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Il giorno dopo, alle nove del mattino (un’ora antelucana per Guglielmo, che lavorava di notte e andava a dormire non prima delle sei), Gilberto lo destò dal suo sonno profondo, e fu da lui maledetto, con una telefonata.

-Buon giorno! Spero di non averti svegliato-.

L’ipocrita conosceva benissimo le abitudini del suo amico ma, evidentemente, aveva da dirgli qualcosa d’urgente.

-Volevo chiederti che impressione ti ha fatto Giuditta-.

-Ottima! E’ veramente una donna affascinante-.

-Vero?-

-Verissimo! Quasi mi pento di non aver accettato il vostro invito-.

-L’invito di Giuditta, vorrai dire-.

-Beh…com’è andata?- tagliò corto Guglielmo.

-Bene…siamo stati a cena da Sabatini-.

“Chissà quanto ti sarà costato, vecchio taccagno?!” pensò Guglielmo. –E poi?-

-E poi…e poi siamo andati a casa mia-.

-Tutti i salmi finiscono in gloria!-

-E’ appena partita- rispose glissando, -L’ho accompagnata alla stazione. Ma lo sai che hai fatto colpo? Non la finiva più di parlare di te-.

-Non mentre facevate l’amore, spero-.

Gilberto si fece una gran risata; se mai aveva un pregio era quello di apprezzare il suo umorismo. Ma era preoccupato e lo scopo della sua telefonata era uno solo: conoscere quali fossero le intenzioni del suo amico nei confronti di Giuditta.

-La prossima volta che viene a Roma ha detto che avrebbe piacere di rivederti. Ti interessa?-

A  quel  punto  cominciava  l’interrogatorio.  Non  era la prima volta che, dopo avergli presentato un’amica, l’aveva vista passare dal suo letto a quello di Guglielmo. Sentimenti come la gelosia e l’invidia albergavano stabilmente nell’animo di Gilberto e si acutizzavano ogni volta che il vecchio ganimede fiutava la presenza di un rivale che potesse mettere le mani su una sua preda.

Guglielmo, a onor del vero, non aveva mai tradito la sua amicizia e se, qualche volta, aveva preso al volo una pavoncella, nella sua riserva di caccia, l’aveva fatto soltanto dopo aver concesso a lui il primo colpo.

-No, guarda, non mi interessa, ho un lavoro che mi impegnerà per almeno un mese e non voglio distrazioni di alcun genere- gli rispose mentendo.

-Ah…stai lavorando al tuo ultimo romanzo? E di cosa si tratta?-

-Oh…non ha importanza!-

Con quella risposta gli rendeva la pariglia.

Va bene allora…ci sentiamo. Ciao!-

-Ciao, arrivederci!-

Benché avesse sulle spalle una notte di duro lavoro –era incontentabile e spesso, dopo aver sgobbato fino all’alba, se ne andava a dormire senza aver concluso niente- non riuscì a riprender sonno e fu costretto ad alzarsi. Quando cominciava la giornata in quel modo sapeva che non poteva aspettarsi niente di buono. Per di più non riusciva a distogliere i suoi pensieri  da Giuditta che, al tempo stesso, lo respingeva e l’attraeva. Avrebbe voluto rivederla, e come, ma non certo con Gilberto fra i piedi. Non gli sarebbe stato difficile rintracciarla, ma l’idea di prendere l’iniziativa era esclusa per due buoni motivi: non voleva fare un torto all’amico  e, soprattutto, non voleva dare a lei l’impressione di essere così interessato. L’attrazione non aveva preso il sopravvento sull’oscuro timore che aveva provato il giorno prima e che ancora lo pervadeva.

Mentre sorseggiava il primo caffè della giornata, squillò nuovamente il telefono. Non maledisse, come aveva fatto prima,  chi stava all’altro capo del filo, ma rispose ugualmente malvolentieri: non aveva un buon rapporto con il telefono e lo considerava, più che un utile strumento di comunicazione, una fonte inesauribile di scocciature.

Era Giuditta e lui, in cuor suo, la benedisse.

-Buon giorno! Sono Giuditta, ti ricordi?-

Gli aveva dato confidenzialmente del tu e lui, che ancora non sapeva se rallegrarsi o dolersene, si uniformò senz’altro alla sua decisione.

-Beh…non sono ancora così smemorato, certo che mi ricordo, dimmi-.

-Volevo parlarti, ho cercato il tuo numero sull’elenco-.

-Hai fatto benissimo, mi fa piacere sentirti-.

-Sai…anch’io, per diletto, scrivo dei racconti, credo che Gilberto te l’abbia detto e, visto che sei uno scrittore, volevo approfittarne per chiederti un giudizio. Spero che la cosa non ti dispiaccia-.

-Al contrario, sono sempre lieto di poter aiutare i giovani talenti-.

-Grazie per il giovane!-

-Allora?…Dimmi-.

-Non so…quando sei libero…potremmo vederci-.

-Guarda, in questi giorni non ho proprio niente da fare, dimmi tu, quando preferisci-.

