Viaggio spesso da sola e, non potendo condividere il momento, prendo strampalati appunti scritti in fretta, a volte in una grafia (evito il prefisso “calli” per pudore) difficilmente comprensibile, anche da me. Ieri, blocchetto blu tenuto chiuso da elastico rosa, a volte indulgo in cose femminili, ho ritrovato vecchi appunti del mio viaggio a Lisbona e dintorni. Mi sorprende sempre rileggere quanti particolari riesca a notare in pochi minuti, a volte in pochi istanti; fissarli con poche parole serve a riportarne alla memoria anche molti più di quanti non potessi sperare. Gli appunti vertono sulla visita a un monastero, enorme, dove il Tago si getta nel mare, costruito di sola pietra, senza gli sfarzi di affreschi o bicromatismi. Unico colore nei vetri del rosone della Chiesa. Un prete, vecchio, tanti capelli bianchi, come candida è la barba, una semplice cotta addosso, bianca anche essa, senza ricami, trine o pizzi, sta officiando un battesimo. Il bambino non piange, la serenità del sacerdote è contagiosa e palpabile. Si volta, mi guarda le spalle, sorride a me che le ho coperte con uno scialle. I parenti sono gente da cerimonia, agghindati, in abiti assurdi degni di una discoteca, scarpe impossibili da usare per camminare, hanno strani ondeggi nel portamento. Ci credo! Bisogna saper portare tacchi alti, altrimenti l’andatura sembra quella da montagna, corpo spostato in avanti e piede che cerca appoggio sicuro che, in montagna trova, sul pavimento scivola. Sento il loro mal di piedi. Ma che c’entra questo con la sacralità del luogo? Il fresco dell’ambiente è gradevole, sento anche l’energia che sprigiona il luogo, la confluenza di due acque, il Tago e l’Oceano. Esco, il giardino grande, verde, ventilato nonostante il caldo, è molto godibile, pieno di gente di ogni tipo, anche qualcuno che è uscito dalla cerimonia, forse per un po’ di respiro. Sarà deformazione professionale, noto una donna, non giovanissima, evidentemente incinta, avviluppata in un abito nero di pizzo che testimonia che, non sempre, il nero è elegante, specialmente se indossato con camicia salmone, nel tentativo di nascondere la pancia evidente. I pochi capelli acconciati per apparire voluminosi, immancabili tacchi alti a stiletto le danno una andatura traballante, come se il suo corpo non ricordasse più il proprio baricentro. Mi domando, ma che c’entra tutto questo con la sacralità del luogo? Intanto mi godo il paesaggio. Il Tago, la torre di guardia: primo e ultimo baluardo che porta i simboli della Chiesa e del potere che esercita ed ha esercitato in questi luoghi. Campeggiano la Croce e le insegne pontificie, da qui, forse, si partì per la conquista di paesi selvaggi come il Brasile e parte della vicina Africa. Tutto mi colpisce. Le mimose hanno foglie scure e dure, non le piega il continuo vento dal mare. I colori sono vividi, anche quelli degli alberi protetti dalle intemperie e dal salmastro. Così, all’estrema periferia di Lisbona, in un posto che fu simbolo del potere della Nazione, vivono gli ultimi. Arabi, Mozambicani, Brasiliani e non so quanti altri, in case moderne, con facciate mangiate dal sole e dal sale, forse una volta case di vacanze, ma la crisi qui è evidente, si sente nelle parole del tassista simpatico che mi riporta all’aeroporto, nella celerità del servizio nei ristoranti e in molte vetrine vuote, anche nei quartieri dove i turisti la fanno da padroni. Era giugno del 2010.

Sonia Maioli

Illustrazioni tratte da Google immagini

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