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La strada del rientro gli sembrava sempre più breve, ultimamente, come se gli costasse tornare, e rientrare lì, in quel luogo sempre più stretto, sempre più buio e sempre più silenzioso.

Rientrare significava lasciare il mondo, così bello, così pieno di gente e di colori, pieno di risa, canti e gioie; e lasciare i suoi ragazzi con i quali studiava, giocava, rideva, cantava e pregava. Quella sera gli era costato parecchio lasciare la sede scout e i suoi esploratori.

Rientrare in convento era sempre più penoso; un rinchiudersi e un restare solo con i suoi pensieri, e ricadere nella dolorosa sensazione di non stare più bene tra quelle mura dove comunque per anni aveva trovato e vissuto pace e serenità. Ora, la tiepida solitudine della sua cella era insopportabile; la evitava accuratamente appena poteva, ci entrava solo per pregare, obbligatoriamente in solitudine. Cercava di non star solo e in silenzio, spesso si aggirava nel piccolo giardino dietro il convento, trovando qualcosa da fare, o vagava in cucina, tra gli scaffali, cercando continuamente qualcosa da aggiustare o mettere in ordine, così che la sua mente non stesse mai ferma.

Da qualche tempo Padre Paolo non stava più bene con se stesso; non riusciva più neanche a leggere qualcosa o a meditare perché l’attenzione si dissolveva; si aggrappava allora alla preghiera, quella preghiera arida e forsennata che comunque lo teneva legato al senso della sua vita.

Già, la sua vita! Una vita che era stata sempre così ordinata, maestosa, serena e lieta!

E ora, invece, anche la levataccia per la prima Messa mattutina con i confratelli era un peso, soprattutto se la notte era stata insonne; terminata la funzione religiosa, scappava quasi, correva verso la scuola, dove insegnava storia delle religioni.

Lo stare coi ragazzi gli dava un po’ conforto, loro lo distoglievano da quella nuova smania che si stava impossessando di lui sempre di più. La scuola, poi il pranzo con i confratelli silenziosi, e poi finalmente l’oratorio, dove ancora ragazzi e ragazze vocianti riempivano i suoi pomeriggi.

La sera era penosissima, non finiva più.

Padre Paolo si offriva per celebrar lui tutte le funzioni, assistere a novene e rosari; scriveva lunghe e dotte omelie, consultando i suoi vecchi testi di teologia, e prima della novena serale si dedicava alle confessioni, ascoltando paziente le storie del piccolo quartiere.

Anche i confratelli si erano accorti di questa sua smania, qualcuno aveva anche cercato di parlargli, ma spesso è così difficile trovare le parole giuste, né troppe né poche.

Il Padre Superiore lo aveva avvicinato nel giardino, prima di ritirarsi per la compieta.

“Padre Paolo – il Priore aveva sempre invitato i confratelli alla confidenza reciproca – ti vedo strano, ultimamente; qualcosa ti turba? o stai poco bene?”

“No, nulla, Padre – Paolo si aspettava domande simili, il suo cambiamento era sotto gli occhi di tutti, ma aveva già deciso di prendere tempo – non ho nulla di preciso, forse sono invecchiato… e mi prende questa smania di fare…”.

Sorrisero entrambi; Padre Paolo aveva poco più di quarant’anni, e il suo stare coi ragazzi all’oratorio o nelle attività scout, correndo o giocando con loro, gli consentiva di avere un’ottima forma fisica.

Il Padre Superiore lo guardò a lungo, mentre Paolo cercava di frenare il muoversi convulso delle mani ansiose, e assieme si diressero nella Cappella per le preghiere della notte. Prima di unirsi agli altri confratelli già inginocchiati, gli sussurrò: “ Padre Paolo, tu non sei invecchiato. Io sono vecchio, ma sono stato anch’io giovane come tu lo sei… Se vuoi, io ci sono…”.

Paolo si sentì come alleviato da un macigno e allo stesso tempo in trappola: il suo non era più un segreto per nessuno, poteva dividerne il peso ma ciò voleva dire anche spogliarsi, rivelarsi, esporsi.

Recitò con particolare fervore le preghiere di compieta e contrariamente alle altre notti, in cui cercava di ritardare l’ora del saluto, ora non vedeva l’ora di stare solo, nella sua cameretta, solo a pensare, a meditare, forse a pregare più di quanto avesse mai fatto.

