Un libro interessante…e divertente, che si rivolge sia agli esperti sia, soprattutto, al grosso pubblico, per sfatare il luogo comune che l’arte contemporanea sia soltanto un imbroglio e mi induce a fare qualche riflessione sull’argomento.

http://www.lafeltrinelli.it/products/9788804585572/Lo_potevo_fare_anch’io/Francesco_Bonami.html

Capita spesso che qualcuno, limitandosi a citare casi controversi, come quelli di Fontana e Manzoni, che per altro io stesso non stimo grandemente, pretenda di dimostrare che l’arte contemporanea si riduca a espressioni alla portata di tutti. E’ una questione enorme, che non può essere trattata col semplicismo di chi, del tutto ignaro della materia, metta piede per la prima volta in una galleria d’arte contemporanea e i suoi occhi siano pieni della bellezza classica o, ancor peggio, dalla sua conformistica, vacua e consolatoria riproduzione e imitazione.

Se volessimo negare il valore estetico dell’arte contemporanea avremmo bisogno di ben altri argomenti e, oltre ai metodi dell’interpretazione critica, dovremmo ricorrere ad un approccio multidisciplinare per comprendere come e perché le arti figurative…e l’arte in genere, siano pervenute a un esito che capovolge l’estetica tradizionale.

Oggi prevale l’estetica del brutto, del difforme, della disarmonia, della dissonanza come valore assoluto, anzi come disvalore, che rispecchia la decadenza della civiltà occidentale, la perdita di significato teorizzata dal nichilismo e dal pensiero debole che ha infestato la pianta millenaria di un pensiero filosofico fondato su valori forti.
E’ l’estetica di una cultura e di una civiltà senza speranza, che anziché ai valori, si ispira al disvalore, che contempla il suo male, la sua corruzione, la sua bruttezza e la riproduce sulla tela, come sul pentagramma, per denunciare, anzi per farci bere sino in fondo l’amaro calice del nostro disfacimento.

Dietro un gesto, come quello di Fontana, che può apparire scandalosamente, anzi vuole apparire scandalosamente provocatorio, come il rasoio di Buñuel che taglia l’occhio in “Un chien andalou”, c’è la volontà di affermare una dolorosa rottura rispetto a un passato che poteva concedersi il lusso di creare, mentre oggi non possiamo far altro che assistere a quella destrutturazione culturale, sociale e individuale che si esprime nell’arte come un grido estremo di allarme e di rivolta.
Un’arte che non ha più alcuna virtù catartica, ma si limita a denunciare la nostra condizione esistenziale senza indicare una via di riscatto.

Un gesto dietro la cui apparente semplicità c’è una profonda consapevolezza culturale che ha portato Fontana a compierlo per la prima volta e una lunga catena di allusioni e di rimandi. Non possiamo liquidarlo come un semplice, anzi insignificante sfregio su una tela.

Solo su queste basi, dopo averne compreso il linguaggio e le motivazioni, potremmo negare il valore estetico dell’arte contemporanea rispetto a quello della tradizione. Una negazione che dovrà poi basarsi sullo studio di un’infinità di altri autori e di altri movimenti che spesso, per altro, ne rappresentano assai meglio di Fontana o di Manzoni l’anima.

Può non piacere, ma va compresa e non scambiata per uno scarabocchio tracciato dalla mano inconsapevole di un bambino. E a me spesso non piace: la mia è l’estetica del bello, quel bello che nell’arte classica ci mostra anche il brutto, il grottesco, non come negazione, ma come l’altra faccia della medaglia.

E qui ci sarebbe da aprire un lungo capitolo sul bello nell’arte in relazione ai tempi e ai luoghi, sulle contaminazioni che nel Novecento hanno fortemente condizionato l’estetica occidentale, facendo trionfare quelle dissonanze che già l’orecchio attento coglie in Mozart…se fosse vissuto altri quarant’anni la storia della musica…e non solo, sarebbe stata diversa.

Federico Bernardini

Illustrazione: Lucio Fontana “Colonna Hotel Alpi a Bolzano”, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Colonna_Fontana_Bolzano.jpg

 

 

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