Prima ancora che il legittimo governo francese desse inizio alla spaventosa epurazione legale dei collaborazionisti, veri e presunti,  con oltre un milione di arresti  e quasi 200.000 processi,  7.040 dei quali si conclusero con una condanna a morte, la resistenza aveva già dato inizio ad una sommaria, illegale e ancor più spaventosa epurazione dall’agosto del 1944, al momento della liberazione di Parigi.

Il clima che si respirava in quei giorni era quello della “Resa dei conti” e della vendetta privata mascherata da giustizia: “Tutta una parte della Francia” scrive Henri Charbonneau “vive nell’attesa di essere giudicata dall’altra”.

E’ subito chiaro che la vendetta sarebbe stata cieca e indiscriminata e avrebbe coinvolto non solo coloro che avevano collaborato con l’occupante tedesco, quelli che erano già stati condannati a morte in contumacia dai tribunali clandestini, quelli  che avevano ricevuto bare in miniatura  e i cui nomi erano stati resi pubblici da Radio Londra, che aizzava i Francesi al massacro, ma quelle centinaia di migliaia di cittadini che, senza macchiarsi di alcun crimine, avevano continuato a servire, durante l’occupazione, nei ranghi dell’amministrazione e delle forze dell’ordine. Ancora una volta, in Francia, è il terrore.

Già nel mese di maggio, i “Maquis”, i partigiani francesi, avevano lanciato un appello il cui tono era identico a quello che un anno dopo lo scrittore Ilya Ehrenburg  avrebbe rivolto ai soldati dell’Armata Rossa, incitandoli al massacro di uomini, donne e bambini perché “Nessuno in Germania è innocente dei crimini nazisti. Né coloro che vivono, né coloro che devono ancora nascere”. Questo era il modo in cui il comunismo stalinista intendeva la giustizia.

“Il dovere è chiaro.” così si legge nel proclama dei Maquis “Si deve uccidere! Uccidere i traditori, uccidere chi ha denunciato, chi ha aiutato il nemico, uccidere il poliziotto che ha contribuito in qualsiasi maniera all’arresto dei patrioti. Occorre uccidere e sterminare i militi, perché hanno deliberatamente scelto di portare i Francesi alla rovina e infine perché hanno tradito. Dobbiamo ammazzarli come cani!”

Parole cariche di odio, le cui conseguenze andranno addirittura, come vedremo, ben oltre quelle che erano le intenzioni del proclama.

A questo proposito così scrive, nella sua “Storia della collaborazione”, Saint-Paulien (pseudonimo di M.I. Sicard),  che fu il braccio destro dell’ex comunista e poi  leader del Parti Populair français, Jacques Doriot:

“Su ciò che è accaduto in Francia a partire dall’agosto del 1944 decine di migliaia di testimoni hanno scritto, hanno parlato e sono in grado di ricordare.  Stupri, torture, bastonate, mutilazioni, bruciature, supplizi della fame e della sete, assassinii collettivi: tutto questo è confermato nel modo più esplicito”.  Una galleria degli orrori che riproduce esattamente quelli subiti dai Francesi durante l’occupazione nazista e dimostra di che pasta fossero fatti gli eroi della resistenza francese.

Fra le prime vittime, 74 allievi della scuola ufficiali della Milizia, che per il loro stato di Allievi non avevano mai avuto alcun ruolo operativo, i quali, senza processo, vengono fucilati a quattro a quattro.

A Marsiglia (nel sud della Francia l’epurazione illegale fu particolarmente efferata) sorte assai peggiore tocca a un commissario di polizia al quale, dopo essere stato lungamente e barbaramente torturato, vengono strappati gli occhi e la lingua e, infine, ustionati gli organi genitali.

Particolare ferocia e sadismo i partigiani esercitano nei confronti delle donne: a Lione una ragazza è immersa ripetutamente in una vasca colma d’acqua in cui viene scaricata la corrente elettrica. Alla fine del trattamento la vittima impazzisce. A Nancy una donna incinta viene condotta per venti giorni consecutivi davanti al plotone d’esecuzione, fino a quando abortisce.

