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Nella puntata di Report andata in onda domenica 28 aprile si parlava di sanità, con particolare riferimento alla spesa farmaceutica.

Non solo attualità, ma un excursus che ci ha riportato ai tempi di mani pulite, alle malversazioni dell’ex ministro della sanità De Lorenzo e del direttore generale del servizio farmaceutico nazionale Duilio Poggiolini.

Due casi che provocarono una profonda indignazione perché i due corrotti si arricchirono… o arricchirono il loro partito, a spese del servizio sanitario nazionale, come dire sulla pelle dei cittadini ammalati.

Particolarmente odioso il ”Caso Poggiolini” che aveva accumulato un tesoro di decine di miliardi frutto delle tangenti da lui pretese da alcune case farmaceutiche per avallare un ingiustificato aumento del prezzo di alcuni loro prodotti e favorire un rapido inserimento di altri nel prontuario farmaceutico.

Nel settembre del 1993 fece scalpore la notizia del ritrovamento, nella sua residenza napoletana, del ricco bottino che lui e sua moglie avevano occultato in quella che venne coloritamente definita una spelonca di ladroni: opere d’arte, lingotti d’oro e gioielli in gran quantità.

Un lungo strascico giudiziario, una sentenza definitiva per concussione e l’obbligo di risarcire l’Amministrazione con una somma di svariati milioni di euro.

Sono trascorsi vent’anni da quei fatti e l’indignazione che essi suscitarono in me è ancora viva. Un’indignazione che mi indusse a comporre dei versi satirici per stigmatizzare la vicenda. Lo spunto mi venne da una delicata e nostalgica  poesia di Marino Moretti intitolata “Poggiolini”. Decisi, giocando sul nome, di parodiarla.

E’rimasta per vent’anni nel cassetto e l’occasione offerta dalla Gabanelli mi induce oggi a pubblicarla, insieme all’originale. La lunghezza, la struttura delle strofe e la metrica sono identiche a quelle del testo morettiano.

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POGGIOLINI
di Marino Moretti

O Poggiolini! Lo rivedo ancora
con quel suo mite sguardo di fanciulla
e lo risento chiedermi un nonnulla
con una voce che, non so, m’accora.

Che cosa vuoi? Son pronto a darti tutto,
un pennino, un quaderno, un taccuino,
purché tu venga per un po’ vicino
al cuore che ti cerca da per tutto.

Non comparirmi, prego, come sei
ora, avvocato, chimico, tenente,
ché cercheresti invano nella mente
il mio ricordo dandomi del lei.

Saper io non vorrò neppure come
passaron gli anni sopra la tua vita:
voglio l’occhiata timida e smarrita
che rispondeva un giorno al tuo cognome.

Voglio che tu mi renda per un’ora
la parte del mio cuore che non pensi
di possedere da quei giorni intensi,
finché saremo i due compagni ancora.

Noi siederemo ad uno stesso banco
riordinando i libri a quando a quando,
e rileggendo un compito, e guardando
sul tavolino un grande foglio bianco.

Il registro a cui tutti eran diretti
quando c’interrogavano gli sguardi,
io lo sapevo a mente: Leonardi,
Massari, Mauri, Méngoli, Moretti…

Il registro coi voti piccolini
nelle caselle dietro i nomi grandi
tu lo sapevi a mente: Nolli, Orlandi,
Ostiglia, Paggi, Poggi, Poggiolini…

Dio, che tristezza ricordare questi
nomi d’ignoti a cui demmo del tu!
nomi che non si scorderanno più
perché in fila così, perché modesti…

O Poggiolini, che fai tu? che pensi?
Forse tu vivi in una tua casina
odorata di latte e di cedrina
e sguardi e baci ai figli tuoi dispensi.

Forse la sera giochi la partita
fino alle dieci e mezzo, anche più in là,
con la moglie, la suocera e chi sa,
anche con Poggi o Méngoli… La vita!

Io… nulla. Quello che fu mio lo persi
strada facendo, quasi inavvertita-
mente, e adesso se ho un foglio e una matita
faccio, indovina un po’, faccio dei versi.

MORETTI

(La risposta di Poggiolini)

Caro Moretti, che gran commozione

Rileggere i tuoi teneri versetti,

Scovati in fondo ad un de’ miei cassetti

Durante non so qual perquisizione!

 

Ricordo ancora le tue merendine,

Erano buone… e non costavan nulla:

Bastava un mite sguardo di fanciulla

E risparmiavo tante monetine.

 

Tu dici che sei pronto a darmi tutto

Ma ho già un fottìo di penne e di taccuini,

Preferirei, magari, dei quattrini

Perché, da qualche tempo, sto all’asciutto.

 

Il mio mestiere quasi l’hai azzeccato,

Non sono né avvocato né tenente

Ma sono diventato possidente

Avendo l’arte medica sfruttato.

 

Se vuoi l’occhiata timida e smarrita

La potrai avere in cambio di un presente

Che all’altro mondo non ti serve a niente

E a me può render comoda la vita:

 

La parte che ti resta del tuo cuore,

Se ricucita a quella ch’è già mia,

Con intervento d’alta chirurgia,

Potrò piazzarla bene in poche ore.

 

Ho già una buona scorta di budella,

Di fegati, di reni e di polmoni,

Ma un cuore –Santo cielo!- son soldoni,

Nemmeno la più ricca bustarella.

 

Mi chiedi come sto ed a cosa penso:

Mi godo la pensione e la casetta

Insieme alla consorte mia diletta.

Il resto del sudato mio compenso

 

Me l’hanno confiscato i comunisti:

Due quadri, qualche gioia e un poco d’oro,

Dopo una vita d’onesto lavoro,

Non era certo roba da arrivisti.

 

La sera, rubamazzo con gli amici,

Con Craxi, De Lorenzo e Pomicino

E ci facciamo pure un bel quartino

Alla salute dei nostri nemici.

 

Per ciò che tu perdesti mi dispiace,

Vorrei mandarti un po’ di carta riso

Ma pur avendo santi in Paradiso

Non credo che di ciò sarò capace.

 

Almeno, spero, gradirai il pensiero

E per far meno duro quest’inferno

Vedi se puoi passarmi qualche terno.

L’amico più devoto e più sincero.

 

(Federico Bernardini)

Illustrazioni tratte da Google Immagini

 

 

 

 

 

 

 

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