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Parigi… non la vedeva da trent’anni, e il ricordo della sua città lo tormentava, soprattutto nei lunghi e soffocanti pomeriggi tropicali, ai quali non era riuscito ad abituarsi. Non aveva ancora sessant’anni, ma l’esilio e il clima della sua nuova patria lo avevano fiaccato, conferendogli quasi l’aspetto di un vegliardo.

L’aria umida e greve che ristagnava nel suo ufficio e che nemmeno le grandi pale del ventilatore, che pendeva dal soffitto, riuscivano a dissipare, faceva velo ai suoi occhi, affissati nell’immagine di un giovane fiero e vigoroso che era lì, contornato d’argento, sopra il suo scrittoio, eppure sembrava rispondere al suo sguardo come da lontananze siderali. Quello, un tempo, era stato lui, Gaston de Fontenac.

Chiuse gli occhi, abbandonando il capo e traendo dal più profondo del petto un sospiro lungo e lamentevole. Poi li riaperse, lasciando vagare il suo sguardo nelle profondità umide e polverulente della stanza, senza che neanche il più piccolo pensiero attraversasse la sua mente intorpidita. Quando, finalmente, la sua coscienza riemerse da quell’abisso senza tempo, Gaston, con gesto automatico, cavò di tasca l’orologio: erano le tre del pomeriggio. Si alzò a fatica dalla sua poltrona e si diresse verso l’ampia finestra che dava luce all’ufficio. L’aprì. La pioggia era appena cessata e dal fondo della piazza Colon, sulla quale si affacciava, esalavano vapori così densi e asfissianti che subito si ritrasse, con una smorfia di disgusto. In quell’ora, gli incerti contorni dell’Hotel Mirana, sull’altro lato della piazza, si stagliavano come un miraggio, dinnanzi ai suoi occhi.

Tornò, avvilito, alla sua scrivania e si sedette, accendendo una delle sue Gauloises, che aveva l’abitudine di tenere fra il pollice e il medio della mano sinistra. Uno sbuffo di fumo andò ad infrangersi, appannandolo, sul vetro che proteggeva uno dei  tanti ritratti disposti con ordine sul suo scrittoio. Come emergendo da una dissolvenza incrociata, gli occhi di Darnand si affissarono in lui con uno sguardo severo, come di rimprovero.

-Hai ragione, amico mio, sarei dovuto morire con te, alla fortezza di Chatillon. Sarei dovuto morire cantando- disse e cominciò a cantare, a fior di labbra: – À genoux, nous fîmes le serment, Miliciens, de mourir en chantant-.

Proprio in quel momento, com’era sua abitudine, il tenente Gutierrez entrò senza bussare nel suo ufficio, facendolo sussultare. Gutierrez, il più esperto e zelante dei suoi subalterni, era l’unico a godere di quel privilegio.

-Ecco qui gli ultimi arrivi, comandante- disse il tenente porgendogli alcune cartelle.

Gaston le prese e le posò con noncuranza sulla sua scrivania, congedando il subalterno con un gesto stizzito, perché lo aveva sorpreso in un momento di debolezza. Ma s’acquietò subito, anzi, l’improvvisa apparizione di Gutierrez aveva dissipato i suoi cupi pensieri e Gaston si sentiva pronto ad assolvere i doveri d’ufficio con la lucidità e la freddezza che gli erano consuete.

-Al lavoro!- si disse, fregandosi vigorosamente le mani. Gettò uno sguardo sulle cartelle e ne rimase come folgorato, pareva che il sangue gli si fosse agglutinato nelle vene.

Da vent’anni lavorava in quell’ufficio e le cartelle erano sempre state di color nocciola, quelle che aveva davanti, invece, per chissà quale capriccio dell’amministrazione, erano arancioni. Nel gennaio del 1945, mentre era rinchiuso nella caserma di Reuilly, aveva visto il suo nome, su una cartella identica a quelle, tra le mani del capitano Dupont. Ogni volta che ricordava quel nome, Gaston era colto da un fremito d’orrore: il capitano Dupont era stato il suo aguzzino.

