non per chi, da tale dissesto, trae vantaggio. Non è un buon segnale la scelta dell’Arma dei Carabinieri invece di un corpo più affine, come la Guardia di Finanza. Scelta che si sarebbe sempre rivelata inopportuna ma, almeno, più ragionevole e, soprattutto, meno sospetta.
E in tal caso ci sarebbe stato anche da ridere, per non piangere, ripensando alla recente querelle che ha contrapposto i due corpi riguardo al colore delle divise, identico, dopo che la Finanza aveva adottato lo stesso panno della Forestale. Anziché cambiar le divise a meno di diecimila Forestali si decise di cambiarle a quasi settantamila Finanzieri. Poi c’erano i mezzi di servizio, che vennero tutti riverniciati, con una spesa tanto inutile quanto stupida… siamo in Italia, no?

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

“Il metodo Léon Degrelle”

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Fine study of Leon de Degrelle, chief of the Belgian Rexist party, making a speech at a huge Brussels gathering of fans, on July 11, 1938. (AP Photo)

In occasione della scomparsa di Ettore Scola credo valga la pena di spendere due parole per deprecare un malvezzo nazionale, quello di fare a gara, ogni volta che muore un uomo illustre, a chi lo conoscesse meglio, a chi fosse con lui in maggiore intimità, con grande dovizia di aneddoti e di ricordi fotografici, anche se gli aneddoti sono di seconda mano e le foto rubate in occasione di qualche evento pubblico.

Un’abitudine, quella di promuovere la propria immagine sfruttando la memoria di chi non può più venire a dirci: “Ahò, ma che ***** te stai a inventà?”, che aborro, perché rivela una insopportabile cialtroneria.

In occasione delle dipartite, mi dà fastidio anche il “Ciao X, ciao, Y” come se si fosse appena finito di bere insieme birra e gazzosa e ci si dovesse incontrare di nuovo, il giorno dopo, nella stessa mescita.

Io definisco questa deprecabile abitudine “Il metodo Léon Degrelle”.

Durante i suoi comizi, Degrelle proclamava spesso di essere stato il pupillo di Hitler, che in realtà aveva visto di sfuggita solo un paio di volte in occasioni formali, il quale gli avrebbe detto addirittura: “Vorrei avere un figlio come lei!”.

Andava sul sicuro, il Führer era ormai morto e non avrebbe potuto smentirlo… e quegli esaltati dei suoi accoliti pendevano dalle sue labbra mendaci.

Federico Bernardini

La panchina

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Di Sonia Maioli   Giornata d’inverno con un bel sole, finalmente.
Ozio ancora per pochi minuti, la luce invernale nella stanza da dove scrivo è bellissima.
Vedo spicchi di cielo fra le fronde dei pini in questa piazza. Abbiamo giocato tutti in quello spazio, una volta era un campo con un acero che mia nonna chiamava Albero. Era l’ultimo residuo della coltivazione delle viti che aveva preceduto l’inurbamento. Chissà per quanti anni aveva sorretto una vite di Sangiovese, prima di diventare dimora della nostra altalena, una grossa corda, residuo del materiale da costruzione, legata al ramo più grosso, questo era.
Le gare a chi volava più in alto, le prove di resistenza della povera corda, ci siamo saliti anche in quattro, tanto i piedi erano piccoli e potevamo farlo.
Oggi ci sono le panchine, gli alberi messi a dimora ormai cinquantatre anni fa, pini e cedri del Libano.
Alcuni giorni fa sono stati tagliati i cedri, estirpate le radici, è rimasta la terra soffice coperta da una fine segatura.
Marco è uscito dicendo che camminare sul tappeto soffice era molto divertente, lo abbiamo fatto la prima volta che abbiamo attraversato la piazza insieme. Sensazione strana e bella, i piedi che affondano, ma non troppo, sentirsi leggeri e, insieme, protetti, i piedi avvolti da quello che mia madre avrebbe definito sudicio pensando a come avrebbe poi potuto pulire le nostre scarpe.
Stamani sulla panchina, appollaiato ovviamente sulla spalliera e con i piedi sulla seduta, c’è un ragazzo. Ci sono di fronte a lui due coetanee, una silenziosa testimone, l’altra un fiume di concitate parole rovesciate su di lui. Il tono racconta un probabile torto ricevuto dall’oratrice accaloratissima. Il ragazzo tace, incapace, probabilmente, di infilare una sola parola nel discorso dell’altra. Immagino i suoi pensieri vagare nei ricordi dell’argomento oggetto dell’univoco contendere.
Finalmente soddisfatta, si cheta e lascia poche parole a lui e all’amica.
Rifletto sull’inutilità di tutto questo, nessuno retrocederà dal proprio stato.
Questa è la vecchiaia?
Allora sono ancora giovane, non recedo mai dal tentativo di recuperare, riparare, riprendere situazioni ingarbugliate e difficili.
Solo quando la cosa non è importante, riesco a tacere, tanto che me ne frega?
Come spesso si legge: preoccupati solo quando non parlo e non litigo, vuol dire che sono altrove.