Il buio era rotto da un lume sotto l’immagine di S. Francesco, il “suo” Santo, amato sin da bambino, quando con la nonna si recava alle funzioni serali della vicina chiesa, e poi studiato, ammirato e imitato nell’adolescenza e oltre. Sì, non erano mancati i “peccati di gioventù”, qualche bravata serale con gli amici, qualche curiosità sciolta nel buio con amichette compiacenti… aveva anche creduto di essersi innamorato di una sua compagna di scuola, esile ed effervescente mora, con la quale, con gioia e calore, aveva percorso tenere vie di piaceri e sussulti.

Finito il liceo, aveva poi capito che la sua strada non era di “piaceri e sussulti”; cercare e trovare la pace nella preghiera e nella dedizione agli altri era il suo desiderio, e la figura di San Francesco, la storia della sua vita, lo esaltava.

Si era trovato col saio francescano quasi per incanto; gli studi, il suo tempo dedicato agli altri, la giornata scandita da momenti di preghiera e meditazione erano la sua vita.

Si occupava soprattutto di giovani, nella scuola, dove insegnava o nel gruppo scout da lui stesso fondato, e assaporava il sottile piacere di essere amato come un fratello maggiore.

Si dedicava molto anche agli anziani, così assetati ancora di vita, e stringeva quelle mani ancora forti ma ruvide di fatica e di pesi.

Andava tutte le settimane a dare il conforto di una parola e i Sacramenti della Confessione e Comunione agli anziani che non potevano uscire e desideravano comunque stare vicino alla Chiesa; in particolare si tratteneva da una signora non tanto anziana, forse sulla settantina, ma malata da tempo, dolcissima e rassegnata pazientemente alla sua vita in sedia a rotelle.

Si occupava di lei la figlia Marta, minuta e silenziosa, piena di cure e premure, una figurina amorfa che faceva parte dell’arredamento della stanza.

La piccola casa era a pian terreno, con un giardinetto sul davanti; una fortuna per la signora che, seduta sulla sua sedia da invalida si accostava al cancelletto sempre aperto e poteva, almeno, scambiare una parola con i passanti.

Morì improvvisamente, di notte.

Padre Paolo l’aveva saputo da una vicina di casa, durante la prima Messa, di buon mattino, e prima di andare a scuola volle recarsi a dare un ultimo saluto alla povera donna.

Marta lo aveva accolto con un abbraccio infantile, il visetto rigato di lacrime, un profumo di letto lasciato di furia.

Poche parole, una rapida promessa di tornare, e Paolo si era ritrovato nella strada con la sensazione di aver lasciato un nido a cui voler far ritorno, presto… subito.

Era iniziato così quel dolce e tormentato calvario: lei che si apprestava al confessionale e lui che ne riconosceva subito il profumo “di letto”, un misto di sapone e talco.

E poi il fiume delle parole di lei, sempre più accorate, sempre più ansiose di darsi; parole che raccontavano di una vita dedicata ai genitori malati, di una solitudine a lungo patita tra medicine e degenze.

Non vecchia ma prossima ai quarant’anni, raccontava di come avesse visto la sua vita sfuggirle dalle mani come sabbia tra le dita… e gli occhi parlavano di momenti persi, affetti svaniti, amori mancati e inconfessato desidero di affondare le mani in un’erba fresca di rugiada.

Lui la ascoltava col cuore in tumulto, e poche parole fraternamente francescane, lo capiva, non bastavano a placare il dolore di un vuoto e di una solitudine sconfinata.

Ormai la donna frequentava tutti i giorni la piccola chiesa del convento; alla prima  Messa del mattino si accostava alla Comunione e alle mani di Padre Paolo che le posava l’Ostia sulla lingua; poi Marta si raccoglieva in preghiera meditando sull’Ostia e sulle mani di Paolo.

Si dedicava molto alle attività di apostolato, vicina ai confratelli in tutte le loro attività, si occupava con loro di bambini, adolescenti, anziani, catechismo, vicina soprattutto alla sofferenza degli altri.

