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Era quasi l’ora di chiusura; ero stanchissima, tutto il giorno in piedi dietro il banco vendita e in andirivieni tra vetrina e clienti, prendere scatole di scarpe, chinarmi a farle indossare al cliente, cassa, magazzino, non ne potevo più, non vedevo l’ora di abbassare le serrande del negozio e tornare a casa. Abitavo lì di fronte, cinque minuti e sarei stata sul mio divano ad elle.

Uno sguardo all’orologio, mancavano dieci minuti alla chiusura, “Ancora poco”, pensai con sollievo. Sollevai gli occhi dalle lancette… e lo vidi.

Era fermo davanti alla vetrina, osservava le calzature con aria noncurante, doveva essere sui quarant’anni, ma con un’aria molto giovanile, quasi un ragazzo, jeans e maglione, moro, un’aria pensierosa, un po’ sorridente e ironica; sperai non entrasse, ero troppo stanca.

Indugiava, si scostò un attimo sul marciapiede, lo seguii con lo sguardo, osservavo i suoi movimenti, era indeciso e tentennante.

Poi si avvicinò alla porta a vetri e la aprì con improvvisa decisione. Venne verso il banco con flemma, un fare tra il sicuro e il sornione; mi guardò dritto in viso, penetranti occhi scuri, e mi chiese di provare una scarpa esposta in vetrina.

Gli chiesi di accomodarsi sulla sedia-prova, uscii di dietro il banco e per un attimo incrociammo i nostri sguardi. Occhi indagatori e attentissimi, mi parve timido e perplesso, come se si scusasse per l’ora tarda. Andando a prendere le scarpe dal magazzino lo sfiorai quasi e ne annusai la fragranza, un misto lieve di dopobarba e tabacco.

Andai a prendere la scarpa che mi aveva indicato; sentii i suoi occhi seguirmi, speravo non si notasse molto la gonna sgualcita che mi fasciava il sedere. Tornata dal magazzino lo trovai seduto, gambe leggermente divaricate, un’aria distesa come se gli piacesse farsi servire, un fare timido e discreto, quasi da ragazzo, un po’ impacciato.

Avvertii una improvvisa tenerezza, il sottile fascino dell’uomo timido mi prendeva sempre.

Mi chinai tra le sue gambe, quasi mi inginocchiai; il gesto, che pur facevo sempre coi clienti, mi sembrò pieno di un’intimità particolare e mi imbarazzò un po’ dandomi allo stesso tempo una sorta di sottile emozione eccitante. Allacciandogli la scarpa al piede mi accorsi che la mia camicetta si era un po’ sbottonata e gli occhi di lui indugiavano sul seno che si intravedeva abbondante e traboccava dal reggiseno di pizzo nero. Mi eccitava pensare ai suoi occhi sopra di me e indugiai alquanto in quella posizione, in ginocchio ai suoi piedi…

Alla cassa, i suoi occhi parlavano da soli, sembrava volessero accarezzare i miei fianchi con lo sguardo e quando mi porse la carta di credito, pose tra le mie mani il suo biglietto da visita.

Lo guardai uscire e sorrisi pensando:  “Beh… davvero affascinante, un misto di dolcezza e audacia, un ragazzo che si da aria da uomo vissuto”.

Due sere dopo, sola a casa dopo la giornata di lavoro, vagavo coi miei pensieri persi nel vuoto e gli occhi mi caddero sul suo biglietto da visita, appoggiato vicino al telefono; agii d’istinto, lo chiamai. Quando mi rispose ne sentii la voce un po’ emozionata, all’inizio quasi balbettava.

Mi invitò a cena per il sabato, voleva mostrarmi come aveva abbinato le scarpe al resto dell’abbigliamento. Sorrisi divertita e accettai, mi incuriosiva quell’audacia quasi adolescenziale e goffa che mascherava la timidezza.

Il sabato sera mi vestii con cura, mi piaceva spiazzare i corteggiatori, e non conoscendo i suoi gusti mi limitai a un velo di trucco e a un accenno di rossetto rubino intonato alla camicetta. Scelsi una gonna nera in pelle le cui frange avvolgevano le cosce già abbronzate e l’impermeabile nero che, lo sapevo, mi dava un’aria misteriosa e inquietante.

