“Viva l’Italia – Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione” di Aldo Cazzullo, un volume che si inserisce nel filone celebrativo del centocinquantenario, riproponendo tutti i luoghi comuni della retorica risorgimentale, e la cui inattendibilità, non c’è bisogno di sorbettarsi l’intero volume, salta agli occhi anche del lettore più sprovveduto quando l’autore afferma, non certo per ingenuità o ignoranza delle fonti, ma nel contesto di un più ampio disegno propagandistico: “Chissà cosa direbbe dell’Italia di oggi Garibaldi, che conquistò un regno ma con sé a Caprera non portò i quadri di Caravaggio e l’oro dei Borboni, bensì un sacco di fave e uno scatolone di merluzzo secco”.

Roba da sussidiario deamicisiano, un santino laico dell’eroe senza macchia e senza paura che ci ripropone sfacciatamente un mito sgangherato che nulla ha a che fare con quella verità storica che, in occasione delle celebrazioni, è stata tenuta accuratamente nascosta, perdendo così l’ennesima occasione di una rilettura critica degli eventi che portarono all’unità nazionale.

Non furono i Mille, tra i quali, per esplicita ammissione dello stesso Garibaldi, non pochi erano i delinquenti comuni, a conquistare il Regno delle Due Sicilie, ma l’oro degli Inglesi, con cui vennero corrotti i generali felloni e, oltre al sacco di fave e allo scatolone di merluzzo, è risaputo che l’Eroe dei Due Mondi portò con sé anche un sacco di soldi, quelli del Banco di Napoli, di cui aveva fatto man bassa dopo aver consegnato la città alla camorra.

Non ci importa nulla, caro Cazzullo, di ciò che avrebbe pensato Garibaldi dell’Italia di oggi. Quello che ci preoccupa è ciò che pensano gli Italiani dell’Italia di oggi e sino a che punto si rendano conto dello sfacelo di un Paese che appena due anni fa si autocelebrava con allegra incoscienza, nel momento stesso in cui colava a picco, devastato non da uno, come il Titanic, ma da cento iceberg.

Ed oggi,  spente anche le ultime note dell’allegra orchestrina, inghiottita anch’essa dai flutti, nell’aria risuonano i rintocchi funebri che accompagnano il funerale della Repubblica.

Ci sono, nella storia, naufragi epici, grandiosi, circonfusi di una tragica, eroica bellezza, mentre il nostro  si è consumato senza dignità, nell’infamia e nella vergogna, in un gorgo che ha inghiottito grovigli di lenzuola sporche, facendole  a lungo e impietosamente mulinare insieme a una ciurma di marinai  annaspanti.

E dopo aver assistito alla resa dei conti sulla nave bordello che affonda tra un capitano indegno e incapace, cui rimane fedele metà della ciurma, e un’accozzaglia di marinai ammutinati e in rissa fra loro, incapaci di esprimere un capo e di governare la nave, per poi finire col fare combutta, non ci resta che contemplare la desolata distesa di relitti, ripescati e messi all’incanto, ad uno ad uno, dai predoni del mare.

Federico  Bernardini

Illustrazione: Il naufragio del Titanic, fonte  http://commons.wikimedia.org/wiki/File:St%C3%B6wer_Titanic_(colourized).jpg

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