Illustrazione tratta da Google immagini

Oggi vi racconto di M.

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Di Michela Elettra Salvatore   M. è una gentile signora che ho conosciuto, qualche giorno fa, in una delle mie peregrinazioni fra corridoi e camici bianchi. L’ho trovata già lì, era in coda, seduta compostamente in attesa che la chiamassero. Quando mi ha vista, mi ha sorriso e mi ha fatto posto sullo scanno, accanto a lei.
Gentile e carina M., col suo cappottino scuro un po’ sdrucito e la sciarpetta colorata posta sotto al bavero. Avrà avuto più o meno sessant’anni, ma aveva un volto stanco e segnato dalla vita. Chissà quale sarà stata la vita di questa donna gentile, mi son chiesta, sedendomi accanto a lei. E non mi ci è voluto molto per scoprirlo, perché, dopo qualche minuto, è stata proprio M. a raccontarmela, a volermela raccontare. Una vita dura, pesante, fatta di lavoro e sacrifici. E di tanti guai e malattie. Si era sposata giovane M., era stata felice con suo marito, P. Erano riusciti a fare un breve viaggio di nozze e, poi, a comprare una piccola casa. Non avevano avuto figli, ma lei aveva avuto la fortuna di occuparsi dei bambini di altre signore, facendo la tata o la domestica. Il marito lavorava duro nelle acciaierie, cosa molto comune qui, in zona. Una vita semplice, fatta di piccole cose, di sacrifici, ma anche di qualche giorno al mare, il nostro mare, quello salentino. E la vita scorre, scorre calma, tranquilla, come di consueto, fino a quando il marito scopre di essere malato. Non è il primo, né l’unico ad ammalarsi in quella maledetta acciaieria. E così, per M., comincia un calvario che la porterà, insieme a P., da un ospedale all’altro. Dopo mesi di cure, sofferenza e dolore, P. muore e M. rimane da sola, stanca, angosciata e col portafoglio completamente vuoto.
Si chiude nella solitudine della sua casa, senza mai affacciarsi neanche ad una finestra. I suoi nove fratelli, tutti emigrati in Germania, fanno di tutto per convincerla a trasferirsi lì, da loro. Ma M. è tanto sconfortata quanto orgogliosa e rifiuta gli inviti. Passano i giorni, le settimane, M. scava in se stessa per trovare tutta la forza possibile, esce da quella casa, e cerca lavoro. Alla sua età non è facile trovarlo e, allora, lei se ne inventa uno, diventa la “signora degli orli”. Proprio così: tira fuori la sua vecchia e malandata macchina per cucire e comincia a fare gli orli ai vestiti e ai pantaloni. Trova un nuovo compagno: Chicco, un micio rosso dal quale non si separa mai. Ma i pochi euro che intasca col suo lavoro non bastano sempre e così (e qui, vedo i suoi occhi diventare lucidi di pianto) è costretta ad andare a mangiare alla Caritas. Ma questo non si dice, per carità, nessuno deve saperlo. Soprattutto, non bisogna farlo sapere ai suoi nove fratelli, sarebbe una vergogna imperdonabile. Adesso, anche lei è malata, è lì per una visita, ma è sicura che ce la farà. Ne ha superate tante, volete che non superi questa?
Esce l’infermiera e chiama: M. T. È lei. Mi saluta e sparisce in una stanza bianca d’ospedale. Forse non vedrò mai più M. ma, di certo, non scorderò la sua compostezza, il suo garbo e la dignità dei suoi occhi.

Immagine fotografica di Michela Elettra Salvatore

La bici della levatrice

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Di Sonia Maioli   L’ho detto spesso, un’immagine porta con sé le parole che la possono descrivere, oggi, quella della bici della levatrice ha portato riflessioni, ricordi e notizie.

La Maestra Ostetrica ci chiese perché avevamo scelto di fare quella scuola.

Varie furono le risposte. Alcune le ricordo bene, le più suggestive. Mi piace stare con i bambini piccoli. Ci sono i nidi, le scuole materne, le elementari, i negozi (moltissimi) che vendono articoli per la prima infanzia, chissà se non sarebbero state opzioni migliori?

