“Il dio che ti propiziava

questa bevanda d’inganni

faceva la tua fortuna

e il tuo canto. 

E tu libavi alle rose  del tuo ridente sepolcro,

non sospettando, o impavido,

che la tua vita era già

un cimitero fiorito.”

Con questi versi si conclude la lirica “Omaggio a Omar  Khayyâm” di Vincenzo Cardarelli. Non saprei dire se, e fino a che punto, vi sia attinenza fra questa sorta di epitaffio e il libro con cui Morghen celebra il doppio anniversario dannunziano: i 150 anni dalla nascita e i 75 dalla morte. So solo che, cominciando a scorrere le pagine del libro, questi versi mi sono subito balzati in mente… vi sarà una ragione.

“Un cimitero fiorito”… Si attaglia quest’immagine al Vittoriale, il mausoleo che il Vate si fece erigere in vita per celebrare se stesso?

A leggere l’acuta prefazione di Federico Carlo Simonelli si direbbe di no. Il Vittoriale è visto dal Morghen come una sorta di “Corpo”, che si sostituisce a quello ormai consunto del Vate, per  custodirne, come in un prezioso scrigno, lo Spirito.

Immagine suggestiva che, sempre per associazione di idee, mi riporta alla pittura di Savinio,  con quel suo antropomorfizzare gli oggetti, che finiscono per assumere la fisionomia dei loro possessori, preservandone non solo la memoria, ma quasi la fisicità, oltre il suo disfacimento organico.

Un Vittoriale che è dunque involucro, potremmo dire una sineddoche della fisicità del suo abitatore, e Spirito. Un’immagine percettibile di tutto ciò che la sua arte e la sua vita, che è essa stessa arte, rappresentano, in un ridondante coacervo di forme e di simboli, tra il sublime e il kitsch, tra il mistico e il carnale, che la presenza del Principe, signore e prigioniero al contempo di quel luogo, ricompone nell’unità di uno stile, unico e inconfondibile, al quale molti si sarebbero ispirati senza mai eguagliarne la grandezza.

Il libro consta di una serie di brevi saggi, coi quali l’Autore, partendo dal luogo, considerato nella sua struttura architettonica e simbolica, con puntuali riferimenti al sodalizio tra il Vate e l’architetto Maroni, che ne fu coartefice, ci conduce alla scoperta dell’Anima dannunziana, del Poeta, del Mistico francescano che propiziava le sue estasi con l’assunzione di droghe, del Soldato, del “Rivoluzionario” cui mancò il colpo d’ala per rendere concreta l’utopia fiumana.

L’unico uomo, insieme a Italo Balbo, che forse avrebbe potuto far ombra al Duce e porsi egli stesso a capo di un movimento politico nei confronti del quale ebbe sempre una posizione eretica. Gliene mancò la forza; ciò nonostante Mussolini, pur finanziando generosamente le sue follie, lo teneva, da quando egli eresse il Vittoriale a sua dimora, sotto uno stretto controllo di polizia, con l’apparenza di uno scudo protettivo intorno al luogo che il Principe prigioniero trasformerà, impegnando ogni sua energia fisica, mentale e spirituale nel monumento a se stesso. Un luogo nel quale, ancor oggi, aleggia lo Spirito del Vate e il cui fascino attira innumerevoli visitatori che vi si recano quasi in pellegrinaggio e per i quali questo libro potrebbe rappresentare un ottimo vademecum.

http://opac.provincia.brescia.it/opac/detail/view/test:catalog:679013

Federico Bernardini

 

 

 

 

 

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