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“ Padre, beneditemi perché ho peccato…” e Paolo faceva su di lei il segno della Croce toccandole la fronte, recitando con lei l’Atto di Dolore e ascoltando intenerito le piccole negligenze e le presunte manchevolezze della donna inginocchiata accanto a lui. Dopo aver ricevuto la Benedizione, Marta gli baciava le mani, e ancora chiedeva con gli occhi di essere ascoltata e ancora si ritirava in preghiera… in quella Fede e devozione di chi si affida senza porsi domande.

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Quella sera Marta si era allontanata dalla Cappella prima della fine della funzione, e uscendo si era avvolta bene la sciarpa attorno al collo, come se sentisse freddo.

Paolo l’aveva vista, con  la coda dell’occhio, andare via in fretta sulla strada, e improvvisamente aveva sentito una sorta di privazione, come se qualcosa di molto importante gli sfuggisse dalle mani; a stento aveva terminato di celebrare la funzione serale e poi si era abbandonato a quella smania sconosciuta e inconfessabile… voleva sapere… chiedere… cosa aveva?  come stava?… perché era scappata così senza salutarlo, come faceva tutte le sere… “Buona notte, Padre Paolo…”, baciandogli la mano… un bacio lieve e profumato “di letto”.

Doveva vederla, un attimo solo e, dopo compieta, aveva detto a un confratello che usciva per andare a trovare un ammalato.

Arrivato al cancello socchiuso, era entrato per bussare alla porta, come aveva fatto tante altre volte, e alla vocina di Marta che chiedeva: “Chi è?”, aveva sussurrato: “Sono Paolo”.

L’aveva trovata avvolta in una vestaglia pesante, pallida e sofferente.

“Che hai, Marta? Sei scappata…”.

“ Padre Paolo, non mi sento bene, forse ho preso freddo… mi fanno molto male le ossa…”

“Bevi un po’ di latte caldo e poi vai a dormire, domani starai meglio…”.

“Sì… buona notte…”.

Si ritrovarono abbracciati senza sapere chi per primo si fosse proteso – Paolo ricordava bene quel momento – come ricordava bene il turbinio di inesperte bocche assetate, mani affamate e calde, parole sconnesse; la vestaglia aveva svelato una candida camicia da notte e una ancor più candida pelle.

L’aveva lasciata abbandonata sul divano, le aveva accomodato bene la vestaglia attorno al corpo… ed era scappato via dopo poche frasi intrecciate a baci e promesse.

Aveva camminato a lungo, prima di rientrare; sconvolto, disperato, o radioso, esaltato?

I sensi ancora eccitatissimi non gli avevano concesso di pensare bene a ciò che era successo e all’alba si rifugiò nella cappella pregando freneticamente.

Erano stati poi giorni densi di dolorosa passione, baci e parole, domande e sgomento; e felicità, tanta felicità, corpo e mente in preda a un’estasi paradisiaca.

Usciva dal convento nottetempo, quando tutti dormivano, sgattaiolando da un uscio sgangherato in disuso posto nel retro del cortile, e rientrava all’alba, in tempo per le Lodi mattutine, in continuo conflitto con se stesso, un conflitto che cercava di far tacere con la frenesia del fare, per non restare solo a pensare, e si copriva di impegni e lavori.

Pregava, pregava molto, in una preghiera semplice e personale, invocava aiuto e cercava di dipanare quella matassa aggrovigliata di sentimenti e contraddizioni.

Marta aveva raddoppiato le sue attenzioni al lavoro in Parrocchia, come se volesse essere sempre vicina a Paolo, condivideva con lui scuola di catechismo, oratorio e cori, e aveva acquistato una grazia e una luce nuova che le illuminava il viso, gli occhi e il corpo.

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A tutto questo pensava Paolo, nel disperato buio della sua cella, buio che neanche il lumino di S. Francesco riusciva a vincere.

Doveva trovare una soluzione, non poteva vivere ancora in quella conflittualità di sentimenti; amava Marta, era paurosamente innamorato, preso e perso di lei, non avrebbe potuto più vivere senza… ma era legato al suo voto di castità… l’indomani si sarebbe confidato… avrebbe chiesto aiuto.

Si addormentò che albeggiava, e dormì poche ore prima di riuscire a trascinarsi dal letto alla Cappella. I confratelli avevano ormai terminato di recitare le Lodi Mattutine e Paolo si avvicinò al Padre Superiore.

“Padre Priore, vorrei parlare…”.

