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 “Neanche ai tempi di Alarico!” borbottò l’onorevole Rota attraversando con passo baldanzoso la piazza, che alle nove era già presidiata dalla marmaglia. A centinaia si accozzavano intorno ai saltimbanchi o davanti alle bancarelle dei baluba, che parevano invisibili agli occhi dei vigili che ciondolavano indolenti, come rurales ubriachi alla fiesta di san Benito. Altri ancora, marci d’alcool e di droga, bivaccavano sui gradini melmosi della fontana, fra torme di cani con la rogna e distese di bottiglie vuote.

“Neanche ai tempi di Alarico!” ripeté a denti stretti, aggiustandosi il nodo della regimental coi colori del Genova Cavalleria e ravviando il fazzoletto verde, che pendeva inopinatamente dal taschino della sua grisaglia come un cespo di lattuga avvizzita da un barattolo di caviale iraniano.

Ai tavoli dei caffè, comitive di forestieri in tenuta coloniale tracannavano birra e qualche improbabile signore centellinava il suo Martini, con l’aria del giusto che attende in disparte il Giudizio nella valle di Giosafat.

Attraversata la piazza, l’onorevole Rota si fermò per riprendere fiato e si specchiò nella vetrina di un negozio. Finalmente, dopo tanto orrore, poté compiacersi di ammirare l’immagine di un uomo civile. All’improvviso, mentre si lisciava i capelli, si accorse che il suo volto era riflesso da uno specchio contornato da una splendida cornice d’argento in stile impero. Si era fermato, infatti, davanti alla bottega di un corniciaio.

“Tale e quale a quella del ritratto di nonno Umberto!” si disse con viva sorpresa ed ebbe l’impressione che alla sua effigie, come emergendo da una dissolvenza incrociata, andasse a sovrapporsi quella del nonno, in montura da ufficiale di cavalleria.

“Lui sì che avrebbe saputo come trattare quella marmaglia!” pensò l’onorevole Rota ridacchiando sotto i baffi. Il 31 ottobre del 1918, pochi minuti prima dell’armistizio, il maggiore Umberto Rota, alla testa del suo squadrone, aveva partecipato all’eroica carica del ponte di Fiaschetti, agli ordini del generale Emo Capodilista, e aveva sbaragliato cinquecento Austriaci.

“Lui sì!…” e un leggero tocco sulla spalla sinistra, disarcionando i suoi eroici pensieri, lo riportò alla squallida realtà contemporanea. Voltatosi di scatto, gli si parò dinnanzi un essere che pareva uscito dalle pagine di un romanzo di Victor Hugo. Una zingara macilenta e cenciosa, appoggiata a un bastone e scossa da un tremito convulso, gli tendeva la mano biascicando con una tremenda inflessione balcanica: “Prego, signore, ce li ho quatro figli malati, marito malato! Auguri, signore, che Dio ti benedica, fai carità!”.

La mano della zingara era coperta di sudiciume e di croste squamose e al pensiero che l’aveva appena toccato gli si accapponò la pelle. Fece un balzo all’indietro, fissandola con occhi smarriti e cercando invano di articolar parola. Ritornò furibondo sui suoi passi ma, non appena si avvide che andava a ricacciarsi nell’inferno al quale era appena scampato, si voltò ancora e ripassò davanti alla zingara che, esprimendosi questa volta nella sua lingua madre, gli rivolgeva chissà quali maledizioni.

Voltato l’angolo della strada, si fermò ansimante e col petto gonfio d’angoscia: certamente la zingara era affetta da qualche tremenda malattia contagiosa. Guardò con pena profonda la sua povera giacca di grisaglia, gliel’aveva regalata sua moglie ed era la prima volta che l’indossava. Già gli pareva che gli immondi agenti   patogeni   coi   quali   la   megera   l’aveva   contaminata cominciassero a rodere sommessamente le sue fibre.