Legai i capelli lunghissimi con un foulard fucsia e indossai le scarpette con i lacci che si intrecciavano sui polpacci.

Mi aspettava, trepidante, alla porta del locale, elegantissimo nella sua semplicità in grigio, col gilè sotto la giacca, cosa che mi piace moltissimo, la barba di tre giorni sulla pelle bruna del viso e i capelli a spazzola un po’ disordinati, che accentuavano l’aria giovanile dell’insieme. Aveva tra le mani un rosa rossa dal gambo lunghissimo; me la porse mentre, salutandomi, mi sfiorò la mano con le labbra… ed io sfiorai con le mie la rosa.

A tavola parlammo del più e del meno, non era molto loquace, mi ascoltava attento e poi esplodeva in lunghe frasi, dette di getto, come un ragazzino.

Ero molto rilassata, a mio agio e un po’ bonariamente divertita; mi piaceva quella sua timidezza mal celata, indugiava con gli occhi sulla mia abbondante scollatura e poi veloce distoglieva lo sguardo, come un ragazzino colto in fallo.

Dopo cena chiese un rum; volli assaggiarlo anch’io, dal suo bicchiere, e posai le labbra dove le aveva posate lui. Vidi i suoi occhi accendersi.

Uscimmo dal locale che era notte inoltrata, l’aria tiepida e invitante. Decidemmo per una passeggiata in macchina; mi sedetti al suo fianco dopo aver messo la rosa sul sedile posteriore, perché non si sciupasse. Guidava piano e assorto, ci fermammo in un’altura alberata, tutta la città ai nostri piedi.

Mi raccontava della sua casa, del suo giardino con il grande carrubo… dei suoi fiori che amava curare personalmente.

Poi, improvvisamente, mi prese la mano e la portò alle labbra.

Il gesto repentino mi face trasalire, il contatto della sua bocca all’interno del polso mi diede un sottile brivido di piacere e strinsi con forza la sua mano portandomela sul collo.

Si avvicinò e mi sfiorò le labbra con le sue in un bacio lieve, sfiorato e tenero e io dischiusi la bocca sotto la sua.

Provai un senso improvviso di piacevole vertigine, il suo dirompere mi aveva preso in contropiede e mi aveva sconvolta, assaporavo quella bocca e il suo tenue aroma di rum e tabacco, ne ero stordita; mi abbandonavo alle sue carezze, alle sue mani che scostavano la camicetta e mi scompigliavano i capelli e cercavano la mia pelle sotto le vesti; attraverso la stoffa ne sentivo il calore sui capezzoli ormai duri per l’eccitazione.

L’impeto fu istantaneo, mi stringeva forte attirandomi a sé, le sue labbra aperte erano voraci sulla mia bocca e poi sul collo, sull‘attaccatura del seno, baci sempre più audaci e la sua bocca sempre più avida.

Volevo il calore del suo corpo, gli infilai la mano sotto la camicia per sentire i muscoli del suo torace, sodi e duri sotto le mie mani; lo accarezzai tutto quasi con rabbia, volevo affondare le unghie sulla carne, l’eccitazione stava assumendo proporzioni gigantesche, sentivo il mio sesso bagnarsi e aprirsi, mentre le sue mani scivolavano sotto le culottes.

Mi era addosso, attraverso i calzoni di lino sentivo il suo organo erto e prepotente contro il mio ventre… divaricai appena le gambe… le luci della città vicina… l’odore dell’asfalto… il chiuso dell’abitacolo della macchina… i sedili in pelle ruvidi… i nostri corpi contorti… la rosa che appassiva…

Volevo il mio divano ad elle…

Mormorai con voce roca: “Non qui, andiamo a casa”.

Guidava attentissimo, il viso teso per l’ansia; la sua mano destra sulle culottes mi imprigionava l’inguine in una sorta di misterioso possesso.

