Conobbi Dante Corneli a metà degli anni ’70, frequentando il Circolo Scacchistico Tiburtino, che allora era uno dei più prestigiosi d’Italia.

Mi colpì subito quell’anziano signore dall’aria contegnosa ma non sostenuta, col suo completo grigio di taglio modesto ma impeccabile e quel tono di voce solenne, enfatico, che dava alla sua inflessione tiburtina un ritmo inusuale, esotico, che mi ricordava la tipica  cadenza dei poeti russi quando  declamano i loro versi. E mi colpì anche la sua folta e candida chioma, perché a poco più di vent’anni i miei capelli cominciavano già a dare inquietanti segni di diradamento.

Giocando la prima partita…aspettai che fosse lui a chiedermelo, notai un altro particolare: gli mancavano due dita della mano sinistra e ciò aggiunse curiosità a curiosità.

Era un giocatore “vivace” non solo per il suo stile, ma perché non era il solito tipo silenzioso e meditabondo in cui ci si imbatte frequentando i circoli di scacchi. Parlava in continuazione, ad alta voce, con quel suo tono enfatico, commentando ogni mossa o divagando, magari per interloquire con altri giocatori.  Un contegno che mi avrebbe dato fastidio, se l’interesse per il personaggio che avevo dinnanzi non fosse stato così forte e il desiderio di conoscerlo meglio così grande.

Diventammo presto amici, nonostante la grande differenza di età, e il suo carattere espansivo mi risparmiò l’imbarazzo di porgli domande su quei caratteri che mi avevano così incuriosito.

Quella al Circolo Scacchistico Tiburtino doveva solo essere solo una visita, all’epoca era molto famoso perché aveva organizzato il Campionato Italiano a Squadre,  ma quell’amicizia mi indusse per lungo tempo a frequentarlo assiduamente, per approfondire la conoscenza di quello che è certamente uno dei personaggi più notevoli e interessanti che io abbia mai conosciuto.

Nato nel 1900 da famiglia modesta, Corneli abbandona precocemente gli studi e comincia a lavorare all’età di dieci anni, rimanendo vittima di un incidente sul lavoro che gli causa la perdita di due dita.

Un’esperienza che favorisce la sua naturale tendenza all’impegno sociale e politico e, non ancora ventenne, lo porta a iscriversi al Partito Socialista e a dare inizio ad una intensa attività sindacale. Nel 1921, dopo il Congresso di Livorno, esce dal Partito Socialista e si iscrive al neonato Partito Comunista d’Italia, diventando ad appena ventun anni Segretario della Camera del Lavoro di Tivoli.

Sono gli anni dei grandi torbidi che preludono all’avvento del fascismo e il 22 aprile del 1922, per difendersi da un’aggressione, Corneli spara e uccide il segretario del fascio di Tivoli.

Costretto a riparare all’estero, dopo un breve soggiorno a Berlino e a Vienna, dove stringe amicizia con György Lukács, trova asilo in Unione Sovietica, a Pietrogrado. Inizia così una vicenda che lo porterà dallo scranno di deputato al Soviet di Rostov alla deportazione in Siberia, nell’orrendo campo di concentramento di Vorkuta.

A metà degli anni venti ha già un posto di rilievo nella comunità italiana, migliaia erano i rifugiati politici, un ottimo impiego in una fabbrica di Rostov e una moglie sovietica.

Si impegna in politica, aderendo alle posizioni antistaliniste di Trotzky, Zinov’ev e Kamenev e ponendo le basi di quella che sarà la sua rovina.

Stalin trionfa e Corneli scopre di essere spiato persino dalla moglie, le cui delazioni provocheranno la sua espulsione dal Partito Comunista dell’U.R.S.S. cui nel frattempo si era iscritto. Durante una delle nostre conversazioni, mi raccontò con una smorfia di disgusto della mogliettina che gli imburrava il pane della colazione il giorno in cui fu espulso.

