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Il Maestro Tommaso Gismondi, spentosi ad Anagni nel 2003, alla venerabile età di 97 anni, è stato uno dei più grandi scultori del XX Secolo.

Le sue opere, le più importanti delle quali di soggetto religioso, sono presenti in alcuni tra i più insigni edifici di culto del mondo.

Dopo aver lungamente soggiornato all’estero – il suo biglietto da visita, sino all’ultimo dei suoi giorni terreni, recava  gli indirizzi di Anagni, di Roma e di Parigi – fece ritorno alla sua città natale alla fine degli anni cinquanta e stabilì il suo studio in un antico edificio ai piedi della cattedrale di Santa Maria.

Ricco e famoso, negli anni Settanta acquistò il duecentesco Palazzo Barnekow e allestì una fonderia nella quale realizzare, nella più totale indipendenza, i suoi monumentali bronzi.

Tutto ciò, nonostante il lustro da lui recato alla Città dei Papi, gli procurò invidie e persino rancore da parte di numerosi suoi concittadini, nei confronti dei quali egli ebbe sempre un contegno risentito e polemico.

Fu mio amico, e molte volte mi recai a fargli visita nella sua “officina”, per avere il privilegio di posare la mia mano sulle sue opere, ma anche per godere della conversazione di uno degli uomini più brillanti e ricchi di spirito… uno spirito salace, che io abbia mai conosciuto.

Ed è su tale aspetto che intendo soffermarmi in queste brevi note – la sua opera di scultore è universalmente nota – per abbozzare un ritratto dell’uomo Gismondi.

Scelgo due aneddoti, fra i tanti che potrei raccontare, legati alle mie visite all’officina di piazza Innocenzo III.

Nel 1985 Gismondi creò due delle sue opere più famose: i portali della Biblioteca e dell’Archivio Segreto Vaticano. Il giorno in cui i lavori gli vennero commissionati, mi raccontò con un lampo luciferino negli occhi, credette bene di annunciare la notizia al popolo di Anagni facendo il giro della città a bordo di una macchina scoperta e a tutti quelli che incontrava lungo il tragitto rivolgeva il gesto dell’ombrello… peccato non aver potuto esserne testimone.

Alla fine del racconto, s’era fatta una cert’ora, aprì un fagottino e mi disse: “Ora ti saluto, devo pranzare. Tu vai all’Osteria del Gallo e di’ che ti mando io… così ti fanno pagare di più”.

Un’altra volta, dopo aver illustrato con fierezza a me e alla mia accompagnatrice le sue ultime opere, ci raccontò lo scherzo feroce che pochi giorni prima aveva fatto a un noto imprenditore che fabbricava macchine da costruzione:

“Ingegnere, lei mi deve costruire una gru”.

Prendendolo sul serio, l’industriale gli chiese quali sarebbero dovute essere le dimensioni e le caratteristiche della macchina da lui richiesta.

“Dev’essere enorme, una cosa mai vista, perché dovrà sollevare un peso immane”.

E, sempre più serio, il malcapitato domandò cosa mai egli avrebbe dovuto sollevare con una gru di così inusitata grandezza.

“I MIEI COGLIONI!” gli rispose Gismondi, facendo un gesto che rappresentava l’immensità.

Prima di congedarci, si rivolse a un suo assistente: “Prendi quei fascicoli, voglio regalarli a sto zerbinotto!”

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Federico Bernardini

Illustrazioni:

I Tommaso Gismondi

II Portale della Biblioteca Vaticana

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