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Ne sentiva il galoppo da lontano, ormai l’avrebbe distinto tra mille cavalli; era il “suo” cavallo, un purosangue inglese, sauro, bello da togliere il fiato nella maestosità e nel vigore dei suoi quasi otto anni.

“Suo”, sì, lo sentiva suo; lo aveva sentito suo appena gli era andato vicino e ne aveva sentito il calore, lì, nel maneggio del Signor Conte.

Era il cavallo della Contessina Delia, la bellissima e sprezzante figlia del Conte, ma lui, sì, lui, proprio lui, Davide, lo stalliere al servizio del Conte, ne era il vero “proprietario”, perché lui lo aveva allevato, accudito, curato, domato, e montato.

Era proprietà della Contessina, ma era lui, Davide, che lo conosceva, che capiva quando il cavallo aveva fame o sete, o stava bene o male; era lui, Davide, che lo lisciava, lo coccolava, lo preparava per l’uscita o per la notte; era lui, Davide, sì, proprio lui, il servo, che cavalcava il purosangue per allenarlo e tenerlo in forma ed era sempre lui che sapeva come trattarlo e come amarlo.

Si chiamava Ares e quando lo chiamava gli sembrava di pronunciare una parola magica.

Il Conte aveva fatto costruire vicino alla villa una sorta di dependance, con due stanze d’abitazione per lo stalliere; attigua al piccolo appartamento c’era la bella stalla con i box per i cavalli e, affianco, il maneggio.

Davide viveva lì, più nella stalla che nelle stanze; non gli dispiaceva la solitudine e poi con i cavalli, quello del Conte, quello della Contessa e il giovane purosangue, la solitudine non esisteva.

Era molto grato al Conte, che lo trattava con signorile cortesia, paterno quasi, e lo aveva accolto al suo servizio strappandolo al destino di servo pastore, alle dipendenze di un padrone cui nulla doveva se non rimproveri e cattiverie; era stata una liberazione, per il giovane Davide, lasciare quello stazzo dove aveva vissuto e stretto i denti da quando, ancora quasi bambino, aveva dovuto badare a se stesso e lasciare la misera casa paterna.

Ora, al servizio del Conte, tutto era bello e felice; i cavalli erano stati sempre la sua passione, cavalcava da quando era bambino e ne conosceva tutti i segreti; passava il tempo a curare i cavalli del Conte in maniera quasi maniacale, in quella bella stalla che teneva sempre pulita e che sapeva di fresco e profumava di biada e paglia.

Talvolta, la sera, si recava in paese, poche ore, giusto per vedere i suoi o giocare con qualche bella amica compiacente; ma aveva sempre fretta di rientrare e stare fra le sue cose, i cavalli, gli attrezzi, i suoi piccoli lavori.

Spesso il Conte gli chiedeva di recarsi in villa per dare una mano al vecchio domestico in qualche lavoro pesante, o semplicemente per prendere un the; e in quelle occasioni Davide respirava l’aria pulita dell’eleganza e dell’agiatezza.

La signora Contessa lo trattava con amorevole affabilità, e spesso il Conte gli offriva uno dei suoi pregiati sigari.

La Contessina non partecipava quasi mai, spesso era rinchiusa nella sua camera o, più spesso, vagava in solitudine nel vasto parco, sempre con la sua aria imbronciata e altezzosa.

L’aveva vista per la prima volta al maneggio, pochi minuti, e poi nel salotto della villa, bella da far paura, dritta e fiera nel suo atteggiamento di superbia. Sapeva di essere bella, eccome se lo sapeva, bella in tutta l’esuberanza della sua piena femminilità.

Doveva avere circa trentacinque anni, e spesso il Conte si era lamentato di questa figlia poco intenzionata a maritarsi, che rifiutava, scontrosa, corteggiatori e richieste.

Delia sapeva anche di piacere, e molto, a quel giovane servo che il padre aveva raccattato in qualche campagna; giovane, sì, forse meno di trent’anni, e si divertiva a fissarlo negli occhi con aria provocatoria, godendo del fremito di lui a stento contenuto. Ma non  riusciva a fargli abbassare lo sguardo e allora si allontanava rabbiosa, passandogli accanto per fargli sentire il suo profumo.

Non perdeva l’occasione per umiliarlo, o rimproverarlo per mancanze inesistenti e lo guardava con aria di sfida, con i suoi occhi metallici.

