Il vento di rivolta che scuote il mondo islamico, le sanguinose repressioni in atto e le minacce rivolte all’Occidente pongono in primo piano, nell’agenda politica internazionale, non solo le questioni relative ai mutamenti in corso in un’area così sensibile, ma, ancora una volta, l’antico tema del rapporto fra Islam e Occidente.

Un tema cui è dedicato il saggio di Alberto Rosselli “Islam Nazismo Fascismo” che prende in esame tale rapporto nell’arco di tempo che va dal primo dopoguerra alla fine del Secondo conflitto Mondiale.

Così scrive Marco Cimmino nella sua introduzione:

“Inutile negarlo: il rapporto tra Occidente e Islam è sempre stato contraddittorio e finanche oscuro, caratterizzato da contrasti ciclicamente ricorrenti, ma anche da momenti di fruttuosa coabitazione. Per la verità, tuttavia, noi Europei di questa complessa, spesso violenta, dinamica dei comportamenti, che pure ci riguarda profondamente, sappiamo ancora poco. Molto di “erudito” si è scritto, ma poco di questo confronto più che millenario si è in effetti capito poiché poco si è voluto indagare al di fuori del comodo, noioso e inutile “politicamente corretto”, e dei perniciosi paraocchi della religione e dell’ideologia”.

Una delle pagine meno note dei rapporti fra l’Islam e l’Occidente nel corso del secolo XX è quella che riguarda lo stretto legame fra i regimi nazista e fascista, il cui scopo era quello di debritannizzare il Medio Oriente e di defrancesizzare il Nord Africa, e un Islam che si inseriva in questo progetto allo scopo di realizzare i suoi disegni nazionalistici e antisionisti, frustrati dalla dottrina Balfour.

Una sinergia che culmina nell’ “Operazione Aida” che, nel 1942, contemporaneamente all’offensiva di Rommel in Nord’Africa e a quella dell’Asse nel Caucaso, aveva lo scopo di strappare il Medio oriente ai Britannici e di infrangere la resistenza sovietica con una poderosa manovra a tenaglia tra Egitto e Transcaucasia.

E non è certo la mancanza di determinazione di un Islam compatto, che ha la sua guida spirituale e politica nel filonazista Gran Muftī di Gerusalemme Muhammad Amīn al-Husaynī ed è animato tanto dall’avversione per le democrazie occidentali quanto dal feroce antisionismo, a determinare il fallimento dell’ambiziosa operazione, quanto l’inadeguatezza dell’apparato militare dell’Asse.

In quest’abbraccio perverso fra la mezzaluna e la svastica, potremmo individuare, per usare le parole di Edward Luttwak,  una sorta di incompatibilità tra le forme della  democrazia occidentale e la tradizione socioculturale e religiosa dell’Islam.

In presenza degli odierni avvenimenti è lecito chiedersi, sia in riferimento ai possibili nuovi scenari interni ai paesi arabi, sia in riferimento alle ripercussioni che questi potrebbero avere sul piano dei rapporti internazionali, quanto di questa incompatibilità socioculturale rispetto alle forme della democrazia permanga nel mondo islamico.

Quel che è certo è che anche dopo il Secondo Conflitto Mondiale la figura di  Muhammad Amīn al-Husaynī ha continuato ad esercitare una grande influenza nel mondo islamico, influenza dalla quale non fu immune Yasser Arafat.

Sia Nasser che Sadat intrattennero ottimi rapporti con le autorità naziste  durante il periodo bellico e il partito  Baˁth, non immune da contaminazioni naziste, ha avuto larga diffusione in Medio Oriente, è stato al governo in Iraq e governa tuttora in Siria.

Ma è nell’integralismo, nel fanatismo antisemita e nel negazionismo del non Arabo  Mahmud Ahmadinejad, le cui parole evocano fantasmi di cui l’Occidente non è ancora riuscito a liberarsi, che possiamo riscontrare il persistere del legame di una certa parte dell’Islam con il suo oscuro passato filonazista.

 Federico Bernardini  

Illustrazione: Il Gran Muftī di Gerusalemme Muhammad Amīn al-Husaynī, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:MAal-Husayni.jpg

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