Prima di scrivere questo articolo ho fatto un sondaggio, scegliendo a caso ( e questo non conferisce ad esso alcun valore scientifico) un piccolo campione di persone di cultura medio alta, alle quali ho rivolto la seguente domanda: “Sapete quante furono le vittime della guerra al brigantaggio meridionale fra il 1861 e il 1871?”

Una buona metà degli intervistati non aveva neanche la più pallida idea dell’argomento in questione o serbava soltanto qualche vago ricordo di una mezza paginetta di manuale liceale e, piuttosto che sparare numeri a casaccio, ha preferito onestamente non rispondere.

La maggior parte degli altri ha valutato il numero delle vittime nell’ordine delle centinaia e pochissimi, i meglio informati, nell’ordine delle migliaia.

La verità è un’altra. Secondo lo storico inglese Denis Mack Smith, l’esercito italiano perse complessivamente 23.013 uomini (contro i circa 6.000 caduti nelle tre Guerre d’Indipendenza) mentre, come documentano le ricerche archivistiche di Alessandro Romano, ben 266.370 furono le vittime tra i “Briganti” (tali erano considerati anche vecchi, donne e bambini residenti nei paesi semplicemente sospettati di fornire loro appoggio). Altri autori, meno attendibili, arrivano a un milione (nel 1861 la popolazione del Regno delle Due Sicilie è stimata intorno ai nove milioni di abitanti).

Comunque stiano le cose, ciò che risulta evidente è che la vera guerra d’indipendenza non fu combattuta contro l’Austria, ma contro il popolo del Regno delle Due Sicilie che, contrariamente a quanto è stato propagandato dalla retorica patriottarda, non accolse i soldati italiani come liberatori ma come invasori.

E come tali essi si comportarono, rendendosi responsabili di quello che potremmo definire un vero genocidio.

Così scrive Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.

L’esercito italiano distrusse 51 paesi e ne massacrò la popolazione. I casi più tragici furono quelli di Pontelandolfo e Casalduni che, all’alba del 14 agosto del 1861, furono circondati da due colonne di bersaglieri, al comando del colonnello Negri e del maggiore Melegari (il “mandante” era il generale Cialdini, Cavaliere dell’Ordine della Santissima Annunziata e Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia).

I paesi furono dati alle fiamme ed ebbero inizio il massacro, il saccheggio delle case, la profanazione delle chiese e gli stupri. Si parla di circa mille morti. A Marzabotto le SS ne uccisero milleottocento ma se Reder è giustamente considerato un criminale di guerra il generale Cialdini, Senatore del Regno, è un eroe del Risorgimento e a lui sono intitolate numerose vie, anche nelle città del Meridione.

Sconvolgente, poi, è il fatto che i responsabili di tali misfatti, lungi dal provarne vergogna, se ne vantavano e, spesso, si facevano immortalare dai fotografi accanto a cumuli di cadaveri o mentre sollevavano con aria trionfante le teste mozzate dei “Briganti”. Chi , come me, ha visto quelle foto, a centinaia, sa che quelle di Abu Ghraib sono nulla al confronto.

Una tra le più infami, fra le tante, è quella che ritrae il corpo nudo e sfigurato della brigantessa Michelina di Cesare che, dopo essere stata probabilmente stuprata e torturata a morte, com’era costume della soldataglia, venne esposta al pubblico ludibrio.

Né migliore fu la sorte di coloro che, a decine di migliaia, morirono di percosse, di freddo di fame e di stenti nelle galere. Tristemente famosa è la fortezza di Fenestrelle, a quasi duemila metri d’altezza, la più imponente ed inutile opera di fortificazione del Regno sabaudo, che fu trasformata in un campo di concentramento dove furono deportati gli ufficiali e i soldati borbonici che non avevano rinnegato il giuramento fatto al loro Re.

Un muro, all’ingresso della fortezza, recava la scritta: “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce”. Impossibile non paragonarla a quella che sovrastava il cancello d’ingresso di Auschwitz: “Arbeit macht frei”.

E dopo i massacri, in un Sud finalmente “pacificato”, cominciarono le spoliazioni, che ebbero come conseguenza il grande sviluppo industriale del Nord e l’impoverimento di quel Sud che, cosa senza precedenti, diverrà terra d’emigrazione.
Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie, cinquecento milioni, finirono nelle casse di Torino, che ne contava cento. Gli impianti industriali vennero smantellati e spediti al Nord, come i modernissimi telai del Real Sito di San Leucio (mirabile esempio di imprenditoria moderna), che finirono a Valdagno, o i macchinari delle ferriere di Mongiana, che furono spediti in Lombardia.

Il raddoppio delle tasse, i dazi interni, applicati allo scopo di portare al fallimento l’industria meridionale, la confisca dei beni religiosi e demaniali, che finirono nelle mani degli speculatori del nord e privarono la popolazione di quelle fonti di sostentamento che, sino allora, li avevano preservati dalla fame e la coscrizione obbligatoria fecero il resto.

E’ così che ha inizio quella “Questione Meridionale” che ancora ci trasciniamo dietro e avvelena i rapporti fra Nord e Sud, non consentendoci di considerare veramente compiuta l’unità nazionale.

Di queste cose, giudicate sconvenienti e fuori luogo, parlano soltanto quei quattro gatti dei nostalgici di Franceschiello e qualche storico “revisionista”, che viene puntualmente preso a pesci in faccia.

Ma finché non avremo l’onestà e il coraggio di chiudere certi conti e di onorare il sangue dei vinti, continuando a nutrirci di falsi miti, e di celebrazioni ipocrite non potremo dire che l’Italia sia fatta…figuriamoci, poi, gli Italiani.

Federico Bernardini

(Illustrazione: La banda del brigante Agostino Sacchitiello di Bisaccia, uno dei più fidati luogotenenti di Carmine Crocco. Foto del 1862, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Briganti_1862_from_Bisaccia.jpg)

Annunci