Digito “Il Barbiere”, cerco con Google, sto per cliccare su “Il Barbiere della Sera” che si trova ovviamente al primo posto, prima de “Il Barbiere di Siviglia”, quando l’occhio mi cade in fondo alla schermata dove, al quinto posto, trovo qualcosa che attira la mia attenzione: “Io, barbiere dei vip e scrittore taglio i capelli e cucio  le parole”.

Clicco. E’ un’intervista di Annarita Briganti, di Repubblica, a Franco Bompieri, il proprietario dell’Antica barbieria Colla, il più famoso Salone di Milano. E mi ricordo di un libro di Bompieri letto una decina d’anni fa, tutto d’un fiato: “Presi per i capelli”, edito nel 2000 da Mondadori. Una galleria di personaggi del mondo del giornalismo, della politica, della cultura, dell’arte e dell’economia che, nel corso degli ultimi decenni, clienti abituali o occasionali, hanno affidato le loro chiome o l’onor del mento alle mani sapienti di Bompieri, maestro della forbice e fecondo scrittore.

Abbandono il portatile e vado in biblioteca, a riesumare il volume. Un libricino di appena otto sedicesimi, una galleria di miniature che ritraggono , in modo inedito, 53 personaggi colti in un momento di vita quotidiana, mentre si rilassano come chiunque altro sulla poltrona del barbiere, e di cui l’occhio clinico di Bompieri riesce a cogliere l’umanità, i tic e quei tratti caratteriali un po’ bizzarri dissimulati, solitamente, dalla loro immagine pubblica.

Una delle pagine più belle, che manifestano la sconfinata ammirazione dell’Autore nei suoi confronti, è quella dedicata a Enzo Bettiza.

“Enzo Bettiza, quando non è in giro per il mondo, viene dal suo barbiere portandosi una camicia di ricambio. In un pacchettino elegante, come appena uscito da Truzzi…Finito il mio servizio, che vuole accurato ma impercettibile, si ritira nel camerino privato e si cambia la camicia; a volte impiega più di mezz’ora, tanto è meticoloso nell’annodare la cravatta. A me basta questo per dire che in Enzo Bettiza vi è l’anima in esilio di un principe, sopravvissuto alla detestata Rivoluzione di Ottobre”.

Straordinario è anche il ricordo di un altro grande giornalista, Gianni Brera, colto in un ambiente diverso dalla barbieria. Poche parole che ci svelano la sua intima natura come meglio non si potrebbe.

“Da una fila di bottiglie, Gianni Brera sceglie un Barbaresco…(quella bottiglia non sarebbe stata l’ultima della la serata). La soppesa, la valuta alla vista. Con cura, senza agitarla, la stappa lentamente: si porta il tappo al naso, lo rigira, annusandolo con attenzione, non tanto forse per controllarne l’integrità, quanto per avviare il piacere della degustazione, con la ritualità di un esperimento ripetuto chissà quante volte. …Poi, all’improvviso disse in una nuvola di fumo: “L’è ora d’andar a dormer” e uscì sulla strada dove la luce del giorno era ormai più forte di quella dei lampioni, ancora accesi”.

Quasi lapidarie le parole con cui descrive Montanelli.

” -Non vi è nulla che non si possa dire in dieci righe-. Lo prendo in parola e racconto un solo episodio…Terminato il mio lavoro con lui, Montanelli si dirige alla cassa. In una poltrona, un cliente legge “Il Giornale”. Montanelli si ferma dietro di lui e gli tocca la spalla. Si guardano fugacemente nello specchio. “Grazie di leggerlo” dice il giornalista. La pausa di un attimo e  sembra convincersi che in fondo non è tutto inutile. Paga ed esce, un po’ soprappensiero: forse, per un attimo è stato troppo ottimista”.

I giornalisti ne escono bene, ma non mancano i personaggi “detestabili”, come Cesare Zavattini e, soprattutto, Giorgio Strehler.

“Il mito per me aveva un nome ben preciso: Cesare Zavattini…quello della Veritàaaa…Entrò in bottega, si sedette sulla poltrona con l’aria un po’ sostenuta. Cercai di infilargli l’asciugamano nel collo: me lo impedì con una rapida mossa infastidita. Gli insaponai il viso. Afferrai il rasoio con la mano destra e con le solite due dita della mano sinistra mi avvicinai per stendergli la pelle del collo. Lui mi fermò, più con lo sguardo -mi parve assumere un’aria disgustata- che con il braccio, che tuttavia protese con forza, quasi a difendersi da un’aggressione. Si applicò a sbuffi e smorfie per mantenere la pelle tesa il più possibile finché non terminai di raderlo, con una mano sola. Provvide egli stesso a sciacquarsi, asciugarsi e a togliersi l’asciugamano. Intoccato, se ne andò seminando dietro di sé mozziconi di quel mito che adesso, per me, non era più”.

“Il servizio era finito. Giorgio Strehler  attese per un attimo che il proprietario spegnesse le luci. Nell’ombra il Maestro si sollevò un po’ sulla poltrona e si guardò di profilo. Poi si alzò, volse la schiena alla grande specchiera e con un piccolo specchietto controllò minuziosamente ogni dettaglio del taglio che gli avevo fatto, toccandosi i capelli con dita leggere, quasi una carezza, rapido e preciso, a dare a questo e a quel ricciolo il tocco della perfezione. …

Un giorno…si irritò Mantovanini (il suo principale di allora) e non assecondò il Maestro nella sua esigenza di rimirarsi nella penombra del negozio, a luci spente. …”Se vuole guardarsi nell’ombra lo faccia a casa sua” e, accennando a due clienti che stavano leggendo, aggiunse: “Questi signori desiderano leggere”. Non rivedemmo più il Maestro…non rivedemmo più Valentina Cortese e tanti altri che amavamo vedere sulla scena del Piccolo: la “corte” ci aveva messo al bando”.

“NON ESISTONO EROI, PER I LORO CAMERIERI” (Napoleone)

Federico Bernardini

Illustrazione: Indro Montanelli negli anni ’70, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:IndroMontanelli.jpg

Advertisements