Io sono Cristiano e credo nel valore sacrale della vita, ma rispetto e non giudico chi sceglie di togliersela in un momento di disperazione o lucidamente, come fece Lucio Magri, programmando la sua dipartita sin nei minimi particolari, dal modo prescelto al luogo della sua sepoltura.

E non credo che tale scelta sia necessariamente un segno di viltà: si può fare per molte ragioni. Quel che credo, invece, è che rientri nell’ambito esclusivo della nostra volontà, del nostro libero arbitrio, e non possa e non debba essere “istituzionalizzata” attraverso una legge dello stato che consenta il suicidio assistito.

Magri approfittò dell’opportunità a lui offerta da uno stato straniero e neanche in questo voglio giudicarlo. Ma il compito dello stato è garantire ai suoi cittadini le migliori condizioni di vita possibili e non certo quello di assecondare una scelta che non rappresenta un diritto, ma una responsabilità che ciascuno di noi è libero di assumersi, rendendone conto alla propria coscienza e, se ci crede, a Dio.

Solo nel caso in cui un soggetto si trovi di fronte all’impossibilità materiale di togliersi la vita potremmo comprendere che egli deleghi ad altri tale compito ma, anch’essi, dovranno essere consapevoli della responsabilità morale e giuridica che si assumono con un atto che non può essere considerato un diritto e, conseguentemente, disposti ad affrontarne le conseguenze.

Qualcuno potrebbe obiettare che questo sia un atteggiamento ipocrita, ma non lo è. Si tratta soltanto di stabilire un limite a una libertà che, una volta infranto il principio dell’inviolabilità della vita, condurrebbe inevitabilmente a una deriva morale e giuridica.

Breve, quasi automatico, sarebbe il passaggio dal suicidio assistito all’eutanasia e altrettanto breve quello che ci porterebbe poi a sopprimere le vite non degne di essere vissute, come sostenevano i medici nazisti responsabili del ”Programma Aktion T4”.

Il suicidio è una tragedia personale che si trasformerebbe in tragedia sociale una volta ridotto a pratica medico-burocratica. Chiediamoci, piuttosto, quanti suicidi potrebbero essere scongiurati da una maggiore attenzione dello stato, della società, della famiglia e dei singoli alla solitudine e alla disperazione che sono la causa principale di quello che, termine ormai desueto, veniva definito “folle gesto”.

Lo sa bene chi, come me, ha avuto la sventura di trovare un amico appeso a una corda, comprata con gli ultimi spiccioli dopo che gli avevano staccato la luce. Ricordo le parole del parroco di Sant’Agnese, a Roma: “Quello di Alessandro non è stato un suicidio, ma un omicidio e tutti noi ne siamo responsabili”.
Addio, Alessandro, che la terra ti sia lieve!

Federico Bernardini

Illustrazione: “L’Isola dei Morti” (Arnold  Böcklin), fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Isola_dei_Morti_IV_(Bocklin).jpg

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