Nel ’29, in seguito alla tristissima prassi dell’autocritica, viene riammesso nei ranghi del Partito. Si trasferisce a Mosca, cambia lavoro…e soprattutto moglie, sposando Lena, che gli darà tre figli.

Nel ’36 cominciano le grandi purghe e Corneli, come tutti i trotskisti, viene stritolato dall’infernale ingranaggio della repressione stalinista. Finisce alla  Lubjanka, la famigerata sede dei servizi segreti, e da lì viene spedito per dieci anni a Vorkuta.

Poi da deportato diventa confinato, sempre in Siberia, a Igarka, dove però può ricongiungersi con la famiglia. Trasferitosi in Ucraina nel’60, da uomo libero, ottiene dieci anni dopo il visto per tornare in Italia, lasciando in Unione Sovietica la famiglia, che non lo perdonerà mai.

Un gesto che potrebbe sembrare dettato dall’egoismo, ma in realtà fu dovuto alla sua ferma volontà di rivelare le tragiche vicende personali e quelle di migliaia di  emigrati italiani che persero la vita a causa delle persecuzioni staliniane cui Togliatti, dirigente del Comintern, non solo non si oppose, ma assecondò servilmente.

Quando lo conobbi, Corneli era alla disperata ricerca di un editore disposto a pubblicare le sue memorie, ma tutti quelli cui si rivolse, i più grandi: Mondadori, Rizzoli, Rusconi, gli sbatterono la porta in faccia. E lo stesso fecero i dirigenti del P.C.I. escluso Terracini,  che non avevano alcun interesse a rivelare quella che allora era una verità scomoda.

Fui tra i primi a poter leggere i suoi scritti, che pubblicava a sue spese in modesti fascicoli, e soprattutto potei ascoltare dalla sua viva voce un’infinità di aneddoti. Solo nel 1977, grazie all’interessamento di Terracini, la casa editrice La Pietra, pubblicherà “Il Redivivo Tiburtino” che però verrà accolto con freddezza e non solo negli ambienti legati al Partito.

L’unico momento di celebrità Corneli l’ottiene nel 1980, quando Enzo Biagi lo invita in televisione per un confronto con Vittorio Vidali, stalinista, collaboratore di Togliatti e suo irriducibile avversario.

Morirà nel ’90, con l’amarezza  di non esser riuscito a trovare quell’ascolto per il quale, con grande sofferenza,  aveva lasciato la famiglia esposta alle rappresaglie del regime. Solo negli anni successivi il resto delle sue memorie verrà pubblicato e preso in seria considerazione, sia in Italia che all’estero, come una delle più importanti testimonianze di quasi mezzo secolo di storia sovietica e della tragedia dell’emigrazione italiana in quel paese.

Fra i tanti aneddoti che potei ascoltare, tra una partita e l’altra, dalla viva…e squillante voce di Dante, mi piace ricordarne uno, particolarmente significativo e commovente.

Durante i lunghi anni di detenzione ebbe, tra i suoi compagni di sventura, un ex colonnello dell’Armata Rossa, come lui appassionato di scacchi. La vita a Vorkuta era durissima: freddo, fame, maltrattamenti e lavoro sfibrante nelle miniere a 40 gradi sotto zero…e gli aguzzini non mettevano certo a disposizione dei deportati quanto poteva loro servire per distrarsi durante le brevi ore di riposo.

Occorreva ingegnarsi e Corneli, che aveva ingegno da vendere…e due mani d’oro, benché avesse perso due dita, convinse il colonnello a rinunciare per giorni alla scarsa razione di pane, in modo da poter modellare i pezzi degli scacchi con la mollica. Nel raccontarlo, a distanza di quarant’anni, gli brillavano gli occhi.

Una lezione di dignità e di voglia di vivere, benché nella più spaventosa delle condizioni, che non scorderò mai e paragono a quella delle donne deportate nei lager nazisti che rinunciavano alla razione di burro per usarlo a scopo cosmetico: non lasciandosi andare e conservando la loro femminilità in condizioni estreme, quelle donne avevano più probabilità delle altre di conservare anche la vita.

Federico Bernardini

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