Che fare? Occorreva disfarsene senza indugio, nella speranza che il tarlo distruttore, ancora alle prese col tessuto, non avesse già cominciato a intaccare la sua carne. Se la tolse e la gettò senza misericordia. Il fazzoletto verde che spuntava dal taschino lo guardò con disprezzo, come una bandiera abbandonata al nemico. L’onorevole Rota, con un sussulto d’orgoglio, lo raccolse e, sprezzante del pericolo, se lo cacciò in tasca: “Meglio la morte che il disonore!” pensò.

Una famigliola di turisti svizzeri assisteva interdetta allo spettacolo. Non appena l’onorevole Rota se ne avvide, con un ulteriore sussulto di orgoglio padano e sempre più sprezzante del pericolo, si chinò fulmineamente sulla giacca, la raccolse e la buttò tra i rifiuti. Cercando di assumere un contegno, come in un incubo, fece un sorriso ai marmocchi transalpini, che l’osservavano come una scimmia allo zoo, e si allontanò disinvoltamente, prendendo una direzione qualunque.

Erano le nove e un quarto di un sabato di metà novembre e l’aria cominciava a farsi pungente. In maniche di camicia, l’onorevole Rota vagava disorientato per le vie di Trastevere e già gli pareva che l’ombra della comare secca cominciasse ad allungarsi malignamente su di lui. Forse si era attardato troppo prima di togliersi la giacca e il tarlo distruttore, abbattute le prime difese, era già arrivato alla camicia, alla maglia della salute o magari, ahimè, alla sua carne.

“Che fare?” si ripeté. Non poteva di certo denudarsi in pubblico e finire la serata in questura per atti contrari alla pubblica decenza, anziché a cena col ministro.

“A cena col ministro! Accidenti!” se l’era scordato: mancavano tre quarti d’ora all’appuntamento.

Vagando senza meta, era arrivato davanti all’ingresso dell’ospedale Regina Margherita. Quando se ne avvide, il cuore gli balzò in gola e una luce improvvisa squarciò le tenebre che l’avvolgevano.

“Ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima? Devo precipitarmi al pronto soccorso!”.

Trafelato, fece irruzione in ospedale. Almeno una dozzina di persone erano in attesa di soccorso: chi si contorceva per una colica renale, chi si reggeva un braccio fasciato con bende di fortuna inzuppate di sangue, chi giaceva su una lurida lettiga senza dare segni di vita. Non aveva tempo da perdere, abbrancò il primo portantino che gli capitò a tiro e, cercando inutilmente la sua medaglietta di parlamentare, che aveva lasciato nella giacca assieme al portafoglio, alle chiavi di casa, al telefono cellulare e agli occhiali, lo apostrofò: “Sono l’onorevole Rota! si tratta di un’emergenza! devo essere visitato immediatamente!”

Il portantino, abituato a vederne e a sentirne di tutti i colori, non fece una piega e, staccandosi di dosso l’artiglio con cui l’onorevole l’aveva ghermito, gli rispose flemmaticamente: “Va be’, nun se preoccupi onoré, se metta a sede che mo ce penzo io”.

Passavano i minuti e la sua situazione si faceva sempre più insostenibile. L’onorevole, senza ulteriore indugio, prese l’iniziativa e si introdusse in uno degli ambulatori, dove un medico di colore era intento a fasciare la gamba piagata di un barbone ubriaco.

“Chi è lei? chi l’ha fatta entrare?” lo redarguì aspramente il negro.

“Sono l’onorevole Rota! si tratta di un’emergenza! devo essere visitato immediatamente!”.

“E io so’ l’onorevole Andreotti!” gli rispose sghignazzando il barbone ubriaco.

“Sta’ bono, Ferrù!” disse il negro e poi, rivolto all’esterrefatto onorevole: “Non mi importa chi è lei, qui non si fanno favoritismi, aspetti il suo turno come gli altri e non si permetta più di importunarmi mentre lavoro!”.

