La “Fiaba” è un genere letterario che possiede sempre almeno due piani di lettura: quello che potremmo definire “essoterico” e cioè evidente a tutti, la storia, sempre  a contenuto fantastico e magico (e in questo si differenzia dalla “Favola”, a contenuto realistico e allegorico-morale), e quello che invece definiremo “esoterico”, “iniziatico”. Un piano di lettura più profondo, che va affrontato con un approccio antropologico, psicologico e talora psicanalitico. Operazione, quindi, che comporta un bagaglio culturale estraneo a quelli che ne sono i fruitori d’elezione, e cioè i fanciulli, che ne colgono semplicemente l’aspetto magico, fantastico e, a volte, moraleggiante.

Nella cultura occidentale prevale oggi l’interpretazione antropologica dei formalisti russi, primo fra tutti Vladimir Jakovlevič Propp, che in un suo testo fondamentale “Le radici storiche dei racconti di fate” identifica la “sorgente” della fiaba nei riti di iniziazione degli antichi popoli animisti.

Ma non è su questo aspetto che intendiamo soffermarci: prenderemo in esame, invece, una fiaba “Cenerentola” che si presta perfettamente ad una interpretazione in chiave psicanalitica, che ne rivela il carattere erotico, anzi squisitamente feticistico.

La “storia” è nota a tutti noi sin dai tempi dell’infanzia e non è dunque necessario sintetizzarla, prima di procedere all’analisi dei suoi elementi costitutivi.

“Cenerentola” è universalmente nota nella versione secentesca del Perrault e in quella ottocentesca dei fratelli Grimm, ma le sue origini vanno ricercate  nella Cina del IX secolo, nella storia di Yeh-Shen narrata da Tuan Ch’ing-Shih. Ed è proprio in questa “sorgente” che già troviamo, in chiave “culturale” quel significato che a noi non appare “evidente” e va ricercato attraverso l’approccio psicanalitico.

Com’è noto, nella cultura tradizionale cinese, il piede femminile piccolo, il “Loto d’Oro”, è considerato, oltre che un segno di distinzione, un elemento estetico dal profondo significato erotico.

Si comincia così a comprendere la ragione per la quale il “canone estetico” che presiede alla scelta del principe non sia quello tradizionale, legato ai “loci communes” della bellezza muliebre, ma si riduca alle dimensioni del piede. Cenerentola è la prescelta non perché sia la più “bella”, ma perché il suo è il piede più piccolo del reame.

Ma a questo punto, individuata la “ragione prima” nell’antica scaturigine del racconto, ecco che ci viene in soccorso la psicanalisi, consentendoci di inquadrarlo in un contesto estetico ed erotico occidentale.

L’elemento portante della fiaba è la “parafilia”, l’attenzione morbosa al particolare eretto a simbolo della femminilità e nei confronti del quale si concentra il desiderio sessuale.

Non è qui il caso di soffermarsi sul fatto che nella letteratura psicanalitica il piede sia individuato come un simbolo fallico (mentre la scarpa rappresenta la vagina) e di analizzare i caratteri di omosessualità latente, che pure sono presenti nell’adorazione del piede femminile, ci limiteremo a considerare la questione nell’ambito del rapporto uomo-donna e delle pulsioni erotiche di natura squisitamente eterosessuale scatenate dal piede femminile.

Una parte del corpo molto intima, il contatto con la quale è indice di grande intimità, anzi di “disponibilità sessuale”; una parte estremamente sensibile che, se stimolata, provoca un brivido che, diffondendosi lungo la gamba, arriva al bacino, suscitando un piacere “genitale”.

Estremamente “erotizzante” è anche, semplicemente, il metterla a nudo,  attraverso il gesto di sfilare la calzatura, un elemento di seduzione che ha lo scopo di evidenziare ed esaltare il piede femminile.

A riprova di ciò ricordiamo l’uso ottocentesco, da parte delle dame, di offrire una mancia ai servitori che le aiutavano a cavare gli stivali da amazzone, affinché essi potessero sfogare con le prostitute le pulsioni erotiche cagionate da quel gesto.

E non è un caso che la scarpina di Cenerentola, in numerose versioni della fiaba, sia di cristallo, materiale assolutamente incongruo per una calzatura. Questo particolare riconduce all’uso di bere (ma solo Champagne) , in atto di omaggio, dalla scarpa della propria dama. Un atto che racchiude molteplici significati.

In primo luogo, come abbiamo detto, nella letteratura psicanalitica la scarpa simboleggia la vagina e il contatto tra la calzatura femminile e le labbra maschili ha una connotazione erotica patente. In secondo luogo dimostrarsi disposti a bere da un “calice” che oltre a quello delle ”bollicine”offre il sentore di intimi effluvi corporei è segno di intimità profonda, addirittura di una “dedizione” che promette di non vacillare di fronte a “nulla”.

Federico Bernardini   

Illustrazioni tratte da Google immagini

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