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La pigione del mese di febbraio si era abbattuta sul suo conto in banca come un colpo di misericordia nel petto di un cavaliere agonizzante. Era alla bancarotta e dopo aver preso in esame varie soluzioni gli parve che l’una fosse peggiore dell’altra.

Se fosse stato un gentiluomo d’altri tempi, avrebbe potuto risolvere il problema facendosi saltare elegantemente le cervella, come il padre di Jacobo Arbenz Guzmàn, che l’aveva fatto in modo talmente elegante da suscitare la sua ammirazione.

Arbenz Guzmàn, come si evince dal suo primo cognome, era di origine svizzera e dal ’51 al ’54 fu presidente della repubblica del Guatemala. Prima di darsi alla carriera politica, come accade sovente nei paesi dell’America Latina, era stato un ufficiale dell’esercito e precisamente colonnello di artiglieria, espertissimo dunque nell’uso delle armi da fuoco.

Un bel giorno suo padre, un industriale fallito, con l’aria di chi volesse togliersi un’innocua e bizzarra curiosità, gli chiese quale fosse il sistema più sicuro per farsi saltare le cervella. E Jacobo, senza essere sfiorato neanche dall’ombra di un sospetto, gli rispose: -Bisogna riempirsi la bocca d’acqua e infilarci la canna della pistola rivolta verso l’alto. Poi basta premere il grilletto e il giuoco è fatto, ti esplode il cervello. Impossibile lasciare il lavoro a metà-.

Poco dopo il padre seguì con successo il suo consiglio, apportando però, come si conveniva a un gentiluomo del suo stampo, una lieve ma fondamentale modifica: anziché riempirsi la bocca d’acqua, se la riempì di champagne.

Marcello, benché avesse a sua volta riflettuto a lungo su quale fosse il sistema migliore per andarsene all’altro mondo di propria iniziativa, non aveva mai preso in seria considerazione l’idea del suicidio,  perché  se aveva  paura di vivere  ne aveva ancor più di morire. E comunque non si sarebbe sparato in bocca, per evitare a chi avesse rinvenuto il suo cadavere l’incresciosa visione delle sue cervella spiaccicate sul soffitto.

Un’altra ragione, oltre al terrore della morte, gli avrebbe impedito di compiere un gesto così irreparabile: i suicidi lasciano sempre, in coloro che restano, strazianti sensi di colpa. Lo sapeva benissimo da quando aveva visto il suo amico Ignazio appeso a una corda comprata con gli ultimi spiccioli, dopo che gli avevano staccato la corrente. Conservava i disegni che gli aveva lasciato come sacre reliquie e, ogni volta che li guardava, le lacrime rimanevano pietrificate nei suoi occhi, come il giorno in cui l’aveva visto morto.

Quasi dieci anni erano trascorsi e tra poco i suoi resti sarebbero finiti nell’ossario e si sarebbero confusi con quelli di tanti altri che, forse, non avevano lasciato neanche un rimpianto. Anche il suo nome, inciso sulla lapide pagata con la colletta degli amici come il suo funerale, sarebbe stato spezzato, ridotto in polvere e poi dimenticato da tutti e quel giorno Ignazio sarebbe morto per la seconda volta e per sempre.

Se avesse potuto, gli avrebbe comprato uno di quei piccoli loculi dove vanno a finire le ossa dei poveri, in quegli immensi alveari dei cimiteri di città. Ma a cosa sarebbe servito? La sua seconda ed eterna morte sarebbe stata soltanto rimandata di un poco. E anche i mausolei degli uomini illustri, fra cento, mille o fors’anche diecimila anni, saranno spezzati, ridotti in polvere e poi dimenticati come il nome di Ignazio e, una volta dimenticati, sarà come se gli uomini in essi sepolti non fossero mai esistiti. E quando la nostra razza e il sole e la terra saranno spenti, il tutto si mescolerà in forme nuove e vergini di memoria. E se anche un giorno   una razza nuova e inconcepibile   potesse rinvenire  negli abissi del tempo una memoria segreta, che conservasse ogni nostro povero gesto e ogni nostro povero pensiero, come ci giudicherebbe? Persino la nostra opera più sublime potrebbe apparire, a quegli esseri nuovi, meno significativa di quanto a noi appaia il movimento di un’ameba.

L’idea che alla dissoluzione della materia potesse scampare quell’araba fenice che chiamiamo anima, avrebbe certamente illuminato quella tetra visione meccanicistica con la luce della speranza, avrebbe certamente dato a quei piccoli gesti e a quei piccoli pensieri una ragione. Ma gli appariva talmente remota e talmente inafferrabile da non meritare alcun tentativo di comprensione. Rimaneva una disperata speranza, confinata ai margini estremi del possibile.

Che importanza aveva dunque la sua piccola casa, la sua piccola pigione, la sua piccola vita di fronte all’ineluttabilità del nulla?

Non c’è altro che vivere, vivere perché siamo costretti a farlo e non potendo trovare una ragione assoluta, è indispensabile trovarne una relativa, entro i nostri esigui confini.

E quella ragione, per Marcello, era vivere almeno un giorno di vita perfetta.

Non potendo sperare di vincere la guerra, doveva provare a vincere almeno quella battaglia, che non gli avrebbe procurato né onori né gloria ma dopo la quale avrebbe potuto affrontare la prova risolutiva col sorriso sulle labbra, con la dignità di un eroe greco di fronte agli dei indifferenti e capricciosi o come il maggiore Giovanni Drogo che, dopo aver sprecato la sua vita nell’inutile attesa dei Tartari, rinnovata ogni giorno e ogni giorno frustrata, ritrova se stesso nella solitudine dell’ora estrema “dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una  brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride”.

Federico Bernardini

Illustrazione: “Il Trionfo della Morte” –  Palazzo Abatellis, Palermo, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Palermo-trionfo-della-morte-bjs.jpg

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