Scendendo dalla macchina barcollavo quasi; presi la rosa, era ancora fresca, vi appoggiai le labbra…

Lui mi cingeva per la vita, mi guidò al portone, l’insegna del negozio di scarpe era lì di fronte e ancora accesa… non so chi aprì la porta, se io o lui… non ricordo… ricordo solo il divano a elle dove posai la rosa…Fu una valanga, mi venne immediatamente addosso con furia, schiacciandomi contro il muro, mi baciava tutto il viso con avidità, mi stringeva forte imprigionandomi, la sua bocca scese sul collo; un gesto deciso e fece scivolare la mia camicetta, strappò il reggiseno… e le sue labbra sui miei capezzoli eccitatissimi e turgidi mi facevano impazzire, gli arruffavo i capelli come una forsennata, rispondevo ai suoi baci leccando la sua bocca, lo volevo, volevo la sua pelle, il calore del suo corpo, il suo sapore

Mi chinai, mi inginocchiai davanti a lui… i calzoni di lino afflosciati in terra, i muscoli delle sue cosce sotto le mie mani… e il profumo intenso del suo sesso che mi stordiva…

Lo presi tra le labbra, lo assaporai a lungo, sentivo la sua eccitazione come un fluire nella mia bocca, lo leccavo avida e assetata tenendolo tra mani, lo sentivo prepotente e feroce dimenarsi mentre le mani di lui mi afferravano i capelli e mi inchiodavano al muro… il foulard giaceva in terra assieme al reggiseno. Ero eccitatissima, la sua forza mi piaceva da impazzire, sentivo il contrarsi del mio sesso sotto la spinta dei brividi che mi arrivavo da dietro i lombi, ero bagnatissima, affondavo le mie mani nelle sue natiche, stringevo forte e lo leccavo ovunque, sembrava volessi mangiarlo. Affamata.

E più stringevo i suoi muscoli sodi con le mani, più lui affondava il suo sesso nella mia bocca quasi con rabbia… affondai le unghie nelle sue natiche contratte, il mio sesso aperto urlava e pulsava, mi staccai un attimo da lui e lo afferrai ai fianchi trascinandolo su di me. Strisciammo, quasi, sino al divano… i nostri corpi ansimanti e nudi… la sua camicia ammucchiata con le mie culottes sul tappeto… le mie gambe divaricate in uno spasmodico desiderio della sua bocca… le mie mani sui suoi capelli per attrarlo su di me… le sue dita che si intrufolano, mi esplorano e mi aprono decise… le sue labbra calde che sfiorano la pelle… l’interno delle mie cosce aperte… il mio ventre che si offre… il corpo che si inarca… il mio sesso bagnato che implora… la sua bocca che beve… i fremiti dei lombi… le luci di fuori… la tenerezza dei baci… l’intimità dei gesti… la foga … la rabbia… la schiena inarcata… la pelle che pulsa… la rosa adagiata lì accanto… i brividi osceni… i capelli arruffati… le mani serrate sul viso… e il canto del mare… le onde arrivare… la sabbia bagnata… le luci lontane… la sua lingua che batte… la bocca assetata… il cerchio si allarga… la pioggia… la rosa… l’acqua del mare… stormire di foglie… fruscio del vento… le fronde scomposte… i sussulti del corpo… la voce del bosco…

Venni, in una spasmodica contrazione e in una serie infinita di sussulti.

I brividi si chiusero a cerchio lì, sotto la sua bocca umida, in un pulsare di fremiti e muscoli vibranti… urlai senza pudore… strappavo i suoi capelli a spazzola e tenevo il suo viso sul mio grembo, la sua barba ruvida sulla pelle del ventre, volevo ne ascoltasse il fremere e il placarsi…

Avevo la bocca semiaperta, l’ansimare scemava appena, ascoltavo il cessare dei fremiti e il sesso che pulsava ancora, i nostri corpi sudati e con lo stesso calore; lui si mosse senza lasciarmi, mi serrava le natiche e mi teneva forte contro la sua bocca caldissima, lo sentii allungare le gambe verso il mio viso, e ancora le sue labbra bagnate a raccogliere gocce e le sue dita forti sul solco, come aratro che fende… mi penetrò con le mani adunche, lanciai un urlo di dolore e piacere… e il suo sapore in gola… il fluire del seme.. .. la piena del fiume…

Annegavo cosparsa di lui, il viso inondato e il ventre fremente…

E ancora ascoltavo l’onda dell’ansia e dell’attesa… quel senso di vuoto, il baratro che si apriva al contato delle sue labbra, la mucosa copiosa che urlava…