Oppure: mi affascina il mondo della nascita. Bene, Internet ha molto da proporre sull’argomento.

Io so perché e quando ho deciso di fare la levatrice.

Quando arrivava “quella donna” con la borsa grande, a volte in bici, a volte a piedi o con una improbabile macchina, poi, compariva un nuovo bambino ad aumentare il già notevole numero dei presenti in zona.

Avevo cinque anni quando nacque mio fratello Marco. Sera d’estate, luglio, si va tutti a vedere “Il Musichiere” nella sala cinematografica della casa del popolo.

Improvvisamente mia madre si ferma, vedo la pozza di liquido che si forma ai suoi piedi. Mi sorprende, non so se fossi consapevole che anche mia madre facesse pipì, tutti si fermano, voci concitate richiamano l’attenzione delle donne che abitano la casa testimone del fatto. Due di loro scendono armate l’una di un pettine, l’altra di una bacinella piena di acqua e di un asciugamano.

In un batter d’occhio mia madre viene pettinata e i suoi piedi lavati dagli schizzi di fango provocati dal liquido e dalla polvere della strada ancora in terra battuta.

Arriva un’ambulanza, mia madre sale e va.

La notizia che mio fratello è nato arriva altrettanto velocemente, sono arrivati in “Maternità” appena in tempo.

Mi innamoro di quel cosino raggrinzito e con un sacco di peluzzi sparsi sul corpo, la prematurità è testimoniata.

Seguono le cure prestate dalla levatrice dell’ONMI. Pesato, analizzato, studiato, viene ogni volta promosso. Questo bambino è bene tenuto! Anche i seni di mia madre, che vedo nudi per la prima volta, sono sani e possono fornire buon latte.

Brava, Giovanna!

Fascino, curiosità, sorpresa, questo provo, mi piace quella donna col camice bianco, le mani senza calli, segni di bruciature da forno o di punture di ago usato reiteratamente per cucire, i capelli raccolti in una grande treccia tenuta da vistose forcine di osso.

Da grande farò la levatrice. Unica in una selva di future ballerine, maestre, mamme.

La consapevolezza, che questa figura non fosse solo legata alla nascita, venne più tardi quando scoprii i consultori da poco istituiti.

Dalla contraccezione, alla prevenzione fino ai consigli per una buona gravidanza e, poi, di un giusto allattamento, all’accompagnare verso la menopausa, l’ostetrica (perché ora si chiama così) è sempre presente.

Sono sempre presa da un moto di orgoglio, di gratitudine e di sorpresa quando capita che una donna, magari dopo molti anni, mi riconosca e abbia ancora un sorriso, un abbraccio e anche un bacio per me.

Illustrazione tratta da Google immagini

La Bibbia non parla di Dio, sostiene Mauro Biglino, ma della colonizzazione della terra da parte degli Elohim

Vi propongo questo interessante filmato che l’amico Massimo Morroni mi ha gentilmente proposto di commentare. E’ molto lungo e mi guardo bene dal chiedervi di prenderne visione, ma può darsi che tra di voi vi sia qualcuno interessato all’argomento. Aggiungo le mie due risposte.

“Ho visto la prima mezz’ora, poi vedrò il resto. Divertente l’espediente dialettico del “Facciamo finta che”. Conoscevo già, sommariamente, le tesi di Biglino e sul piano filologico, non essendo un biblista, non posso pronunciarmi. Sul piano storico si pone il problema delle origini aliene, che credo indimostrabile, ma solo ipotizzabile, mettendo insieme i “miti” presenti in tutte le grandi culture del passato in una sorta di puzzle dal quale mancano tuttavia numerosi tasselli in grado di raccordare le varie parti in un disegno unico e coerente. Le fonti sono tutte di carattere epico-religioso e mancano assolutamente quei riscontri oggettivi, necessari a supportare una ricerca che non può non essere multidisciplinare… esistono reperti archeologici a supporto della teoria di Biglino? L’argomento delle piramidi costruite 12.000 anni fa non trova alcun riscontro in ambienti scientifici ufficiali. E poi quegli Elohim hanno un sentore raeliano che mi insospettisce. Solo qualche riflessione buttata lì a caldo, vedrò il resto, ne vale comunque la pena, e ti saprò dire”.

