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(Copertina originale del manoscritto – “Mario Saragat”)

Grazie a Ines Saragat, nipote del protagonista di queste pagine, che a quell’evento partecipò in prima persona, abbiamo l’opportunità, dopo quasi ottant’anni, di riflettere su una pagina assai controversa della nostra storia recente, che ci viene presentata in forma di diario.

Un documento prezioso, che pubblichiamo in esclusiva, a puntate, per i lettori dell’Urlo.

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Felice Saragat con la sua inseparabile Guzzi 500

Gli aerei, anche loro, si abbassano mettendo in azione la mitragliatrice e tenendoci informati di tutto; alle ore 18 cessa in parte il fuoco dei Bersaglieri.

Le nostre perdite, rispetto a quelle nemiche, sono poche: per il momento, 13 morti e 63 feriti; ma sono tante perché i bersaglieri non avevano posizione.

Quelle nemiche sono circa 500. Cessato il fuoco si va di rastrellamento ma non bisogna andare troppo lontano per trovare i morti nemici; anch’io vado per curiosità, in terra è una seminatura di carne nera, il terreno è rosso dal sangue, diversi si trovano moribondi, e a colpi di calcio e calci li finiamo di uccidere (nessuna impressione fa a me il tormentarli).

In un piccolo burrone si vede uno che respira ancora, affannando; subito si corre per torturarlo, ma lui alza le nere braccia, e mentre stiamo per colpirlo un nostro ufficiale ordina che sia portato dal Sig. Colonnello e subito (a malincuore) si ubbidisce.

Qui l’interprete gli chiede cosa vuole, e lui risponde che vuol parlare, ma prima  medicarlo; ha tre ferite, una alla spalla che gli trafora il petto a sinistra, una pallottola gli trafora la natura da avanti in dietro, e una pallottola alla gamba.

Subito viene rappezzato alla meglio per poter parlare, e così il colonnello, per mezzo di uno sciumbasci, gli fa mille domande.

(Lui dice che sull’Amba Aradam il capo, ossia Ras  Mulughietà, è ferito, e gravemente, ed è scappato all’Amba Alagi. Dice che da vari mesi hanno chiesto rinforzo e viveri, e che sempre il Negus prometteva e mai adempiva, disse pure che sull’amba prima dell’azione erano ottantamila armati ma che sono rimasti in pochissimi).

Costui venne subito trasportato all’ospedale per guarirlo e così parlare meglio, e dopo fucilarlo.

Dei nostri, nessuno si cura più di niente, siamo senza mangiare e senza bere dal giorno prima; ma la situazione, benché il pericolo sia cessato, non ci dà voglia di pensare a questo; e solo alle 11 di notte ci danno il rancio.

La morte dei nostri ci ha addolorato, ma ci ha messo nel coraggio la vendetta, su tutti gli animi. Anche sull’amba il fuoco è diminuito, ma sempre si sente e si vede, poiché siamo a un chilometro di distanza.

Il giorno 16 prendiamo altre posizioni, più avanti di circa due chilometri, ossia a Antalò.

Qui il puzzo dei cadaveri abissini è insopportabile, benché siano già seppelliti; verso sera si scende giù nella valle con un gruppo di Bersaglieri perché vediamo una traccia di sangue.

Arrivati giù vediamo due uomini e un bambino nello spasimo della morte, e ne facciamo avvisati i superiori dopo che li abbiamo sfregiati a colpi e così uccisi.

La notte, alle 11, di nuovo ci attaccano, ma in pochi minuti sono scappati lasciando vari morti.

Ogni tanto richiediamo una salve di protezione ai nostri potenti 149.

La mattina seguente un gruppo di abissini, in lontananza, avanzano sui cavalli agitando bandiere bianche.

Condotti al comando vengono interpellati; rispondono che tutti quei paesi che sono avanti si vogliono arrendere; e così cinque o sei paesi, tra i quali Enda Micael, Mai Maeri e altri di cui non so il nome, sono nelle nostre mani, ma sono lontani da noi circa sei chilometri.

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Felice Saragat-in alto

( Io sono sempre in cerca di Felice quanto più mi è possibile; a mezzogiorno viene un motociclista e mi dice che il Comando della Div. Sabauda è lì vicino ma non sa il punto preciso).

E così, all’incerta, mi metto in cammino; ma dopo tutti gli sforzi possibili, con rammarico, rientro all’accampamento senza trovarlo.

