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Fra i tanti misteri d’Italia ve n’è uno che ho custodito per più di trent’anni. Un terribile segreto che, una volta rivelato, farà finalmente luce sulla  natura  eversiva di quello che è considerato da tutti un innocuo passatempo per attempati signori.

Una leggenda, quella dell’innocuità del gioco delle bocce, nata negli ambienti delle ACLI e dei circoli Fiamma e alimentata dalla stampa cattolica, che è giunto il momento di sfatare, affinché l’opinione pubblica sia finalmente consapevole del pericolo che esso rappresenta per le istituzioni repubblicane.

Sono consapevole dei rischi ai quali mi espongo, ma ormai non posso più tacere, perché non sono in grado di sopportare oltre il peso di questo segreto che da decenni mi tormenta e mi toglie il sonno.

Veniamo ai fatti. Eravamo alla fine degli anni ’70 ed io mi trovavo in un piccolo centro della Bassa padana, ospite della locale sezione del Movimento Sociale, dotata di un attrezzatissimo centro sportivo, il famigerato “Eia eia alalà“, che comprendeva anche un campo di bocce.

E proprio su quel fatidico campo, una domenica pomeriggio, ero impegnato in una sfida…al meglio delle nove partite, con l’anziano parroco del paese  (Sciarpa Littorio ed ex cappellano della Milizia).

Sul quattro a zero a mio vantaggio ed  essendo ormai segnato (sempre a mio vantaggio) l’esito della quinta e risolutiva partita, l’anziano sacerdote che, per combattere l’arsura del mese d’agosto, si era già rinfrescato con un paio di bottiglie di Lambrusco, fu colto da un improvviso accesso d’ira.

Proferita una tremenda bestemmia, scagliò a casaccio e con inaudita violenza la boccia che aveva in mano. Oltrepassato il muretto di recinzione del campo, l’attrezzo andò a colpire in piena fronte il segretario della locale sezione del P.C.I. che passava per caso da quelle parti.

Attentato! Attentato! La voce si sparse fulminea e, in men che non si dica, la Sezione  fu circondata da una folla inferocita che gridava vendetta.

Il primo che si azzarda ad entrare lo faccio secco!” urlò il vecchio cappellano impugnando la sua Beretta d’ordinanza dalla quale non si separava neanche quando diceva messa.

La notizia dell’attentato, in breve, arrivò a RomaIl P.C.I. era già pronto a mobilitare le masse, come in occasione dell’attentato a Togliatti, l’Esercito era già pronto a intervenire e il Vaticano, per  risparmiare alla Nazione un bagno di sangue, dopo una rapida consultazione coi massimi vertici politici e militari, inviò sul luogo del misfatto un suo emissario, con l’incarico di pacificare gli animi.

Quando il prelato arrivò a destinazione si era ormai prossimi alla strage. Una delegazione del P.C.I. capeggiata dal segretario, che ostentava un enorme bernoccolo, fu invitata a parlamentare e fu stabilito un contatto telefonico con la Segreteria Nazionale del Partito.

Dopo una lunga e sfibrante trattativa , fu raggiunto finalmente un accordo. La Segreteria Nazionale, con la minaccia di rendere di dominio pubblico la provenienza dei fondi coi quali era stata acquistata la sede di via delle Botteghe Oscure, fu indotta a revocare la mobilitazione generale e la locale sede del Partito fu risarcita con una generosa donazione. Il Governo e il Vaticano avrebbero poi provveduto ad imbavagliare la stampa, affinché nulla trapelasse di quanto era accaduto.

Fu così che la guerra civile fu evitata e fu così che, nel mese di settembre, in quello sperduto paese della Bassa padana, fu organizzata la più bella “Festa de l’Unità” che si fosse mai vista.

Arrivarono anche i giocolieri dalla Corea del Nord, gli orsi ammaestrati dalla Siberia, gli equilibristi dalla Cina, le ballerine del Tropicana da Cuba…e le salsicce da Norcia.

Federico Bernardini

Illustrazione: Il gioco delle bocce, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Boccia_im_Ebert-Park.JPG

 

 

 

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