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-E allora, sentiamo un po’ che cosa scrive questo mostro!- disse Mìlena.

Erano trascorsi alcuni giorni e l’ondivago Guglielmo, messi da parte i timori e le incertezze, si sentiva nuovamente invaso dalla frenesia erotica che la perfida Giuditta gli aveva iniettato nel sangue. Cosa ci sarebbe stato di più eccitante che leggere i suoi racconti a Mìlena? Forse sarebbe riuscito, finalmente, a coronare il suo sogno e l’avrebbe vista fremere d’orrore o di disgusto.

-Cominciamo da questo: “Fino all’ultimo respiro”, qualcosa mi dice che è il più interessante-.

-“A bout de souffle”… è il titolo di un vecchio film di Godard!- disse Mìlena, lanciandogli un’occhiata sarcastica. Guglielmo dovette riconoscere che il cinema rappresentava una costante nell’ispirazione di Giuditta.

-Perché non ci spogliamo e non ci mettiamo a letto? Mi piacerebbe toccarti e farmi toccare, mentre leggo-.

-Non ce n’è bisogno- rispose lei ridacchiando, -Credo che tu sia già abbastanza toccato!-

-Va bene! Cominciamo-.

Il  racconto era  lungo più  di  cento  pagine, quasi un romanzo breve. La vicenda si snodava fiaccamente tra improbabili scenari esotici e ancor più improbabili interni, appestati dalle esalazioni di una moltitudine di essenze, di droghe e di fiori tropicali dalle escrescenze carnose, traboccanti di sete e damaschi, velluti e velli preziosi, sparsi a profusione sulle pareti, sui pavimenti, sui giacigli di iperboliche alcove imbottite di cuscini trapunti d’oro e di perle. Il tutto condito con qualche grottesca descrizione di acrobatici amplessi, resi ancor più complicati dall’uso di cordoni e passamanerie che parevano usciti dal campionario di un tappezziere di provincia.

Quando Guglielmo sottolineava con enfasi i passi topici del racconto, Mìlena non poteva fare a meno di ridergli in faccia.

-Ma lo vedi quant’è ridicola…e com’è piena di “pruderie” piccolo borghese nella scelta dei vocaboli, vorrebbe farti rimescolare le budella e non sa dire neanche cazzo: è peggiore dei più squallidi epigoni di Annie Vivanti.

-Mi pare che tu sia un po’ ingiusta, sembri quasi prevenuta-.

-Ingiusta… prevenuta? Ma tu devi proprio esserti bevuto il cervello se ti piacciono queste scemenze da collegiale in fregola. Eppure… Dio santo, sei uno scrittore, e neanche da buttar via!-

-Beh… effettivamente… devo dirti che mi aspettavo qualcosa di più forte-.

-Di forte, in questo pasticcio, c’è solo qualche taglia: i membri smisurati da cui la protagonista si fa devastare esistono solo nel cervello bacato della tua amichetta. Comincio proprio a pensare che non ne abbia visti molti-.

-Guarda che non si tratta mica di un manuale di anatomia, è solo un’invenzione letteraria-.

Mìlena scoppiò in un’irrefrenabile risata che lo fece trasalire.

-Basta… per carità… sei peggio di lei! Non dire un’altra parola, altrimenti mi piscio addosso-.

-Fallo!- la provocò Guglielmo.

-Queste cose chiedile alla tua amichetta, vediamo se ti accontenta. Io non credo, penso che se te la portassi a letto rimarresti deluso. Secondo me è tutto fumo e niente arrosto: non sa neanche da dove si comincia-.

Non voleva darle soddisfazione. Il sarcasmo di Mìlena lo aveva duramente colpito e doveva a tutti i costi cercare di contenere la sua inevitabile sconfitta in termini almeno onorevoli. Era andato da lei con la fantasia in tumulto, alla ricerca di piaceri proibiti, ed ora si trovava ridotto in uno stato di totale impotenza, dalla quale non lo avrebbe risollevato neanche un ipotetico invito di Tiberio o di Eliogabalo ad una delle loro festicciole. Ma, più che al sarcasmo di Mìlena, doveva quel risultato ai miserabili conati letterari di Giuditta che gli appariva, improvvisamente, in tutto il suo squallore.

-Va bene… lasciamo perdere! Ridi pure di Giuditta, ma non di me. Non sono io l’autore del racconto, sai benissimo che sarei stato capace di fare di meglio-.

