Il 9 giugno del 1953 moriva Ugo Betti, uno dai massimi drammaturghi del Novecento.

Dopo il grande successo internazionale che gli arrise in vita, oggi è quasi dimenticato e le sue opere raramente vengono messe in scena, mentre nei teatri furoreggiano autori le cui braccia sono state inopinatamente sottratte all’agricoltura.

Ricordo, con gran nostalgia, gli anni in cui la Rai faceva cultura e il suo scopo principale non era ancora quello di lobotomizzare gli spettatori e i drammi di Betti erano adattati per lo schermo dai migliori registi.

Memorabile, nel 1966, la messa in onda di “Corruzione al Palazzo di Giustizia”, interpretato da grandi attori come Glauco Mauri, Nando Gazzolo e Tino Buazzelli, con la regia di Ottavio Spadaro… avevo solo tredici anni, ma non dimenticherò mai la grande emozione provocata da quello spettacolo: mi innamorai di Betti di un amore che ancora mi accompagna e non mi abbandonerà mai.

Dimenticato, dicevo, ma ciò non sottrae nulla al suo valore… ne discutevo anni fa, tra un Martini e l’altro, con una delle più note giornaliste italiane, per la quale valore e successo sono sinonimi, che affermava che il dimenticatoio nel quale Betti era caduto ne decretava la sconfitta. Un’opinione che, se pensiamo a quali siano oggi gli ingredienti del successo, fa accapponare la pelle.

Nel giorno in cui ricorre il sessantesimo anniversario della sua morte, voglio ricordarlo riproponendo questo mio vecchio articolo.

*

Il 9 giugno del 1953 moriva l’autore di “Corruzione al Palazzo di Giustizia”, un capolavoro del teatro italiano del ’900 ingiustamente dimenticato.

Quando un uomo muore continua a vivere nella memoria di quanti l’hanno conosciuto, quando muore un artista continua a vivere nella memoria dell’umanità o, almeno, in quella del suo popolo. Ma quando un uomo è morto, quando un artista è morto, e nessuno si ricorda più il suo nome, allora egli muore per la seconda volta e per sempre. Potrebbe essere la sorte di Ugo Betti.

Per questo, a cinquantanove anni dalla sua scomparsa, vogliamo ricordarlo con l’ammirazione e il rispetto dovuti a un grande artista e ad un uomo di straordinaria levatura morale.

Considerato un minore da parte della critica e poco noto anche al pubblico colto, Betti attende ancora, com’è suo diritto, di essere annoverato tra i più grandi autori teatrali del XX secolo.

Giacinto Spagnoletti, nelle mille pagine della sua “Storia della letteratura italiana del ’900″, gli dedica soltanto poche righe, trattandolo alla stregua di autori come Annie Vivanti o Nyta Jasmar. Sorte peggiore è toccata a Dario Fo, già celeberrimo e che appena tre anni dopo avrebbe vinto il Premio Nobel, citato da Spagnoletti solo di sfuggita e non come autore ma semplicemente come regista e attore.

Ammettiamo pure che Spagnoletti “Data l’assunzione del teatro come materia a sé stante…” abbia deciso di privilegiare i poeti e i narratori, ma non si possono liquidare, in una storia della letteratura italiana del ’900, Betti in dieci righe e Fo in una.

Come se ciò non bastasse, l’illustre critico relega Ugo Betti nel ristretto ambito del “Teatro di poesia”, senza fare alcun riferimento alla potenza della sua introspezione psicologica, che mette in luce gli aspetti più torbidi della società e della natura umana ma richiama anche a quei principi di dignità e di responsabilità individuale che, nel più degradato dei contesti, hanno la forza di condurre un uomo a pagare il caro prezzo del suo riscatto e a ristabilire la giustizia.

Ed è proprio il tema della giustizia che sta particolarmente a cuore a Betti perché, oltre che drammaturgo, egli fu anche magistrato e ciò lo portò a travasare l’esperienza professionale nei suoi testi, primo fra tutti “Corruzione al Palazzo di Giustizia”, a proposito del quale così scrive Giovanni Antonucci nella sua introduzione al dramma: “Problemi, peraltro, che non sono esclusivamente quelli dell’indipendenza del giudice e del rapporto politica-magistratura, ma anche, e forse soprattutto, dell’equità della pena, del rapporto fra diritto e dignità umana, fra giustizia dei giudici e una giustizia più alta, che non si accontenta delle norme del codice”.

Tornando al difficile rapporto tra Ugo Betti e la critica, non possiamo dimenticare che anche Silvio d’Amico, che pure fu uno dei suoi esegeti più attenti e benevoli, nella sua “Storia del teatro drammatico”, non gli dedica più di mezza paginetta.

Che dire, poi, dei rapporti col pubblico? Finché fu rappresentato, e lo fu in tutto il mondo, ebbe un enorme successo. Memorabile la messa in scena di Orazio Costa, nella stagione ’83-’84, con Renato de Carmine e Corrado Pani tra i protagonisti. In seguito, vuoi per la volubilità delle mode culturali, vuoi per la nefasta influenza delle camarille intellettuali e politiche, l’opera di Betti è scivolata, lentamente, nell’oblio ed oggi chiunque voglia accostarsi ai suoi testi non può fare altro che rivolgersi alla pagina scritta. Ma si sa, il teatro è fatto per essere rappresentato, non per essere letto, come i romanzi e le poesie, e quando un testo non va più in scena muore.

E pensare che il suo capolavoro, un’opera del ’44 rappresentata per la prima volta nel’49, sembra scritto oggi. In esso, con spirito profetico, Betti sembra prefigurare i temi della responsabilità individuale del giudice e dei rapporti fra giustizia, società e politica che animano l’odierno dibattito. Un’opera attuale, che lo sarà anche fra cent’anni, a patto che venga recuperata e vivificata, perché Betti, come tutti i grandi artisti, ha un dono che lo preserva dalle mode passeggere e lo rende universale.

Quanto sarebbe bello se i nuovi dirigenti della RAI, tra un varietà e un reality, concepiti per rincretinire un pubblico già abbastanza rincretinito, decidessero di mandare in onda “Corruzione al Palazzo di Giustizia”, magari nell’edizione degli anni ’60, quella con Tino Buazzelli. Quanto sarebbe bello!

Federico Bernardini

Illustrazioni tratte da Google immagini

Annunci