Mi venne ancora più vicino, con improvvisa delicatezza mi accarezzava le cosce e ne leccava i contorni, un cucciolo che ha sete e beve alla fonte…

Mi penetrò piano, con dolcissima lentezza, esplorando ogni millimetro della mia pelle, scivolando nel tunnel aperto come neve nel pendio… gli occhi accesi e lucenti…

Scivolò via da me… piano. . . e mi baciò le mani…

Mi prese di scatto per i fianchi e mi voltò, vidi solo un attimo il bagliore dei suoi occhi, il membro impazzito dal turgore… mi colpì con forza la natica destra… e ancora schiaffi… le sue mani che mi aprivano… la mia schiena inarcata… il desiderio animalesco che mi invadeva la carne… il piacere del male…

Sentii la sua bocca come fornace… un tizzone acceso nel forno… mi divaricò prepotente… lo sentivo… lo vivevo… vivevo la sua passione rabbiosa… la piena che rompe gli argini… mi colpì ancora… mi penetrò con forza… mi sentii dilaniare un attimo e poi… il piacere come una marea improvvisa… un uragano nelle mie carni aperte… e urlai…

Non parlava, era come assorto in un rito.

Prese le mie mani e sollevandomi le braccia legò col foulard i miei polsi alla sponda del divano…

Si muoveva piano attorno a me, quasi non volesse disturbarmi…

Fece ordine dei vestiti, appaiò le sue e mie scarpe coi laccetti, che sfilò, e ancora mi venne vicino…

Con dolcezza infinita mi divaricò le gambe, sfiorandomi appena, come se non volesse toccarmi…

Mi legò le caviglie con i laccetti delle scarpe all’altro bracciolo del divano, e mi coprì il seno coi capelli…

Si chinò su di me, sulle mie gambe che aveva tenuto ben spalancate e mi aprì il sesso con le mani, ci alitò sopra, mi sentii invadere da una eccitazione paurosa, la posa in cui ero… i suoi occhi addosso… io, legata, e sconcia…

Si sedette vicino a me, senza toccarmi, e prese la rosa… il bocciolo ancora fresco e turgido…

Mi sfiorò il ventre coi petali, disegnava il mio corpo come con un pennello, il bocciolo che giocava sui capezzoli mi faceva impazzire… percorreva i fianchi… risaliva sul seno… scendeva sull’interno delle cosce… si portava la rosa alle labbra… la bagnava…. e ancora un disegno, il mio sesso aperto e fremente… io legata… con voglia di baci… toccare… afferrare…. e la rosa che scorre…

Mi percorreva tutta.

Si fermò sul clitoride aguzzo e pulsante, lo accarezzava con i petali, stavo impazzendo dal desiderio, volevo toccarlo, volevo sciogliermi, la rosa bagnata mi stava facendo uscire di testa, urlai… fai qualcosa… non ne posso più… mi guardava tenero e attento… mi faceva segno di… shhhhh… zitta… sei mia…

E guardava la mia eccitazione sempre più imponente, ero bagnatissima… eccitata come non mai… la rosa ancora vagava… i suoi occhi su di me che imploravo… le braccia appese e legate… le cosce bagnate…

Mi dimenavo quel tanto che i lacci permettevano, percorsa da fremiti di ansia e desiderio assurdo… Urlai… l’eccitazione aveva raggiunto proporzioni insostenibili… lo supplicavo di toccarmi, di possedermi… qualsiasi cosa ma non quella tortura…

Un attimo eterno… mille attimi di spasimi… baciò la rosa e la depose in terra, si chinò sul mio sesso per raccogliermi…

Strinse il clitoride tra le labbra, e urlai con tutte le mie forze, un orgasmo imperioso… il corpo dilaniato da brividi e sussulti… il sangue pulsante… il cervello in fiamme…

Mi penetrò come un tronco sulla sabbia bagnata, sentii il suo seme come un fiume nel mare e i sussulti del suo corpo all’unisono col mio.

Si abbandonò sopra di me.

Sollevò un braccio e sciolse il foulard…

Gli accarezzai i capelli… e la mano appoggiata sul mio seno.

Rosmunda

Fonte illustrazione: http://xgigiusx.giovani.it/mese/2008-10

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