Come nella sua Opera precedente “Brasil Profundo” Stefano Coali ci conduce in un viaggio nei meandri di una realtà geografica, storica, sociale e umana complessa e contraddittoria, ricca di luci e di ombre stridenti, nel ventre e nell’anima di un paese così multiforme da poter essere quasi considerato un continente.

Un paese di cui noi Europei abbiamo una visione molto spesso superficiale, frutto di un collage di luoghi comuni che mette insieme esperienze turistiche mal digerite e cronache giornalistiche che ce ne mostrano solo la crosta, mentre nella produzione pubblicistica di Coali ne abbiamo una visione dall’interno.

La visione di chi ha con questo paese una lunga consuetudine ed ha avuto modo di viverlo non da semplice visitatore e osservatore o, peggio ancora, da turista, ma condividendo esperienze uniche, che gli hanno consentito di succhiargli l’anima e di rendercela in questo libro con uno stile vivido e coinvolgente, nel quale, a volte, si ravvisano i costrutti sintattici di chi, per lunga consuetudine, ha imparato, guardando a quella realtà, a pensare in portoghese.

Uno stile ravvivato talora da una disincantata e quasi cinica ironia, talora da una umanità “robusta” ma sempre scevra da quelle mai abbastanza deprecate forme di “Politically correct” che inquinano molto spesso il nostro approccio a una realtà che va giudicata con parametri affatto diversi da quelli che dominano in un Occidente sempre più vecchio e infrollito, il cui occhio appare sempre più velato dalla cataratta di quello stucchevole “buonismo” che distorce orribilmente la vera natura delle cose e ne impedisce la comprensione.

Il Brasile è un paese giovane, invece, un paese proiettato verso il futuro, ma che si porta dietro il fardello di grandi contraddizioni e di grandi disuguaglianze; un paese dove ogni cosa, nel bene e nel male, si manifesta in maniera “eccessiva”, con un vitalismo che mette insieme una ingenuità e una dolcezza di sentimenti quasi infantili e una violenza che non di rado si manifesta in forma bestiale.

Leggendo questo libro mi è venuto naturale accostarlo al primo capitolo de “L’Autunno del Medioevo” di Huizinga, laddove si legge di quando ancora il nostro Occidente era giovane e ai toni crudi della vita faceva riscontro quel piacere di vivere fatto di cose semplici ed essenziali.

Insomma, se volete conoscere il Brasile al di fuori dei vieti luoghi comuni, se volete viverlo e sentirlo sulla pelle, non potete non leggere questo libro.

Federico Bernardini

Illustrazione: Copertine de “Il Missionario” e di “Brasil Profundo”.

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