Seduti nella panca sotto il glicine del giardino, tutto era diventato più facile e Paolo raccontò del suo amore per una donna, del suo aver infranto i voti, del suo continuo peccare, ma del suo non poter vivere senza di lei, voleva sposarla… avere una famiglia…

“Padre Paolo, vuoi lasciare la tonaca, tornare allo stato laico…?”

“No, Priore, io non voglio lasciare la Chiesa, questo è il punto! Voglio ancora e sempre essere Padre Paolo e occuparmi degli altri, come faccio ora… nella comunità; ma sono innamorato di una donna, voglio vivere con lei… avere dei figli…”.

“Figliolo, sai bene che questo non è possibile; noi frati non possiamo sposarci e siamo legati anche dal voto di castità…”.

“Lo so, ma non è giusto… Questa regola assurda vale solo per i cattolici…

Altre forme di cristianesimo ammettono il matrimonio anche per i religiosi… Io voglio continuare a servire la Chiesa, sono un Padre francescano, e voglio continuare a esserlo… ma amo una donna…”.

“Padre Paolo, non riferire mai a nessuno ciò che sto per dirti, ma in verità, personalmente, penso che tanti religiosi, sposandosi, sarebbero migliori, e svolgerebbero più serenamente e gioiosamente la loro missione. Ma questa è la regola… se resti, dimentica la donna; altrimenti, e non saresti il primo, lascia la tonaca…”.

“No, Priore, le regole si possono cambiare… io andrò dal Vescovo, andrò dal Papa se necessario, mi inginocchierò, supplicherò, chiederò la grazia di essere esentato dai voti e poter stare con la mia donna… continuerò a essere un buon servo del Signore… lo stare con la mia donna non mi distoglierà…”.

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Il Priore ben capiva il giovane, e spesso l’aveva osservato e aveva colto tutta la sua gioia e il suo fervore nel servire il Signore, nella maestosità dei canti, nella grandezza delle cerimonie pur nella semplicità del tocco francescano.

“Beneditemi Priore… andrò a parlare col Vescovo…”.

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Quella notte Paolo arrivò da Marta prima del solito, la trovò ancora a tavola e subito le prese le mani.

“Marta, ho deciso, domani andrò a parlare col Vescovo, mi ha concesso un’udienza… così non possiamo andare avanti… ne abbiamo parlato tanto ma ora il problema è da risolvere…”.

“Cosa vuoi che ti dica il Vescovo? cosa speri? Non può mica cambiare le regole per te. Al massimo ti consiglierà di tornare allo stato laico, ma, più probabilmente, ti esorterà a lasciare me…”.

“Marta, ma non capisci?, io ti amo e voglio stare con te, ma non voglio neanche lasciare la vita come religioso, voglio rimanere un francescano… il Vescovo mi darà consigli… magari mi scioglierà dal voto di castità… mi concederà qualche permesso speciale…”.

“Paolo, non essere assurdo – da quando lo amava, Marta aveva acquistato una determinazione prima sconosciuta e si manifestava sempre di più ben decisa nelle scelte – il Vescovo farà leva sul tuo voler restare un sacerdote e tu mi lascerai”.

“No, no… non dire così… non pensarlo…”.

“Ma Paolo, sii logico… perché non vuoi lasciare la tonaca? Lasciala, sarai sempre un buon cristiano e serviremo il Signore e il prossimo insieme… ce ne andremmo da questo paese, troveremo un piccolo lavoro… ci sposeremo… “.

“Un sogno, mia adorata, ma io non voglio lasciare il saio… vedrai, domani andrò dal Vescovo e lui appianerà tutto… appena finito verrò qua e ti riferirò…”.

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Quella notte si amarono come non mai, e come non mai furono intimamente veri.

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Era quasi mezzogiorno quando Padre Paolo uscì dalla Curia Vescovile, dopo un colloquio di tante ed estenuanti ore. Camminò a lungo prima di dirigersi alla casa di Marta… aveva bisogno di aria fresca dopo quella pesante e indorata della Curia rivestita di tappeti.

Voltato l’angolo, vide il cancelletto del giardino di Marta e gli sembrò chiuso, molto strano, e affrettò il passo.

Sì, era chiuso, e tra le sbarre c’era un cartello di cartone con su scritto: “Vendesi”.

Lis

Illustrazioni tratte da Google immagini

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