Anche a lui, quand’era ufficiale della Milizia, era capitato di interrogare a fondo dei prigionieri, ma non lo faceva con piacere e adempiva all’ufficio con l’unico scopo di ottenere, dal paziente che aveva tra le mani, le informazioni di cui aveva bisogno. Dupont, invece, era un sadico e amava la tortura per la tortura. I colpi che gli aveva inferto col nerbo di bue, quando era suo prigioniero a Reuilly, gli bruciavano ancora.

Anche fra i suoi camerati, del resto, non mancavano individui della stessa specie, come Cornet o Chaves, ed egli li detestava. In modo particolare provava ribrezzo per Violette Morris, la lesbica al servizio di Jo la Terreur che, in cambio delle sue delazioni, non pretendeva danaro, ma soltanto il diritto di torturare le donne arrestate.

L’odio che Dupont nutriva nei confronti di Gaston era infinito, perché egli era un ufficiale della Milizia ma soprattutto perché, nonostante lo avesse sottoposto per due settimane alle peggiori sevizie, non era riuscito a piegarlo. Non una parola che potesse compromettere i suoi camerati gli era uscita di bocca. Doveva finire come Darnand, davanti al plotone d’esecuzione, ma le cose erano andate diversamente: la fuga in ambulanza, la convalescenza in Bretagna, l’imbarco clandestino per il Portogallo e, finalmente, per le Americhe.

Erano trascorsi trent’anni, ed ora Gaston si trovava lì, nel suo ufficio, di fronte a quelle cartelle arancioni che non osava neanche toccare. Ma, alla fine, si decise e, con un enorme sforzo di volontà, fregandosi vigorosamente le mani, si disse: -Al lavoro!-

Cominciò a consultare i fascicoli, riguardavano contadini, operai, studenti, casi di normale amministrazione che, come al solito, avrebbe lasciato alle cure dei suoi subalterni, soprattutto al tenente Gutierrez, che era un maestro nell’uso del pungolo elettrico. Dai suoi uomini Gaston pretendeva il massimo zelo e, nel contempo, la massima correttezza professionale; mai e poi mai avrebbe tollerato alcun eccesso, in modo particolare nei confronti delle donne, come avveniva in altre caserme. Più volte se n’era lamentato col Governatore: ciò che avveniva in Avenida San Cristobal non giovava certo al buon nome della Guardia Nazionale.

Proseguendo la sua consultazione, s’imbatté in un nome importante, quello della professoressa Martinez, che insegnava letteratura spagnola all’università statale e la cui attività antigovernativa, dopo lunghi anni di indagini, era stata finalmente scoperta.

-Di questa dovrò occuparmi personalmente-, si disse Gaston. Era soddisfatto del suo lavoro, gli mancava soltanto un’ultima cartella e, prima di prenderne visione, si accese l’ennesima sigaretta. Ebbe appena il tempo di aspirare con voluttà una boccata di fumo e quella gli cadde sulle ginocchia e rotolò per terra, schizzando cenere e faville. Sulla cartella, in un corsivo un po’ incerto, era scritto: Dupont Nadine, cittadina francese.

-No, non è possibile!- gridò Gaston con gli occhi fuori delle orbite, -di Dupont, in Francia, ce ne sono a bizzeffe-. Aprì senza esitare la cartella e cominciò a leggerne avidamente il contenuto. La Nadine Dupont che aveva tra le mani era proprio lei, la figlia del suo aguzzino.

Due ore dopo, senza bussare, il tenente Gutierrez entrò nel suo ufficio, recando un involto dall’aspetto insolito.

-Ecco qua, comandante, non è stato facile ma, alla fine, sono riuscito a procurarmelo in Avenida San Cristobal-.

-Lo metta lì-, gli rispose seccamente, indicandogli un angolo della scrivania. –Vada pure e, si ricordi, fino a domattina non voglio essere disturbato per nessuna ragione-.

Gaston si accese un’altra sigaretta, guardò con un lampo negli occhi l’involto, se lo mise sotto un braccio e uscì dal suo ufficio. Scese fino al piano interrato, dove si trovava la “sala operativa”.

Quando entrò, la prigioniera era già pronta.

-Buona sera, capitano Dupont. Sono Gaston de Fontenac- le disse. E richiuse la porta alle sue spalle.

Federico Bernardini

Illustrazione: Joseph Darnand, fonte http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bundesarchiv_Bild_146-1983-077-15A,_Joseph_Darnand_bei_einer_Massenveranstaltung.jpg

 

 

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