-Lo so… lo so. Ma tu, piuttosto, è possibile che ti sia fatto incantare da quella borghesuccia ipocrita e provinciale, piena di voglie frustrate e priva, non solo di talento letterario, ma anche di buongusto e di intelligenza? Lo sai a chi mi fa pensare?-

-A chi?-

-A Njta Jasmar!-

-Non la conosco!-

Guglielmo non l’aveva mai sentita nominare e per lui, che oltre ad essere uno scrittore si occupava anche di critica letteraria, la cosa era imperdonabile. Mìlena aveva vinto l’incontro per “fuori combattimento”.

Appena tornato a casa, andò subito a consultare la storia della letteratura italiana del novecento dove, a pagina quarantotto, trovò quello che poteva benissimo essere il miserabile ritratto di Giuditta. Mìlena, quella volta, non si era limitata a trattarlo come un vecchio sporcaccione, ma lo aveva surclassato anche nella sua materia. Si sentiva umiliato e soprattutto pieno di rancore e di disgusto nei confronti di Giuditta, che era stata la causa involontaria di quella sua cocente sconfitta.

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Nei mesi che seguirono, l’aspirante scrittrice gli telefonò più volte ma, grazie a una provvidenziale segreteria, Guglielmo riuscì ad evitare un imbarazzante colloquio. Aveva deciso di non vederla e di non sentirla più: gli aveva procurato già abbastanza fastidi e non nutriva più neanche un minimo d’interesse nei suoi confronti. Rimaneva, però, il problema dei dattiloscritti che gli aveva affidato. “Forse è l’unica copia che ha?” si chiedeva preoccupato. “Non vorrei che fosse costretta a riscrivere tutto a memoria, come il povero Campana coi Canti Orfici, o magari venisse a reclamarli armata di coltello”. Restituirglieli era un dovere morale oltre che un comune gesto di cortesia. Doveva farlo al più presto e nel modo più conveniente, cercando di non offendere ulteriormente il suo amor proprio.

Decise di spedirglieli, accompagnando il plico con una lettera nella quale, oltre ai soliti convenevoli e a qualche commento e a qualche consiglio opportunamente edulcorati a proposito dei suoi racconti, le rivelava di essere caduto, da mesi, in uno stato di angosciosa depressione dalla quale non riusciva in alcun modo a liberarsi e che lo teneva lontano, oltre che dal suo lavoro, da qualsiasi rapporto umano, anche coi suoi più stretti parenti.

La scusa con la quale cercava di farsi perdonare il suo  lungo e ingiustificato silenzio, era plausibile: gli artisti sono soggetti più di chiunque altro a quel genere di turbe nervose. L’avrebbe cercata lui, quando si fosse affrancato da quell’incresciosa condizione. Con ciò sperava di aver brillantemente e definitivamente risolto il problema dei suoi rapporti con Giuditta. Ma mentre scriveva la lettera, nella quale si profondeva in minuziose considerazioni sulla natura e sui sintomi del suo morbo immaginario, evocando tenebrose e sulfuree atmosfere da “poète maudit”, non poté non provare un brivido di compiacimento.

Pochi giorni dopo ricevette la risposta di Giuditta, che accompagnava un pacchetto. Lo ringraziava, soprattutto per i suoi consigli, di cui gli prometteva che avrebbe fatto tesoro, e gli esprimeva, con toni amorevoli e accorati, tutta la sua partecipazione al suo dolore.

La lettera si concludeva con queste parole: “Ti ho scritto, anche se avrei voluto tanto poterti parlare, per rispettare la tua scelta. L’unico modo che ho per darti un po’ del mio calore è questa sciarpa, sulla quale ho ricamato, con tanto amore, le tue iniziali. Spero di avere la forza di aspettare che sia tu a chiamarmi. La tua Lenore”. Era quello il nome della scombinata eroina dei suoi racconti.

Guglielmo scartò il pacchetto, conteneva una sciarpa nera di preziosissimo cachemire, ricamata con fili d’oro. Gli tornò in mente l’immagine di Giuditta, così come l’aveva vista la prima volta e con un nodo di commozione alla gola prese la sciarpa tra le mani e si accarezzò il volto, aspirando il profumo di donna di cui era impregnata… poi alzò la cornetta del telefono e, lentamente, cominciò a comporre il numero di Lenore.

FINE

Federico Bernardini

(Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale)

Illustrazioni tratte da Google immagini

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