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Fin da piccola, pur non avendo coscienza né conoscenza scientifica della mia malattia cardiaca, dovuta ad una “pervietà interatriale congenita”, percepivo molto bene le attenzioni ansiose, talvolta angosciose dei miei genitori nei miei confronti.

Mi intrappolarono, sempre per il mio bene, in una gabbia dorata, ma assai stretta: tanti balocchi, tanti vestitini graziosi, gite fuori porta e passeggiate in calesse… ma niente salti e giochi con la corda né corse e gare con la palla con le bambine del vicinato, niente ginnastica a scuola né nuoto al mare.

Mi fecero studiare pianoforte fin dai sei anni, perché non era stancante.

Mi era consentito passeggiare sul bagnasciuga e costruire castelli di sabbia, esplorare quel meraviglioso mondo che si nasconde fra gli scogli o fra le alghe della spiaggia.

l mio passatempo preferito era osservare i miei fratelli tuffarsi dallo “Scoglione”, dietro la villa dei conti, giocare con le onde e gareggiare con gli amichetti… avrei dato tutti i miei balocchi e i privilegi dovuti alla mia salute cagionevole in cambio di quella gaiezza. Ciò che per gli altri era divertimento e vita, per me poteva essere causa di morte.

Non potevo volare, sono nata con le ali tarpate.

Avevo otto anni quando, vestita da fratino francescano, su un camion addobbato di drappi preziosi e garofanini profumati di giugno, intronata ai piedi della statua di sant’Antonio di Padova e circondata da una decina di bambini vestiti da angioletti, attraversai le strade principali della città storica. Sui davanzali e sui balconi, i copriletti di raso o di seta, tessuti o ricamati, si contendevano il primato di preziosità e di bellezza, onore al Santo e orgoglio della proprietaria.

Le note della banda musicale, le preghiere delle perpetue e i canti sacri dei fedeli si innalzavano al cielo e s’incontravano con migliaia di petali di rose, che dalle finestre venivano offerti e riversati sulla statua del Santo, conosciuto e venerato come il santo delle “Grazie Impossibili”.

E proprio in una grazia aveva sperato mia madre, quando decise di accollarsi tutti gli oneri di quella processione e di consacrarmi a sant’Antonio.

Quello stesso giorno presi coscienza della mia fragilità perché, mentre mi sfilava la tonaca per riporla nell’armadio delle cose importanti, mia madre piangeva e accarezzandomi i capelli mi prometteva un dono “grandissimo” da parte del Santo. Un dono che io non capivo e che non gli avevo chiesto.

Domandai spiegazioni di quel pianto alla mia sorella maggiore e lei mi rispose che la mamma piangeva perché, a detta del medico di famiglia, con un cuore così grande io non avrei raggiunto l’età della pubertà.

Come, quel cuore così grande, di cui andavo fiera, che mi metteva su un gradino privilegiato rispetto ai bambini dal cuore normale, era invece la causa di tanta angoscia? non era un privilegio, ma una maledizione?

Una domenica di maggio, all’interno del santuario della Madonna, durante la messa solenne, fu affisso sulla parete, a sinistra dell’altare, un quadretto rettangolare con la cornice argentata e l’interno rivestito di velluto blu, come i miei occhi, su cui era stato fissato, sotto vetro, un cuore d’argento con al centro una piccola fiamma dorata.

Sotto il cuore, anch’essa fissata sul velluto, una mia fotografia scattata per l’occasione.

Non ero sola in quella chiesetta, decine di cuori d’argento e di immagini di bambini stavano fissati, notte e giorno, sulla parete, protetti dalla Madonna.

Sono sicura che la Vergine e il Santo mi fecero la ”Grazia”, perché raggiunsi senza problemi il periodo critico della pubertà. Per la felicità, in occasione della prima mestruazione, seguendo l’usanza della famiglia, i miei mi regalarono un orologino d’oro, marcato “Lanco”.

Ad alleggerire l’ansia dei miei genitori e a rendermi la vita più bella e spensierata, fu il nuovo medico di famiglia che, confidando nelle nuove ricerche, convinse i miei ad aprire la gabbia dorata dove mi tenevano prigioniera, per farmi vivere l’adolescenza come tutte le ragazze della mia età…

Scherzava il dottore, quando mi visitava e mi diceva: “Fortunato chi ti sposerà, perché sarà amato da un Grande Cuore”, riferendosi naturalmente al mio cuore ingrossato.

C.

Illustrazione tratta da Google immagini

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