Nei secoli XVIII e XIX era d’obbligo per i giovani, soprattutto inglesi, tedeschi e francesi di buona famiglia, un viaggio di formazione, il “Grand Tour”, attraverso l’Europa continentale; un tour che aveva solitamente l’Italia come meta finale e senza il quale la loro educazione non poteva dirsi completa.

L’Italia, ancor più della Grecia, era una meta privilegiata, a volte esclusiva, e non solo per i rampolli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, ma anche per artisti e scrittori alla ricerca delle fonti dell’arte e della cultura europea. Tra questi Wolfgang von Goethe, che visitò il Bel Paese tra il 1786 e i 1788 e di tale viaggio ci ha lasciato una testimonianza di inestimabile valore nel suo “Italienische Reise”.

Solo pochi anni prima, tra il 1775 e il 1776, l’Italia aveva ospitato un altro illustre personaggio, Donatien-Alphonse-François de Sade. Un viaggio, quello del Divino Marchese, intrapreso per ragioni assai diverse ma, a suo modo, anch’esso un viaggio di formazione, come testimonia il resoconto che ce ne ha lasciato, dato alle stampe soltanto nel 1967 col titolo  “Voyage d’Italie”, a cura di  Gilbert Lely e Georges Daumas. E’ in quest’opera, infatti, che troviamo in nuce molti degli elementi che caratterizzeranno i suoi grandi romanzi, soprattutto “L’Histoire de Juliette”.

De Sade non si recò in Italia per studio o per diporto, la sua fu piuttosto una fuga per sfuggire all’ennesima condanna per abusi sessuali. Aveva allora 35 anni e alle sue spalle una lunga carriera di libertino.

Già nel 1772 aveva trovato rifugio per breve tempo in Italia, per sfuggire a una condanna per sodomia e avvelenamento. Insieme alla cognata amante Anne-Prospere e al fedele servitore Latour, coi quali condivideva le sue perversioni, si era reso protagonista a Marsiglia di efferate violenze ai danni di quattro fanciulle e di una prostituta sulle quali, dopo aver loro somministrato forti dosi di cantaridina per eccitarle, aveva sfogato il suo “sadismo” sodomizzandole ripetutamente e sottoponendole ad altre pratiche sessuali aberranti.

Arrestato, riesce ad evadere e a scampare alla condanna corrompendo i suoi custodi e si nasconde nel suo castello di Lacoste.

Grazie alla sua condizione sociale privilegiata le sue gesta rimangono senza conseguenze e nel 1775 lo troviamo a Lione, dove assume cinque ragazze quindicenni che, in compagnia di sua moglie e di una domestica, costringe a partecipare ad orge estreme, nel corso delle quali vengono sottoposte a torture. Scoppia l’ennesimo scandalo che mette a rischio la sua impunità, di cui ha approfittato oltre ogni limite, e lo costringe a  cercare nuovamente rifugio in Italia.

La prima tappa è Torino, dove de Sade comincia ad abbozzare il suo racconto, cui si dedicherà per oltre un anno, durante le sue peregrinazioni da una città all’altra, e cui darà forma definitiva al suo rientro in patria.

Lo sguardo con cui contempla la degradata realtà dell’Italia dell’epoca è quello gelido del filosofo-libertino, disgustato dall’abiezione del popolo e dalla corruzione dei potenti, ma al contempo morbosamente attratto dagli aspetti più crudi della vita, che eccitano la sua sensibilità deviata e le sue pulsioni di violenza e di morte, aspetti alla cui ricerca si dedica con zelo ben maggiore di quello riservato alle vestigia dell’arte e della cultura millenarie del nostro Paese: una tradizione ormai ai suoi occhi quasi spenta e offuscata dalla miseria fisica e morale di un popolo che ormai non può più considerarsene erede.

