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Ho appena riletto un vecchio articolo di Cesare Pifano, direttore, niente meno, del  “Centro studi e documentazione Carlo Pisacane”.  Ecco un esempio paradigmatico, un vero capolavoro, di come una certa retorica, che si propone di radicare nella pubblica opinione falsità e pregiudizi, coltivati da generazioni di storici di regime, ci presenta la storia del Risorgimento.

http://www.circolorossellimilano.org/MaterialePDF/il_sud_pisacane_e_gli_eroi_dimenticati_del_risorgimento.pdf

L’ineffabile autore esordisce con una nota dolente, che ci fa vibrare come un diapason:  “Tutti gli artefici del grande evento (l’Unità d’Italia) sono, tuttavia, racchiusi in una rosa di nomi: Cavour, Mazzini, Garibaldi, Casa Savoia,  (chissà perché non nomina Vittorio Emanuele II) lasciando  nell’ombra e in taluni casi nell’oblio i contributi notevoli e decisivi, fino al sacrificio della vita, di tanti altri (eroi) e fra questi Carlo Pisacane”.

Bravo Pifano! Lei ha perfettamente ragione. Perché continuare a glorificare sempre i soliti, già sufficientemente glorificati? Prendiamo brevemente in esame i loro meriti.

Cavour. Un grande statista, indubbiamente, Deus ex machina dell’unità nazionale, ma anche il cinico  che mandò diecimila poveracci a morire di colera in Crimea, infilò la Nicchia, sua cugina, nel letto di Napoleone III e indusse al suicidio un’amante abbandonata…tanto per non dilungarci.

Mazzini. Il visionario, il pensatore incapace di realizzare anche un solo punto del suo programma, il codardo che svenne alla prima schioppettata durante l’insurrezione in Savoia e mandò centinaia di giovani invasati a morire in folli imprese votate al fallimento.

Garibaldi. Il mercenario, il pirata, il ladro di cavalli (è per quello, o forse per aver stuprato una donna, che gli mozzarono un orecchio che copriva con la sua lunga chioma) il trafficante di schiavi cinesi, l’uomo al soldo dei massoni e dei protestanti svizzeri e inglesi, che lo coprirono d’oro.

Vittorio Emanuele II. Il Re che non parlava italiano, che non aveva mai letto altri libri se non il regolamento militare e i cui principali interessi erano la caccia, la fonduta e le gonne delle contadine.

Glorifichiamo anche gli altri eroi, i negletti, i dimenticati, che spesso acquisirono meriti ancor maggiori di quelli dei quattro Grandi.

Carlo Pisacane, il napoletano figlio di papà che non aveva neanche la più pallida idea di quale fosse la reale situazione politica, economica e sociale del Regno delle due Sicilie e aveva la testa imbottita di idee anarcoidi che, se realizzate, l’avrebbero riportato all’età della pietra. Gli oppressi contadini del Sud erano così bramosi di essere liberati da lui che, sbarcato a Sapri, gli dettero il benvenuto armati di falci e forconi, decimando i suoi trecento giovani e belli e costringendolo a spararsi.

Sarò un cinico, ma io credo che Pisacane andò a Sapri per cercare la bella morte, perché era rimasto segnato dal tradimento di Enrichetta  di Lorenzo con Enrico Cosenz.

E non dobbiamo dimenticare Enrico Cialdini, l’eroe della guerra al brigantaggio, che fece almeno trecentocinquantamila vittime, compresi vecchi, donne e bambini. L’osceno mandante di distruzioni, incendi, saccheggi, torture, stupri e orrendi massacri. A lui, criminale di guerra da far sfigurare Reder,  comunque, sono state intitolate numerose strade e piazze.

Come non dobbiamo dimenticare Alfonso La Marmora e i suoi bersaglieri, che sedarono l’insurrezione di Genova del ’49 con gli stessi metodi di Cialdini. Prima un furioso e indiscriminato bombardamento, anche degli ospedali,  e poi il consueto corollario di massacri, saccheggi, stupri e torture.

L’articolo, poi, ci offre altre perle come queste:

“Ma dimenticare Pisacane è altresì un errore culturale: infatti proprio la visione pisacaniana dell’Italia (dove la proprietà privata e ogni istituzione civile sarebbero state abolite, per lasciare il posto a scombinate aggregazioni anarcoidi) potrebbe, oggi, aiutare a rileggere tutta la storia nazionale unitaria per riflettere sugli errori…che impediscono la reale partecipazione e il coinvolgimento del Sud alle sorti nazionali (il Sud fu annesso, devastato, depredato e ridotto in miseria e da ciò trae origine quella questione meridionale che è la diretta conseguenza dell’annessione)”.

“Egli (Pisacane) aveva, infatti già compreso che non poteva esserci unità senza riscatto sociale del Sud (che fu riscattato facendolo diventare, cosa senza precedenti, terra d’emigrazione), che non poteva esserci vera rivoluzione nazionale senza liberazione sociale (le plebi del Sud furono liberate con la confisca dei beni demaniali ed ecclesiastici, che consentivano parte del loro sostentamento, con lo smantellamento dei modernissimi insediamenti industriali del Regno, i cui macchinari vennero spediti al Nord, con l’imposizione di odiosi dazi interni e con una lunghissima coscrizione obbligatoria) senza giustizia (quella dei plotoni d’esecuzione e dei tagliatori di teste di Cialdini) e senza uguaglianza (quella propugnata dal generale Boglione, altro eroe misconosciuto, che dichiarò: “Non credo che i Siciliani si siano evoluti dal nostro stesso ceppo)”.

Federico Bernardini

Illustrazione: Carlo Pisacane, fonte  http://it.wikipedia.org/wiki/File:Carlo_pisacane.jpg

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