Arrivava alla stalla e lo chiamava sbraitando, reclamando il suo cavallo; di solito indossava la tenuta da cavallerizza, con i calzoni aderentissimi, e scarpette normali. Teneva gli stivali nella stalla e li indossava solo per cavalcare.

Si faceva aiutare dallo stalliere; lo stivale – diceva – era troppo stretto, e a lei non veniva bene infilarci la gamba.

Poi, senza dire altro, si sedeva su una panca vicina al mucchio di fieno e allungava le gambe; bastava questo a far capire allo stalliere cosa aspettava.

Davide, al suo cenno autoritario, sentiva un brivido correre lungo la schiena, non sapeva se era rabbia o piacere; si chinava verso i piedi della donna per toglierle la scarpa e liberava il piedino, incredibilmente minuto, grazioso e morbido, in contrasto col resto del corpo rigido e fiero pur nella sua minuta gracilità.

Attraverso la leggera calza sentiva il calore della pelle levigata e ne aspirava il tenue profumo; poi, con religiosa attenzione, guidava il piedino all’interno dello stivale, stendendo la calzatura sino al ginocchio e allacciando bene il gambale sopra il polpaccio.

Era un rito, ormai, e Davide si attardava meticolosamente, lisciando il cuoio lucidissimo degli stivali, incurante dell’impazienza della Contessina.

“Gli stivali devono essere ben stretti e tesi, non devono infastidire Ares!”

“Basta con queste attenzioni esasperanti!” La voce della Contessina era tesa e irritata “non posso stare tanto tempo qui, in questa stalla puzzolente!”

“ Contessina, la stalla profuma solo di buono…”.

Davide ormai si adagiava su quel tono aspro, provando quasi un piacere animalesco, e si lasciava cullare da quella voce decisa e imperiosa di donna altezzosa e fiera; spesso, non visto, la osservava e ne coglieva il velo di tristezza che la avvolgeva quando, sapendo di essere sola, vagava nel parco, morbida e assente.

Era una brava cavallerizza, sapeva come condurre Ares, anche se spesso lo affaticava troppo, e Davide la invitava a essere meno esigente col giovane purosangue, ricevendone sempre commenti sgarbati e sguardi severi.

La guardava cavalcare con la leggerezza di una farfalla, sino a che scompariva tra gli alberi della foresta, e sentiva una sorta di sofferenza nel corpo di lei che fluttuava sul dorso del cavallo, assecondandone le movenze; spesso cavalcava a pelo, in perfetta sintonia con l’animale, abbandonata a un languore malinconico.

Al rientro dalla cavalcata, Davide si occupava di Ares, ricoverandolo frettolosamente nel box dopo una rapida rinfrescata, e subito doveva togliere gli stivali alla donna che aspettava, nervosa, seduta sulla panca.

Talora la Contessina indossava una lunga e ampia gonna e Davide affrettava il rito degli stivali, stordito dal profumo alla lavanda delle vesti e indovinando una punta di irrequietezza in quelle gambe avvolte dal sottile velo della calza.

Quando la donna si avviava alla villa, Davide non sapeva se ne era felice o nostalgico, ma era libero di dedicarsi ad Ares, che dopo la corsa aveva bisogno di cure: puliva gli zoccoli, lo asciugava con la spugna e poi spazzolava con cura, minuziosamente, coda e criniera, prima di passare su tutto il corpo il panno col lucidante.

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Anche quel pomeriggio la Contessina era venuta al maneggio, pretendendo, con la sua voce dura, il cavallo.

Davide strinse i pugni per contrastare il fremito che lo prendeva al suono della voce perentoria della donna; andò nel box per prendere Ares e lo tenne vicino per sellarlo ma la Contessina lo fermò:

“No, niente sella, oggi cavalco a pelo; niente staffe, aiutami a montarlo!”

Era capitato altre volte, e il ragazzo intrecciò le dita delle mani affinché la donna potesse mettervi il piede e issarsi sul cavallo, tenendosi in equilibrio aggrappata con le braccia al collo di lui.

La donna si attardò nel gesto, la mano sulla calda pelle dello stalliere, sino a che la lunga gonna avvolse la groppa come un manto e il profumo dei lunghi capelli della donna si mischiò al profumo del vento.