A volte, nel suo racconto, emerge un sorta di moralismo, malcelato e ipocrita, quasi un tentativo di dare di sé un’immagine tranquillizzante, un moralismo il cui spessore è però rivelato dalla compiaciuta ricerca del morboso, su cui si sofferma coi toni che già preludono ad opere come “L’Histoire de Juliette”, parzialmente ambientata in Italia, su cui torneremo parlando del soggiorno romano del Marchese.

Fra le città da lui visitate tre sono quelle su cui de Sade si sofferma con maggiore attenzione: Firenze ma, soprattutto, Roma e Napoli.

I Fiorentini vengono descritti come ignavi, ignoranti e sozzi e particolarmente sprezzante è il suo giudizio nei confronti delle donne, che definisce generalmente brutte e grasse.  Un popolo dai costumi depravati che vive in una nuova Sodoma, le cui spesse mura nascondono, come egli scrive, “molti orrori”. La capitale dell’adulterio, popolata di ruffiani e donne depravate, che si abbandonano al vizio “più facilmente che altrove”… quanto morboso compiacimento, dietro la sferzante invettiva del moralista.

Non migliore è il giudizio espresso nei confronti del popolo romano, che de Sade bolla come ingenuo e superstizioso, animato da un culto pagano per le reliquie. Attraverso le sue frequentazioni degli ambienti aristocratici, era intimo della duchessa del Grillo e della depravata principessa Borghese, viene iniziato ai segreti e ai vizi del potere, cui neanche la corte papale si sottrae.

Ad alcune delle confidenze raccolte in quegli ambienti e nel loro sordido sottobosco, saranno ispirati certi episodi della sua “Juliette”, come quello in cui la protagonista viene sodomizzata da Pio VI, “La vecchia scimmia”, dietro l’Altare della Confessione di san Pietro.

Ma tra i numerosi personaggi coi quali il Marchese intrattiene rapporti durante il suo soggiorno romano, il più torbido e inquietante, il più “sadiano” è il medico Giuseppe Iberti, definito: “Il più gentile, il più colto, il più amabile dottore romano”. E’ lui a rivelargli gli abissi di perversione della corte pontificia.

Ma soprattutto Iberti è reduce dalle orrende carceri del Sant’Uffizio, dove era stato rinchiuso per aver usato alcuni malati poveri come cavie umane, sottoponendole ad atroci quanto inutili esperimenti. Una sorta di Mengele ante litteram, i cui minuziosi racconti  delle sue pratiche sono musica per gli orecchi del Divino.

Le strade di Napoli, infine, si offrono ai suoi occhi come un palcoscenico a cielo aperto, con lo spettacolo estremo della miseria, dell’abbrutimento fisico e morale e della perversione.

“Una città negata all’amore tenero e galante” così annota nel suo resoconto… sembrano le parole di un delicato poeta stilnovista, ma ciò che l’attrae sono gli aspetti più crudi della vita di quella città, che egli descrive morbosamente, con minuziosa e compiaciuta attenzione.

Tremendo lo spettacolo degli animali inchiodati vivi sull’albero della cuccagna; tremende le stimmate della sifilide “il mal napolitano” impresse sui corpi degli abitanti di una città soffocata dal vizio; tremenda la visione delle bambine di cinque anni che mercanteggiano per strada, offrendo liberamente il loro corpo a chiunque sia disposto a pagarlo… un vero catalogo sadiano che non può non evocare le 120 Giornate.

E’ insomma durante il suo soggiorno italiano che il Marchese compie il suo “apprendistato letterario” nel quale sono già ben presenti i germi della sua successiva produzione, il suo “sadismo”, che emerge persino dalle considerazioni intorno a certe opere d’arte che ebbe modo di ammirare, come “L’Estasi di Santa Teresa”  in santa Maria della Vittoria, a Roma, cui dedica riflessioni sul carattere “carnale” dell’esperienza mistica che precorrono, come del resto molta della sua produzione, le teorie freudiane.

Federico Bernardini 

Illustrazione: “Brunilde osserva Gunther da lei legato e appeso al sofitto” (Johann Heinrich Füssli)

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