“Ho appena terminato la visione del filmato che mi hai proposto e, innanzi tutto, ti ringrazio di averlo fatto, sollecitando una mia opinione a riguardo.
Naturalmente, data la vastità degli argomenti trattati da Biglino, non potrei, anche se ne fossi in grado, rispondere in questa sede in modo articolato ed esaustivo per avallare o confutare le sue tesi. Mi limiterò, dunque, a fare alcune semplici osservazioni.
Sul piano filologico, pur non essendo uno specialista, mi sorgono alcune perplessità, suffragate dal giudizio quasi unanime della comunità scientifica che confuta alcuni punti cardine dell’interpretazione di Biglino. Mi limiterò a fare un solo esempio, il più importante, credo, a proposito del termine “Elohim” che è indiscutibilmente un plurale. Molti autori sostengono che in ciò non vi sia contraddizione, riguardo all’unicità di Dio, intendo, in quanto il termine può essere usato per riferirsi a un unico soggetto, come conferma l’uso del predicato verbale coniugato al singolare.
Più in generale, trovo poco scientifica l’interpretazione letterale di un testo che, come mi pare universalmente riconosciuto, presenta molteplici piani di lettura: quando Giosuè grida: “Sole, fermati su Gabaon!” Biglino l’interpreta come una conferma del sistema Tolemaico?
Autolesionistico, a questo proposito, mi pare poi lo scherzoso (ma non troppo) accostamento che egli ci propone fra gli autori del testo biblico e le favole raccolte fratelli Grimm. Immaginiamo cosa significherebbe interpretarle alla lettera… improponibile. La loro interpretazione, come ci hanno insegnato i formalisti va fatta su un piano storico e antropologico.
Di commovente ingenuità, nella migliore delle ipotesi, l’immagine che egli ci offre della Massoneria, riducendola al Grande Oriente e alla Gran Loggia d’Italia, mentre sappiamo, o dovremmo sapere, che essa rappresenta un movimento assai più complesso ed eterogeneo, anche con venature sataniste… e parlo delle logge regolari, non di quelli che egli grossolanamente definisce “coglioni”.
Ma ciò che mi convince meno è la tesi delle origini aliene basata esclusivamente sull’interpretazione letterale di un testo o sull’analisi comparata di testi di medesima natura epico-mitico-religiosa, in mancanza di riscontri oggettivi in ambito scientifico.
Una ipotesi molto discutibile, insomma, che richiama una pessima letteratura sull’argomento, ma nei confronti della quale posso limitarmi soltanto a manifestare il mio scetticismo, lasciando agli specialisti il compito di una eventuale confutazione”.

Federico Bernardini

I nostri centenari in pillole… accadde nel 1916

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Coll’anno nuovo c’è un piccolo cambio di titolo. Non più “Centenari letterari” ma “I nostri centenari in pillole”. Un ampliamento d’orizzonte, dunque, e una correzione del tiro. “Nostri” qui suona bene, e poi allude ad eventi ormai occorsi. Quindi di tutti, quindi “nostri”.