-Io  domani  dovrei  tornare a Roma per parlare con gli eredi di Boetti, ho intenzione di organizzare una retrospettiva, se vuoi, nel pomeriggio, potremmo darci un appuntamento-.

-Va benissimo, dimmi dove e a che ora-.

-Facciamo alle cinque da Rosati, va bene?-

-D’accordo, alle cinque da Rosati, sarò puntualissimo-.

-Ti sarei grata, scusa se mi permetto di dirtelo, se non dicessi nulla a Gilberto, è un tuo vecchio e caro amico, lo so, ma ieri si è comportato in modo veramente odioso…ma è meglio che ne parliamo domani. Adesso ti saluto, ciao! –

-Arrivederci a domani, allora-.

“Chissà cos’avrà combinato quel vecchio porco?” si chiese Guglielmo. “Vuoi vedere che la bella Giuditta ha fallito coi suoi saggi di filosofia e ora ci prova coi racconti?” Non aveva ancora finito di concepire quei pensieri così triviali e già ne provava vergogna. L’impressione che gli aveva fatto il giorno prima contrastava in modo stridente con quei suoi giudizi da carrettiere.

Gli tornò in mente la sua figura elegante e fascinosa, anche se non priva di un non so che di oscuro e, a pensarci bene, di torbido. Ma proprio quello che il giorno prima l’aveva riempito di timore adesso l’eccitava maledettamente. L’attrazione aveva preso il sopravvento, ma il suo cuore tremava al pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere.

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Con appena venti minuti di ritardo sull’orario convenuto –chissà perché Guglielmo era convinto che l’avrebbe tenuto sulla corda molto più a lungo- Giuditta arrivò al Caffè Rosati, dove lui l’attendeva dalle quattro, bevendo cognac: quando si predisponeva ad affrontare una conversazione brillante, anche se non ne aveva bisogno, perché sarebbe riuscito comunque a incantare qualunque signora con la sua straordinaria facondia, una moderata dose  di alcool  gli dava una sensazione di maggior sicurezza e di maggior disinvoltura.

Giuditta era radiosa, in quel pomeriggio di piena estate. Guardando verso la Porta del Popolo, l’aveva vista avvicinarsi con leggerezza botticelliana, avvolta in una nuvola beige di chiffon di seta. Guglielmo aveva quasi cinquant’anni ma, dai tempi del liceo, non aveva più sentito il cuore battergli in gola così forte.

-Ciao!- disse lei.

-Ciao!- le rispose, prendendole delicatamente la mano, e quel semplice contatto gli procurò un fremito di piacere. Come gli appariva diversa da quell’essere oscuro che, appena due giorni prima, l’aveva così turbato. Era incantevole: lo sguardo limpido, il sorriso acceso come il sole e l’attitudine elegante emanavano intorno a lei un’aura di serenità nella quale le malsane fantasie che l’avevano indotto ad accettare quell’incontro andavano a dissolversi.

“Sei bellissima!” avrebbe voluto dirle, ma si limitò a pensarlo, perché quell’espressione gli sembrava banale ed anche eccessiva per cominciare un discorso con una donna che, in fondo, conosceva appena. Eppure sarebbe stata la cosa più sincera, perché Giuditta, in quel momento, era veramente bellissima ed egli ne era soggiogato. Non riusciva a trovare parole più adatte, cosa rara per lui, e per un poco se ne stettero tutti e due in silenzio, fissandosi negli occhi. Fu lei, come soccombendo in una prova di forza, a iniziare il discorso con parole banali.

-Scusami se ti ho fatto aspettare, ma l’incontro con gli eredi di Boetti è stato più lungo di quanto avessi previsto-.

-Non ti preoccupare, non mi sono annoiato, io sono sempre in buona compagnia- le rispose Guglielmo affabilmente, indicando il monumentale bicchiere da degustazione che aveva contenuto il suo secondo cognac.

-Cosa posso offrirti?-

-Un Bellini, qui lo fanno buonissimo, quasi come a Venezia, da Cipriani-.

-Sì, può darsi, ma questi intrugli a me non piacciono, preferisco un altro cognac-.

Chiamò il cameriere e fece la sua ordinazione.

-Ieri, al telefono, mi hai accennato qualcosa a proposito di Gilberto. Avevi un’aria un po’ misteriosa, cos’è successo?-

-Avrei fatto meglio a non dirtelo, Gilberto è un tuo vecchio amico e non vorrei svergognarlo-.

-Eh no! Adesso me lo devi dire, guarda che lo conosco bene e, di qualunque cosa si tratti, non credo che mi scandalizzerò. E poi mi hai incuriosito-.

-Tu saprai certamente che quando studiavo a Firenze io e Gilberto…-.

-Lo so, me l’ha detto-.

-Ti prego di credere che sono andata a trovarlo solo perché avevo bisogno del suo aiuto a proposito dell’interpretazione di alcuni frammenti di Flavio Arriano. Sai benissimo che Gilberto è un’autorità in materia-.