L’indomani, con una scusa, chiedo il permesso al tenente il quale me lo concede fino alle 11 e 30; e così a mezzogiorno, dopo girare e girare, trovo Felice nel Comando Divisione Sabauda, ma subito vado via per la promessa fatta al tenente.

E subito, appena arrivato (perché era vicino circa due chilometri), mi presento dicendogli che ero di servizio.

Il tenente subito mi lasciò di nuovo andare; e così siamo rimasti fino alle cinque di sera assieme, è stata una serata di gioia ritrovarci in quei momenti, anche lui cercava sempre di me, ma invano, perché non sapeva che ero al 3° Bersaglieri. Al pari ero io che non sapevo a quale reparto era lui.

Ci raccontammo così la breve ma pericolosa situazione; anche lui aveva avanzato, dal giorno assieme a me, a poca distanza, e senza sapere l’uno dell’altro.

Ci salutammo, dopo avermi detto del suo investimento che per poco gli causava la morte, con la speranza di vederci l’indomani, perché dovevamo avanzare, e così rientrai. La notte la passammo svegli perché si erano sentiti dei colpi di fucile.

Alle 4 del mattino, il 19, partimmo, e tutte le truppe erano in marcia, per fortuna questa volta i muli ci presero il fardello. Alle 8 mi viene a trovare Felice e così il giorno abbiamo fatto venti chilometri quasi sempre assieme (ma lui in moto e io a piedi e per di più col cofano sulle spalle); lui mi voleva aiutare, ma era inutile, perché ogni mezz’ora c’era il collegamento.

La sua compagnia mi aiutava più che materialmente da non farmi sentire neppure il peso. Un paio di chilometri prima di arrivare a Micael, il posto di tappa, ci siamo dovuti separare.

Alle 14 circa siamo arrivati al punto destinato senza nessuna scaramuccia e senza vedere il nemico.

Nei paesi arresi, quando passavamo, ci facevano un’accoglienza che solo per un Re avrebbero fatto, ma una accoglienza tutta per conto loro perché noi non ci capivamo niente, specie le donne che facevano la loro fantasia cantando e ballando.

Ma noi non li ascoltavamo proprio, data la stanchezza che avevamo e per di più senza mangiare, e appena arrivati non si poteva dormire perché così erano gli ordini.

Alle 10 di notte il nostro tenente Mario Ara monta di servizio al ricercatore; alle 11, nella valle, ci attaccarono un gruppo di abissini, facendo credere di non aver compreso la resa. Il loro piano, abbastanza organizzato, ma negativa la riuscita.

Perché loro ci volevano trarre nel vallone, ma su, nella cresta dell’Amba Alagi, c’erano diecimila armati.

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Felice Saragat

Noi, scendendo giù per quel gruppetto, ci sarebbero venuti gli altri di sopra, e certo ci avrebbero crivellati tutti, ma il colonnello, capito il piano, non volle che nessuno si muovesse, e in tono amorevole ci disse:

“Lasciate che sparino, la nostra posizione è ottima; se credono, vengano ad attaccarci qui su, ma noi non scenderemo per nessun motivo”.

Verso la mezzanotte il fuoco nemico, aperto così per trucco, cessò.

Allora, nella prima vallata dell’Amba Alagi, quasi sulla cresta, si vide un immenso accampamento, poiché sembrava una città in piena illuminazione.

E per la notte tutto era calmo; ma gli occhi, i Bersaglieri, specie le avanguardie alle quali appartenevamo noi, non li chiusero un attimo.

Il mattino seguente, ossia il 20, non si vedeva ancora che una squadriglia, dietro nostra richiesta, venne a portare i confetti a quell’accampamento, facendo rovine e mettendoli in fuga.

Alle ore 9 ricevo il seguente Radiogramma:

“Rientrare Pattuglia completa perché ordine spostamento: il colonnello”.

Alle ore 12, una macchina si trovava al Com. Dv.  Sabauda.

Subito mi misi in cerca di Felice il quale, dopo qualche ora, Iddio volle di trovarlo in mezzo ai campi in una pianura, e così gli diedi la notizia. Lui subito venne al mio accampamento, lontano due chilometri circa, per aiutarmi a portare il fardello, e così  prese il cofano mio, e io presi il fardello (come pure per ricordo ci tirammo un paio di fotografie).

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Mario Saragat 

Le foto sono di proprietà di Ines Saragat

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