Quando mio padre, Alfredo Nacci, scrisse “Giappone in Marcia”, ero davvero bambino. Ho voluto provare a leggerlo ma era, fin dalla prima pagina, talmente infarcito di nozioni economiche, che mi decisi a fare “l’orecchio segnalibro” già a pagina 2. Però il fascino del Giappone mi è sempre rimasto e non avrei mai immaginato che, tempo dopo, ci sarei andato.

Erano gli anni ’80, forse il periodo della mia vita in cui ho viaggiato di più. Solo motivi di lavoro? No anche per il mio innato piacere di conoscere.

La prima volta arrivai a Tokyo dopo un viaggio lunghissimo, non si faceva ancora la rotta polare. Stanco, ma venni accolto dal sorriso tonificante di Yoko, una giovane guida inviata in aeroporto dal nostro corrispondente.

”Yoko come…Ono”, mi disse subito la splendida giapponese che parlava in perfetto italiano. “No” risposi io “pensavo ad ama” sì…Yokohama. Yoko si aprì subito in un sorriso autentico, ma poi smorzato, perché quell’ama, detto da un Italiano…

”Sei stanco? Vuoi vedere qualcosa? Ti porto in albergo e poi ci vediamo più tardi? Vuoi riposare? Prendiamo un te?” La gentilezza giapponese è autentica, mai pensare che sia un “segnale”, come gli ambigui ammiccamenti latini, perché l’Oriente è proprio autentico cosi. “Va bene per il te, poi penso di riposare qualche ora in albergo e ci vediamo dopo.” Fu la mia risposta.

Papà Alfredo! Altro che Giappone in marcia, qui vanno tutti di corsa. Tokyo è una città frenetica, ben organizzata, ma sembra davvero che tutti i (quasi) 10 milioni d’abitanti della capitale si muovano insieme con un comune senso del dovere, non tanto comune in alcuni paesi latini.

Per mio espresso desiderio, sebbene sconsigliato da Yoko, prendemmo una metropolitana per andare alla stazione ferroviaria. Sulle banchine di sosta dei treni c’è uno “tsunami” di gente. Quando si aprono le porte del treno, tutti lasciano subito spazio a chi deve scendere, ma poi si fiondano come catapulte all’interno del vagone. Potete pensare che stia esagerando, ma non è così perché ci sono degli omaccioni in divisa, facenti parte del servizio trasporti metropolitani, che hanno il compito di comprimere letteralmente dentro i vagoni i passeggeri, elargendo ampie e talora “generose” manate sui glutei di TUTTI. All’interno avevo Yoko che mi sfiorava il naso: “Yoko…ma e sempre cosi?” Le chiesi. “Sempre!” mi rispose con il suo profumato alito orientale che entrava nel mio “poderoso” naso italico.

Prendemmo il treno per Kyoto. Altra esperienza che si deve fare. Chi soffre di stomaco è meglio che non ci vada. Guardare fuori del finestrino a quella velocità (non saprei dire esattamente quale) è cosa che può creare strabismo a chiunque.

Kyoto, Tempio di Ninna-Ji

A Kyoto la dimensione è più serena, pur sempre nell’efficienza nipponica, ma meno frenetica. “Che cos’è quello, Yoko?” “Il Tempio di Tokufu-ji, vuoi vederlo?” “Sì” risposi io. La Toyota di Yoko trovò subito un parcheggio e…”Vedi” mi dice, “quello a fianco è un giardino Zen, vuoi visitarlo?” “Certamente!” risposi. Davanti al giardino, la nippo- guida mi disse: “Vai da solo, io ti aspetto qui”. “Perché non vieni anche tu?” “Perché… lo capirai dopo” mi rispose Yoko.

Appena entrato, la prima sensazione fu quella di trovarmi in un arido cortile. Andando avanti nel mio percorso, camminando su quelle pietrine bianchissime che sembravano “pettinate” con un rastrello, la mia delusione diventava sempre più grande. Cercavo un significato in quelle rocce sempre circondate da un riflesso accecante emanato dal candore delle pietrine. Qualche pianta, qualche roccia con dell’acqua dentro…insomma! Uscii. Yoko era lì, sempre con il suo sorriso e mi dice subito: “Non ti è piaciuto vero?” “Beh… interessante… ma lo Zen dove sta?” “Adesso ci torniamo insieme” mi disse quasi prendendomi sotto braccio.

SIETE PRONTI? ALLORA CHE ZEN SIA!

Per entrare mentalmente in un giardino Zen si deve prima avere una rapida conoscenza dello feng shui (pron. fen sciuei). E un’antica arte geomantica taoista della Cina, ausiliaria dell’architettura, affine alla geomanzia occidentale. A differenza di questa prende però in considerazione anche aspetti della psiche e dell’astrologia. Non esiste alcuna prova scientifica della fondatezza delle sue ipotesi, ma lo Zen…non è solo un giardino!

Per quanto riguarda le arti tradizionali giapponesi, che sono tutte permeate dalla filosofia Zen, esse hanno costituito per secoli un unicum che non ha corrispondenza in Occidente. Sono giunte fino a noi pressoché intatte e sono tuttora vive e vitali. Sono praticate in tutto il mondo da decine di migliaia di persone ed hanno costituito un vettore essenziale della conoscenza all’estero della cultura giapponese. Tutte sono fondate sul principio della “Via” cioè su un cammino interiore da percorrere per giungere all’illuminazione. Ma al di là della loro valenza filosofica, hanno comunque un contenuto estetico che può essere percepito autonomamente. Queste forme espressive costituiscono il nucleo più autentico della cultura giapponese e ad esse i giapponesi sono stati e sono molto legati. Elemento costante e centrale di esse è la rappresentazione istantanea della bellezza, espressa, il più sinteticamente possibile, con il segno, la forma o il gesto.

”Yoko, perché la sabbia?” “Non è sabbia ma frammenti di granito bianco che devono riflettere solo candore e vengono rastrellati perché devono dare il simbolo dell’acqua…dell’oceano, con il movimento delle sue onde”. “Perché quelle pietre, grandi come rocce, ma, a volte, solo pietre?” “Simboleggiano le montagne, ma anche le isole, ma anche la vita degli animali marini, ecco perché il flusso dell’acqua gira intorno a loro”. “Perché quel ponticello?”  “Perché ci si può lasciar spostare dalle onde del mare, ma si può sempre… passarci sopra”. Quel ponte è proprio la chiave della filosofia Zen. Si può entrare con una meditazione che non è la spiegazione logica della materia, ma quello che la nostra mente può riuscire a elaborate attraverso la materia. Questa è la logica di qualsiasi pensiero Zen. Ma, se si vuole…si attraversa il ponte e si ritorna fuori.

Grazie, Yoko, non ho mai dimenticato quella nostra passeggiata Zen e so che anche tu non hai dimenticato come, dopo, ti descrissi il mio ideale di giardino Zen, con miei simboli ed il mio… oceano. Tu mi dicesti: “Devo ritornare da sola al tempio di Tokufu-ji. Farò una nuova meditazione nel giardino e poi ti dirò”.

Trascorsero dei mesi e, una mattina di grigio milanese , Yoko mi inviò un messaggio riservato, molto sintetico ma illuminante. C’era scritto solo: “Alberto, hai ragione tu. Yoko…ama!”

Le luci di Tokyo

(Alberto Nacci)

Illustrazioni tratte da Google immagini

 

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