Di Ruggero Morghen Da genitori versiliesi nasce a Bologna il 16 luglio 1916 il giornalista-scrittore Manlio Cancogni (morirà a Pietrasanta nel 2015). Nel 1942 pubblicò i primi racconti su Frontespizio e Letteratura. La sua attività giornalistica principiò a Firenze; fu poi corrispondente da Parigi per L’Espresso e, dal 1967 al ’68, direttore de La fiera letteraria. A Orsara di Puglia nasce invece Emilio Bigi. Insegnante e critico letterario, è autore di studi e saggi notevoli, nei quali il metodo della critica stilistica è applicato con finezza e discrezione. Dal canto suo, Bino Binazzi (1880-1930) fonda nel ’16 a Bologna il periodico letterario La brigata.
Nel combattimento di Monte Roite, il 18 ottobre, Gian Carlo Maroni viene ferito gravemente; sarà insignito di medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Ferito, seguitava a comandare il proprio reparto nel combattimento, dando mirabile esempio di coraggio e fermezza ai suoi inferiori e incitandoli a persistere nell’azione”. Dai due mesi di ospedale Maroni, futuro architetto del Vittoriale, esce inabile: presterà servizio solo nelle retrovie. Il 26 ottobre, sul Col di Lana, Ezio Garibaldi – nipote di Giuseppe Garibaldi – viene ferito alla gola, trapassata da una pallottola. Si salverà. Muore, invece, a maggio sul monte Mrzli, il sottotenente degli alpini Nino Pernici, di 24 anni. La sua salma verrà tumulata nell’area costituita, il 6 novembre 2005, nel cimitero del Grez a Riva del Garda e dedicata ai caduti in guerra, come riconosciuti dal Commissariato generale onoranze caduti in guerra del Ministero della difesa.
Nazario Sauro scrive alla moglie: “Muoio contento soltanto di aver fatto il mio dovere di italiano”, e la invita a insegnare ai figli che loro padre “fu prima italiano, poi padre, poi uomo”. “Io muoio – proseguiva – col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre”. Giurino dunque, Nino e i suoi fratelli, d’esser sempre – ovunque e innanzi tutto – italiani.
Il 16 aprile 1916 l’udinese Giuseppe Alberto Bassi, rientrato in Italia dalla Libia, è assegnato col grado di capitano al 150° Reggimento di Fanteria ed inviato al fronte. Il 6 agosto prende parte alla conquista di Gorizia, guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare. Alcuni giorni più tardi, il 19 agosto, viene trasferito sul Monte S.Marco al comando del terzo battaglione, alla testa del quale strapperà al nemico importanti posizioni, tra cui una munitissima trincea che prenderà il nome di Trincea Bassi; ne consegue la sua promozione al grado superiore per meriti di guerra. Il primo novembre è protagonista, sempre sul San Marco e alla testa del terzo, degli assalti contro le trincee Cuore e Belpoggio: azione per cui verrà promosso maggiore per meriti di guerra e decorato con una seconda medaglia d’argento.
Accortosi che la mitragliatrice pesante non fornisce alcun appoggio di fuoco nel periodo fra l’irruzione e il raggiungimento della trincea nemica, già nel ’16 Bassi pensa di far avanzare le squadre speciali di lanciatori di bombe a mano e quelle munite di pistole mitragliatrici sotto l’arco della traiettoria delle mitragliatrici e dell’artiglieria, mettendole quindi in condizione di neutralizzare i nuclei controffensivi nemici grazie alla superiorità di fuoco mantenuta fino a distanza ravvicinata. La pistola mitragliatrice Villar Perosa, calibro 9 Glisenti, che sparava con due canne i trenta colpi del suo caricatore, era concepita come una mitragliatrice leggera con scopi difensivi, non quindi come arma d’assalto. Ora Bassi e gli altri ufficiali degli Arditi la trasformano, con un’apposita imbracatura da appendersi al collo, in una micidiale mitragliatrice d’assalto a distanza ravvicinata. In seguito a quest’esperimento Bassi compila una memoria per la costituzione e l’impiego delle pistole mitragliatrici Fiat Mod. 15 /OVP – Officine Villar Perosa, che l’8 novembre inoltra al generale Giardino, comandante della 48^ divisione, da cui dipende.
Nella primavera del 1916 Lili e Max Weber viaggiano verso la Prussia orientale, con meta Tannenberg, alla ricerca del luogo ignoto dove è sepolto il soldato Hermann Schäfer, marito di Lili e cognato di Max. Durante il percorso, i due fratelli – ricorda Mario Aldo Toscano – interrogano silenziosamente se stessi, mentre “un punto compare infine all’orizzonte dalle foschie di una memoria già consunta, un frammento di spazio-tempo solo parzialmente definito, dove qualcuno riposa lontano ormai dal mondo, ma non da tutti i mondi possibili”.
Del 1916 è infine Luigi Montresor, detto “Lui”, nato a Brookville, Pennsylvania, ma cresciuto a Bussolengo, nel Veronese. Internato militare, questo fabbro amante della poesia venne catturato presso la caserma di Verona; faceva parte del 79° Reggimento di Fanteria, divisione Pasubio. Lungo tutto il periodo della prigionia – dal settembre 1943 al marzo del 1945 – fu in corrispondenza col padre Pompilio, cui scriveva: “Se non avessi avuto aiuti e grazie dal Signore e dalla Madonna…”. Dopo il rimpatrio, Montresor diverrà presidente della sezione Anei di Bussolengo.
Questo ed altro accadde nel 1916, giusto cent’anni fa.

Buon Natale!

sebastiano-satta

Vespro di Natale

“Incappucciati, foschi a passo lento
tre banditi ascendevano la strada
deserta e grigia, tra la selva rada
dei sughereti, sotto il ciel d’argento.

Non rumori di mandre o voci il vento
agitava per l’algida contrada.
Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada
ridea bianco nel vespro sonnolento.

O vespro di Natale! Dentro il core
ai banditi piangea la nostalgia
di te, pur senza udirne le campane:

e mesti eran, pensando al buon odore
del porchetto e del vino, e all’allegria
del ceppo, nelle lor case lontane.”

(Sebastiano Satta)