Neanche preti e suore vengono risparmiati: l’abate Mandaroux, vicario di Saint-Privat nell’Ardèche, prima di essere finito con un colpo alla nuca, viene orrendamente torturato. Nella regione dei Pirenei il curato di Totavel, Niort, viene bastonato a morte per tre giorni e tre notti, mentre il cadavere maciullato del curato di Mosset viene trascinato per le vie del paese, prima di essere appeso ad un gancio nella pubblica piazza. Al castello della Frégate, nella regione della Garonna, all’Abate Daunis, dopo essere stato costretto a camminare a piedi nudi su dei cocci di bottiglia, vengono strappati gli occhi e la lingua, dopo di che viene lasciato agonizzare per due giorni appeso per i piedi. “Le Citoyen Libre”, il giornale locale, ha il coraggio di denunciare il misfatto dei temutissimi partigiani.

Intere famiglie vengono trucidate: nella regione dei Vosgi, il 30 agosto del1945, a guerra finita, le famiglie Sublon e Kuhlmann compresi tre bambini di meno di tre ani, vengono fatte fucilare per ordine del presidente del locale “Comitato di Liberazione”…chissà di quali colpe si erano macchiati quei bambini. A Tarbes, Antoine Jaquetant, membro del Partito Comunista e soprannominato “Il Mostro di Saint-Irénée”, fa squartare un bambino di nove anni, la cui colpa era quella di essere figlio di due collaborazionisti.

Molti innocenti, vittime di denunce senza fondamento e a volte membri della resistenza, vengono uccisi e torturati, come capita a una giovane di Reims, violentata e torturata davanti ai genitori e alla quale viene infine introdotto un bicchiere nella vagina, esperienza che la condurrà alla follia.

Ma i partigiani non lavorano soltanto al minuto;  aprono veri campi di sterminio, dove perdono la vita, nei modi più atroci, anche molti innocenti. Tra questi, il famigerato campo di  Tronçais, nel Berry. Robert Aron, nella sua “Histoire de l’épuration”, racconta: “Alcuni aguzzini strappano i seni di una donna con una tenaglia, la sfregiano con un rasoio e le schiacciano le dita dei piedi. Un’altra donna invece è costretta ad accovacciarsi nuda su un recipiente in cui brucia della benzina”.

Del campo marsigliese delle “Presentines” parla invece il Saint-Paulien, che descrive i metodi di tortura del comandante Fournier.  Insieme alla sua amante, una sadica di nome Irène, interroga i detenuti col “Metodo dell’arganello”: le vittime, completamente nude, sono costrette a correre intorno alle loro celle mentre uno dei suoi scherani le percuote a morte con un nerbo di bue. Tra coloro che persero la vita alle “Presentines” col metodo dell’arganello, a dimostrazione che chiunque poteva finire in quell’inferno per errore o per il semplice capriccio del comandante, André Weigarden, un membro della resistenza.

A Parigi, come racconta il giornalista Pierre Demaret: “Interi edifici del boulevard Suchet e del boulevard Haussmann, la scuola per odontotecnici dell’avenue de Choisy e Villa Safd sono trasformati in prigioni, in sale di tortura e in “corti di giustizia”. E tutti questi carnefici hanno le spalle ben coperte. Il Segretario Generale del Ministero della Giustizia è il comunista Willard e l’onnipotente Prefetto di Polizia Airaud è soprannominato “L’occhio di Mosca”.

Nel febbraio del ’45, ma la mattanza era lungi dall’esser conclusa, il Ministro dell’Interno, il socialista Tixier, dichiarerà che soltanto nei sette mesi precedenti le esecuzioni sommarie erano state più di 100.000.

Il Demaret, tirando le somme dell’epurazione illegale, conclude: “ Quando i poteri pubblici fecero un bilancio approssimativo del numero di coloro che, sospettati di aver collaborato, erano stati imprigionati, si accorsero che tra tutte le persone denunciate e arrestate durante il periodo dell’epurazione, c’era un buon 50% di innocenti.

Questo fu il modo in cui i partigiani francesi, e primi fra loro i comunisti, fecero giustizia dei torti subiti durante l’occupazione. Loro, gli eroi, magari con la Legion d’Onore all’occhiello e gli altri, i traditori, i servi dei nazisti, i criminali.

Federico Bernardini

Illustrazione: La Croce di Lorena, scelta da Charles de Gaulle come simbolo della Resistenza francese, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Croix_de_Lorraine2.svg

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