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Karol Józef Wojtyła, uno dei papi più grandi della storia, cui il popolo di Dio ha già attribuito il titolo di Magno.

Solo ad altri tre pontefici è stato conferito un tale onore: Leone I, Gregorio I e Niccolò I e ci auguriamo che ben presto anche a Giovanni Paolo II venga ufficialmente riconosciuto il titolo di Magno. Un papa che ha segnato la storia della Chiesa e del Mondo in quasi un trentennio di cambiamenti epocali.

Qual è stato l’elemento centrale del suo pontificato? Certamente il suo apostolato itinerante. Ancor più di Giovanni XXIII e di Paolo VI egli volle rendere manifesto il carattere pastorale del suo ministero, facendosi pellegrino per le vie del Mondo.

Dai tempi di Pio IX a quelli di Pio XII nessun pontefice aveva mai abbandonato la città di Roma e fu solo papa Roncalli, nel 1962, a inaugurare la stagione dei viaggi, con la sua storica visita ad Assisi e Loreto. Lungo la strada da lui intrapresa proseguì il suo successore, Paolo VI, che si spinse sino alle Filippine e all’Uganda.

Wojtyła fece il giro del Mondo, viaggiando più di tutti gli altri papi messi insieme, ma la differenza fra il suo apostolato e quello dei suoi predecessori non è solo di ordine quantitativo; vi è una differenza di ordine qualitativo, che conferisce al suo pontificato un carattere del tutto eccezionale.

L’aspetto più appariscente della sua attività è strettamente connesso col suo carattere e col suo fascino personale. Grazie al suo carisma egli riuscì ad infondere fiducia ed entusiasmo nel popolo cristiano, contribuendo al rafforzamento della sua identità e contenendo le forze centrifughe che minacciavano l’unità della Chiesa.

Egli fu un papa battagliero, una peculiarità che dipendeva, oltre che dal suo grande rigore dottrinale e morale, dal fatto che egli provenisse da una Chiesa del Silenzio, come quella polacca, temprata dalla persecuzione e sostenuta da una fede incrollabile e da una secolare devozione mariana.

Ma oltre a questi, che rappresentano gli aspetti più evidenti del suo pontificato, non dobbiamo dimenticare altre importanti ragioni che sono alla base dei suoi viaggi apostolici. In primo luogo l’esigenza di diffondere e rendere attuale il messaggio del Concilio Vaticano II anche attraverso il contatto diretto e la collaborazione con l’episcopato dei vari paesi.

Dalla lettura dei numerosi discorsi pronunziati da papa Wojtyła in occasione dei suoi viaggi pastorali, risulta evidente il profondo interesse del Papa nei confronti dei problemi sociali. Accanto alle esortazioni di carattere dottrinale, non mancano mai gli appelli rivolti al rispetto della giustizia sociale e dei diritti umani. Appelli che per la loro totale aderenza alla Dottrina della Fede  non sempre sono in sintonia con le tesi formulate dalle chiese del Terzo Mondo, calate in realtà tragiche che, a volte, conducono il clero e l’episcopato locali ad assumere posizioni oltranziste, che mal si conciliano con il rigore dottrinale della Chiesa Cattolica.

Quando Giovanni Paolo II mette in guardia l’episcopato latinoamericano dagli eccessi della Teologia della Liberazione, nessuno può a buon diritto criticarlo. Prestare troppa attenzione alla dimensione temporale e troppo poca a quella spirituale può condurre, infatti, ad assumere posizioni di parte e quindi a fare della politica nel senso più deteriore del termine. Questo non è il compito della Chiesa e le accuse che furono mosse, tanto da destra quanto da sinistra, nei confronti di Papa Wojtyła, definito alternativamente reazionario o rivoluzionario, dimostrano soltanto la profonda incomprensione o la cattiva coscienza di chi vorrebbe attribuire a un pontefice uffici che non gli competono.

Alcuni rimproverarono a Giovanni Paolo II un eccessivo protagonismo, che rischiava a loro giudizio di vanificare il suo ministero pastorale, confondendolo nell’orgia dei messaggi lanciati dai mass media; altri invece gli rimproverarono un non meglio identificato tentativo di restaurare la struttura monarchica della Chiesa.

La prima obiezione ci pare del tutto ingiusta, perché secondo noi papa Wojtyła dimostrò di saper amministrare la sua immagine pubblica in modo equilibrato, senza cadere in alcuna forma di eccesso; la seconda, a causa della sua vacuità, ci lascia del tutto indifferenti: affermare che la Chiesa Cattolica è governata da un autocrate non rappresenta una grande scoperta.

Mi piace concludere queste brevi note con alcuni ricordi di carattere personale, che mi legano a quest’uomo e a questo pontefice straordinario, che per noi Cattolici è oggetto di venerazione.

Il 16 ottobre del 1978, mi trovavo in piazza San Pietro quando il cardinale Protodiacono, Pericle Felici, annunziò al Mondo l’Habemus Papam. Ricordo lunghissimi secondi di silenzio e l’espressione di meraviglia stampata sui volti dei fedeli all’annuncio del nome. Il nome straniero, “esotico”, di quello che sarebbe stato il primo papa non italiano dai tempi di Adriano VI. Una novità che forse a molti non era gradita.
Ma quando quell’uomo si affacciò alla loggia di San Pietro, per pronunciare le sue prime parole da papa, parole che rimarranno per sempre impresse nel ricordo di chi le ascoltò dalla sua viva voce, ogni meraviglia, ogni incertezza, furono spazzate via da un’ondata di entusiasmo. Quello era il Pastore che lo Spirito Santo aveva scelto per condurre il popolo di Dio al terzo millennio.

Anni dopo, come giornalista, gli fui vicino durante una delle sue visite pastorali ed ero nella piazza di Santa Maria in Trastevere, la sera del 2 aprile 2005, quando i rintocchi funebri delle campane della basilica mi dissero che il Papa era morto.

Federico Bernardini

Illustrazione: Giovanni Paolo II, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Gpii.jpg

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