“Maleducato!” aggiunse Ferrù ridacchiando.

Come si permettevano quel cannibale e quel relitto umano di impartire lezioni a un deputato al parlamento? L’onorevole Rota ebbe l’impressione di trovarsi nel più lurido ospedale africano e si sentì quasi mancare. Uscì dalla stanza e si accasciò senza speranza su una panca della sala d’attesa.

Mentre era sul punto di sciogliersi in lacrime, gli apparve il volto familiare del professor Brambilla. Fu come udire gli squilli della carica quando le giacche blu, quasi sopraffatte dai pellerossa, vengono salvate in extremis dall’arrivo dei nostri.

“Onorevole, che ci fa qui?” gli chiese sorpreso il professore.

“E’ Dio che la manda! sono in una situazione tragica!”.

“Si accomodi nel mio studio” gli rispose, prendendolo amichevolmente sotto braccio.

I poveri cristi che rimanevano in attesa, reggendo l’anima coi denti, si guardarono in faccia e non ebbero bisogno di parole per comunicarsi i loro pensieri.

Alle dieci meno un quarto, riverito dal professor Brambilla, l’onorevole Rota lasciava raggiante quel luogo, nel quale si augurava di non dover mai più rimettere piede. Il luminare, nei confronti del quale nutriva una illimitata fiducia e che militava nel suo stesso partito, lo aveva convinto che non correva alcun pericolo: si era trattato soltanto di un attacco di ipocondria acuta e sarebbe potuto benissimo andare a recuperare la sua giacca e rimettersela addosso senza temere contagio di sorta.

Per ogni evenienza, gli aveva dato in prestito il suo elegantissimo blazer di cachemire che, avendo i due la medesima taglia, gli stava a pennello. Ma soprattutto gli aveva giurato che avrebbe fatto pagar cara al cannibale la sua condotta indegna.

Il primo gesto che fece, guadagnata l’uscita, fu quello di infilare nel taschino il fazzoletto verde. Quasi con le lacrime agli occhi, ripensò ai momenti in cui, quando frequentava la scuola di cavalleria di Pinerolo, assisteva insieme ai suoi commilitoni alla cerimonia dell’alzabandiera.

Riconquistata la fiducia nella vita e la sua dignità padana, rimaneva da risolvere il problema dei preziosi oggetti che, insieme alla sventurata giacca, aveva gettato tra i rifiuti. Con passo baldanzoso, ritornò sul luogo del misfatto, che era assai vicino al ristorante dove avrebbe dovuto cenare col ministro. Se le cose fossero andate per il verso giusto sarebbe arrivato in perfetto orario e, soprattutto, con le sue cose in tasca.

Quando giunse sul posto, vide la zingara responsabile dell’attentato alla sua vita che si pavoneggiava con indosso la giacca di grisaglia.

“Dagli al ladro! al ladro!” urlò con quanto fiato aveva in gola e quella, veloce come una lepre, si dileguò tra la marmaglia, ormai padrona assoluta della piazza. In quella corte dei miracoli non c’era più speranza di ritrovare né lei, né la giacca né le altre cose.

Pazienza! Cos’era, del resto, una giacca. L’importante era aver salvato la vita e l’onore. Il blazer del professor Brambilla, poi, gli stava proprio a pennello.

L’onorevole Rota arrivò al ristorante alle dieci in punto e il ministro lo raggiunse appena un minuto dopo.

“Ciao caro! Come va?” gli disse stringendogli calorosamente la mano.

“Potrebbe andar meglio, se non ci fossero in giro questi maledetti zingari! Poco fa una di loro mi ha rubato il portafoglio”.

“Bastardi!” ringhiò il ministro con una smorfia di disgusto. “Anche se li prendono, poi, ci pensano i nostri magistrati a rimetterli subito in circolazione”.

Federico Bernardini

Illustrazione: Mendicante, fonte http://it.wikiquote.org/wiki/File:Woman_beggar.jpg

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