-Lo so-.

-Ma ho capito subito che della mia libera docenza non gli importava niente. L’altra sera, a cena, mi ha importunata per tutto il tempo con certi discorsi che non ti dico…-.

-Me li posso immaginare, conoscendolo, è ancora convinto che nessuna donna possa resistere al suo fascino-.

-Beh…adesso voglio proprio dirtelo, mi ha delusa, anzi disgustata, è un vecchio, osceno satiro. Ci siamo lasciati in malo modo e non voglio più neanche sentirlo nominare-.

-Ho capito…poveraccio, mi dispiace per lui. Ma lasciamo perdere il povero Gilberto, mi hai detto che volevi farmi leggere qualcosa. Allora?-

-Sì, ti ho portato due raccontini…quasi mi vergogno di farteli leggere, ma voglio correre il rischio, perché ci tengo proprio a sapere cosa ne pensi-.

Aprì un’elegante cartella di pelle nera e gli porse due voluminosi fascicoli. Sulla prima pagina di uno di essi era scritto: “Eros e Thanatos”, di Giuditta D’Arpino. Il nome lo colpì, più del titolo che non poteva non trovare banale. Guglielmo era affascinato dalla cultura ebraica e non poté fare a meno di chiederle: -Sei ebrea?-

-No!- Rispose seccamente lei. –Non sono ebrea e neanche cristiana e neanche musulmana. Ho creduto in Dio fino a cinque anni, quando il mio gatto morì stritolato sotto una macchina. Ricordo che mi misi in piedi sul mio lettino e, guardando il crocifisso, gli dissi tutte le parolacce e tutte le sconcezze che a quell’età potevo sapere. Da allora non ho avuto più rapporti con Dio-.

Nel pronunciare quelle parole, Giuditta aveva assunto la stessa aria accigliata che l’aveva colpito la prima volta che l’aveva vista. L’atmosfera serena cominciava a intorbidirsi.

-“Eros e Thanatos”, mi puoi accennare di che si tratta?-

-La storia si svolge in Argentina, subito dopo il crollo del regime militare. E’ il rapporto di una donna con il suo torturatore, nel quale si imbatte casualmente per le vie di Buenos Aires e dal quale si sente terribilmente attratta, fino a stabilire con lui un perverso rapporto di complicità, che ho cercato di analizzare a fondo, andando a frugare tra le pieghe più nascoste e inquietanti della psiche femminile-.

-Un po’ come “Il portiere di notte”?-

-Esattamente! Io sono convinta che una cosa del genere possa realmente accadere. Sono certa che, in particolari circostanze, un certo tipo di donna possa arrivare a provare attrazione per il suo torturatore e anzi, proprio al culmine del dolore fisico, possa provare una forma estrema di godimento sessuale-.

Era quella una teoria aberrante che gli era capitato di sentir formulare altre volte e che non lo aveva mai convinto. Solo una teoria, che poteva tutt’al più eccitare le fantasie malsane di qualche mente vacillante. Ripensò alle confidenze che gli aveva fatto Gilberto: forse Giuditta aveva detto il falso, era lei la degenerata e non il marito, e aveva raccontato quella storia per l’insano piacere di eccitare il vecchio satiro.

Anche Guglielmo, a quel punto, si sentiva tremendamente eccitato ma, allo stesso tempo, provava quel senso di repulsione e quel timore che la donna aveva suscitato in lui al primo incontro. Le sue fantasie, per quanto aberranti, rimanevano tali, erano solo un giuoco, uno sfogo della sua mente bislacca e, tutt’al più, potevano servirgli a dare uno stimolante tocco di perversione ai suoi amplessi con Mìlena.

-E’ un’idea come un’altra- affermò, -In fondo non ha importanza l’idea, ma il modo in cui si sviluppa, la maestria con la quale l’autore riesce a renderla credibile e a farla accettare al lettore-.

-Spero di esserci riuscita!- rispose lei con un lampo demoniaco negli occhi, e a quel punto Guglielmo cominciò a credere di trovarsi realmente di fronte a un mostro.

Il secondo racconto non era meno bizzarro del precedente: “Fino all’ultimo respiro” era il suo titolo e affrontava il tema dell’anossia  erotica, e cioè  lo  strangolamento  come  mezzo per potenziare il piacere. Anche in quel caso, l’ineffabile autrice, prendeva lo spunto da una famigerata opera cinematografica: “L’impero dei sensi” di Nagisa Oshima.

Fra quelle ed altre amenità, si erano fatte le sette e Giuditta si congedò da lui perché era stata invitata a cena dagli eredi di Boetti. Nel salutarlo, lo pregò ancora di leggere i suoi racconti: era ansiosa di rivederlo per poterne discutere con lui.

Guglielmo se ne tornò a casa in uno stato di totale marasma mentale, un po’ a causa di Giuditta e un po’ a causa dei cognac che aveva bevuto.   (Continua)

Federico Bernardini

Illustrazioni tratte da Google immagini

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