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(Copertina originale del manoscritto – “Mario Saragat”)

Grazie a Ines Saragat, nipote del protagonista di queste pagine, che a quell’evento partecipò in prima persona, abbiamo l’opportunità, dopo quasi ottant’anni, di riflettere su una pagina assai controversa della nostra storia recente, che ci viene presentata in forma di diario.

Un documento prezioso, che pubblichiamo in esclusiva, a puntate, per i lettori dell’Urlo.

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La mattina alle sei andiamo a stendere una linea telefonica; non si può passare, da per tutto ci sono cadaveri nostri e abissini, in una pianura troviamo i morti ascari che ce ne sono 800.

A mezzogiorno del 4 si parte di nuovo (il fuoco è cessato e il nemico ha battuto in ritirata); gli aerei fanno strage lungo la loro ritirata.

Troviamo una strada che è stata costruita da morti abissini; il trattore e le nostre due carrette, come passano sopra, si sentono scricchiolare le ossa.

In una pianura troviamo un nostro trimotore atterrato perché gli hanno forato il serbatoio della benzina.

La sera, alle nove, arriviamo ad una vallata dove non si può più continuare perché tracce di strade non ce n’è più.

Alle sei del mattino (5 Aprile), mezza batteria torna indietro e il resto deve andare al Lago [Lago Asciangi] ( tra questi ci sono anch’io); andiamo con le due carrette e quattro muli (a portarle in spalla sarebbe più poca fatica).

La sera incomincia di nuovo a piovere, e ci corichiamo sotto le piante inzuppati d’acqua e morendo di fame.

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La mattina alle otto del sei Aprile arriviamo al Lago.

Io devo andare con la Pattuglia Comunicazione, siamo in quattro, a Quoram.

Da qui un ordine ci fa partire di nuovo al lago, dove arriviamo alle ore sei di sera.

La mattina del 7, alle ore cinque, torniamo ancora indietro.

Ognuno, della Batteria, va per conto proprio; a chi si ferma adesso a chi dopo.

Io arrivo alle due di sera, al passo Mecan; la pioggia non smette mai.

La notte ci fermiamo in un accampamento del 1° Gruppo Leggero, io entro dentro un trattore perché in terra non si può dormire essendoci l’acqua cinque centimetri.

La mattina riprendiamo la marcia; il giorno nove, di notte, rientriamo al nostro deposito di Enda Chercos.

Io sono tutto il giorno con la febbre ma non sono solo; la mattina quattro vanno all’ospedale. A me fanno le iniezioni, e faccio di tutto, e non vado all’ospedale.

Così malato rimango fino al 21-4; dopo la febbre mi passa, ma sono molto debole.

Di quelli andati all’ospedale, un sergente muore dopo pochi giorni col tifo, un altro è moribondo ma tira ancora avanti.

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Il 20 Maggio ci trasferiscono a Macallè; qui siamo in attesa di rimpatrio.

Il 15 Giugno sappiamo che è morto quel nostro camerata deviato da un forte riscaldamento e un forte colpo di sole.

Il 16 arriva improvvisa la notizia  del nostro rimpatrio.

Festa da per tutto.

Il 22-6-1936 ore 7 :    partenza da Macallè

Il 22-6 ore 13 : 1^ tappa al passo di Negasc.

Partiti il 23 ore 4 dal passo di Negasc

Il 23-6  ore 12 ( 2^ tappa ) a Senafè

Partenza il 24  ore 4  da Senafè

Il 24,  3^ tappa Decamerè  ore 18

Il 30-6  partiti da Decamerè ore 15

Arrivati a Massaua ore 24

Imbarcati il 1-7  ore 14

Arrivati a Napoli l’8-7-36

a Livorno il 9-7

Partito da Livorno 12-7

Arrivato a Iglesias il 13-7-36

e Fine

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Grazie a Ines Saragat, che mi ha messo a disposizione il manoscritto e un’ampia documentazione fotografica, mi è stato possibile pubblicare, a quasi ottant’anni di distanza dall’ultima avventura coloniale italiana, il Diario di un combattente, Mario Saragat, Zio di Ines.

Un documento che ci consente di rivivere quegli eventi attraverso la testimonianza di un protagonista, la cui vicenda personale si intreccia con quella di una generazione segnata dalla dittatura e dalle sue sciagurate imprese belliche. Un punto di vista personale, che dà a quelle vicende, che siamo abituati a conoscere attraverso la fredda e rigorosa indagine storica, un tocco di umanità.

Una fonte preziosa, un documento di indubbio valore storiografico che ci aiuta a meglio comprendere la natura di un evento che la testimonianza diretta ci rende in tutta la sua tragica evidenza. Parole che rendono palpabile la crudezza della guerra, la sua disumanità, più dell’affresco storico, coi  massacri, i  bombardamenti dei villaggi, l’uso dei gas tossici, cui peraltro si fa riferimento nel diario. Una serie di schizzi che descrivono quella vicenda nella sua quotidianità.

Ma, per contrasto, da questi scritti emerge una grande umanità, una disperata voglia di vivere pur in un contesto di morte, pervaso da un nauseabondo lezzo cadaverico. Il desiderio quasi spasmodico di continuare a godere dei piccoli piaceri della vita: un bagno nel fiume, che ti toglie di dosso il sudiciume della guerra; un pasto frugale, consumato coi compagni; una serata di baldoria, rallegrata dal vino e dalle donne.

E poi gli affetti: quelli che legano ai camerati,  ai cari lontani, di cui si attendono con ansia le lettere, o al fratello Felice, compagno d’armi, cui va costantemente il pensiero di Mario, pronto a subire giorni di rigore pur di raggiungerlo e trascorrere con lui qualche ora.

Evidente è anche l’atmosfera di esaltazione collettiva di un popolo cui la propaganda di regime aveva dato l’illusione di “un posto al sole” e non si poneva domande sulla legittimità di una guerra cui anche il protagonista di questa storia, che sarebbe ingiusto giudicare al di fuori del contesto storico, politico e sociale del tempo, partecipò considerandola come cosa buona e giusta.

Federico Bernardini

Foto di proprietà di Ines Saragat

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