Davide ne fu stordito e guardò la Contessina che lanciò subito il cavallo al galoppo, il frustino in mano; il ragazzo sapeva che non lo avrebbe mai usato sulla pelle dell’animale, ma al suo sibilare nell’aria, sentì una dolorosa fitta e un brivido di piacere.

Il temporale era arrivato all’improvviso, e Davide l’aveva sentito dalla stalla; era corso fuori e subito aveva pensato ad Ares sotto il diluvio. Ne sentiva il galoppo, ancora lontano, ma al suo orecchio attento non era sfuggito che qualcosa non andava, c’era un non so che di ritmo sfalsato e non armonioso; il suo Ares era la perfezione, qualcosa lo disturbava, e pioveva molto, lampi e tuoni scuotevano l’aria.

Aspettò sull’uscio di vederlo rientrare, ormai il battere degli zoccoli al galoppo era vicino, e poi li vide, Ares e la Contessina erano un unico corpo quasi impazzito.

Il ragazzo strinse i pugni, il cavallo zoppicava e correva furioso e disperato, ma perché la Contessina non lo frenava?

La rabbia arrivò come uno scudiscio in pieno viso, rabbia, odio e voglia di distruggere quella donna che lo faceva sussultare con quegli occhi taglienti.

Appena furono vicini, Davide afferrò le redini di Ares ancora scalpitante e con decisione lo riportò al passo.

Il cavallo era fradicio di pioggia, tremava, forse era stato spaventato dai tuoni, e la donna aveva perso il controllo, da cui la lunga corsa al galoppo.

Prese la donna per la vita e bruscamente la fece sbalzare dalla groppa, mettendola in terra. Doveva accudire il purosangue, si poteva ammalare, e ancora tremava tutto.

Lo guidò verso la stalla, corse a prendere spugne e coperte per asciugarlo, lo accarezzava, gli parlava dolcemente, mentre la donna, arrivata a stento nella stalla, si era sdraiata sulla solita panca:

“Lascia stare il cavallo, lo vedi che sono grondante, vieni qua a togliermi gli stivali!”

“No, ora no!”  Davide si stupì della sua audacia ma la rabbia era tanta,  “ora devo calmare lui”.

“Come osi? Vieni qua immediatamente!” Fece sibilare il frustino che aveva ancora in mano… “sei solo un servo!”

“Oso, oso…” La tensione accumulata dal ragazzo non aveva più argini. “Oso perché il cavallo è “mio” e non devi gettarlo allo sbaraglio nella foresta, al galoppo e non devi innervosirlo, è stanco e spaventato, allo scoppiare del temporale dovevi fermarti trovando un riparo e poi calmarlo, senza lanciarlo all’impazzata”.

“Ma insomma!…”

Davide non l’ascoltava più, aveva dato persino del tu alla Contessina, avrebbe pagato caro quel comportamento, lei sicuramente avrebbe riferito al padre, lo avrebbero scacciato… sarebbe stato di nuovo un servo pastore, e anche adesso era un servo… ma nulla importava, importava solo Ares ; ormai era asciutto ma ancora lo accarezzava col panno e con la mano, gli parlava con dolcezza e pian piano il cavallo si calmava, non tremava più, e il ragazzo continuava a lisciare la lunga criniera con devozione.

Sentì una sorta di lamento ovattato, quando sollevò lo sguardo la vide, e trasalì: dritta e fiera sugli stivali bagnati, i lunghi capelli ancora grondanti, e gli occhi azzurri e metallici, la lunga veste abbandonata sulle gambe, e il frustino in mano.

La vide muoversi per avvicinarsi ed ebbe paura, una paura eccitante che gli toglieva il fiato; e accarezzò ancora, febbrilmente, la criniera di Ares.

Lei gli venne vicino lentamente, spavalda e decisa, quando si accostò i suoi occhi erano di fuoco, ma la mano che prese la sua era morbida e dolce.

“Sono bagnata anch’io…”

La voce aveva il sapore della pioggia, e guidò la mano di lui sui capelli umidi.

La sua gonna era una nuvola quando lei si scostò e si stese sul mucchio di fieno; il frustino era animato e la voce perentoria: “Vieni qua, toglimi gli stivali e asciugami!”

Un brivido, e Davide si inginocchiò ai suoi piedi e tra le sue vesti.

Lis  2013

Illustrazioni tratte da Google immagini

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