“La Fontana della Vergine” è fondamentale nella filmografia di Ingmar Bergman, perché è la prima ed unica opera del regista svedese nella quale la tematica religiosa, quasi sempre presente nei suoi film, è sviluppata sino al punto di risolversi in una possibile coincidenza del piano umano e di quello divino.

Quella di Bergman non è la fede che smuove le montagne, la Fede perfetta di Dreyer, che in “Ordet” ci mostra il miracolo come naturale conseguenza del totale abbandono alla volontà divina, ma una Fede incerta e affrancata faticosamente dal retaggio pagano, che si manifesta più in forma di Speranza che di certezza, come avviene invece nell’opera del maestro danese.

Il film, girato nel ’59 ed Oscar per il miglior film straniero nel ’60, è ambientato in una Svezia tardo medievale, ancora intrisa di sopravvivenze pagane, e si ispira a una ballata anonima del Trecento: “La figlia di  Töre a Wänge”. La trama è semplice e lineare.

Töre, interpretato da un grande Max von Sydow, è un proprietario terriero, un piccolo nobile feudale reduce dalla Crociata che ordina alla giovanissima figlia Karin di recarsi a un santuario per recare, secondo la tradizione che affida tale compito a una vergine, dei ceri alla Madonna in esso venerata.

Karin, obbediente, indossa i suoi abiti migliori e parte alla volta del santuario, scortata dall’infida serva Ingeri, dedita alle arti magiche con cui cerca di nuocere alla sua padrona.

Se Töre è l’emblema di una Fede formale, capace di slanci mistici, ma ancora fortemente incrostata di umana debolezza e insidiata dal retaggio pagano, Ingeri, dominata da insopprimibili passioni carnali, simboleggiate dalla sua gravidanza, è l’espressione di un paganesimo che si manifesta come forma di rivolta da parte delle classi subalterne nei confronti del potere cristianizzato. Ingeri è una strega, depositaria dell’antica  sapienza che trae dalla conoscenza della natura e dal rapporto con le potenze infere la sua forza; un residuato, per dirla con parole da antropologo, dell’antica società matriarcale, doppiamente sconfitta dalla cultura ariana, maschilista e guerriera, e dal Cristianesimo.

Durante il viaggio Karin si imbatte in due pastori che, dopo averla circuita, le usano violenza e la uccidono. Ingeri, che non è disposta a sacrificarsi nel tentativo di difendere l’odiata padrona, fugge in preda al panico.

A notte, gli assassini di Karin, che hanno con loro un bambino inebetito, testimone della violenza, chiedono asilo in casa di Töre, il quale li accoglie e li rifocilla secondo le sacre regole dell’ospitalità cristiana.

Terminata la cena, poco prima di coricarsi sui giacigli improvvisati dalla padrona di casa, i pastori commettono l’imprudenza di mostrare alla moglie di  Töre le ricche vesti di Karin, proponendole di comprarle a buon prezzo.

La donna comprende e temporeggia, rimandando all’indomani la contrattazione. Informa il marito dell’accaduto ed Ingeri, che fino a quel momento era rimasta nascosta, in preda alla paura e al rimorso, si presenta finalmente dinnanzi ai padroni per confermare la triste sorte toccata alla figlia.

Mentre i pastori dormono ignari, Töre si prepara alla vendetta secondo un rituale pagano. Il dolore per la morte della figlia e il risentimento verso quel Dio che non ha fatto nulla per impedire quella somma ingiustizia, fanno riemergere in lui passioni ancestrali e appena sopite, con una forza bestiale che si scatenerà al sorgere del sole.

Si sottopone a un lavacro rituale, percuotendosi all’uso scandinavo con fronde di betulla, poi si veste di pelle e, piantata la sua lama affilata sulla massiccia tavola alla quale aveva ospitato gli assassini di Karin, aspetta immobile l’alba.

E la vendetta si compie, con una violenza che ricorda la strage dei Proci da parte di Ulisse. Non è risparmiato neanche l’incolpevole fanciullo che accompagna i pastori.

Töre guarda le sue mani omicide, macchiate di sangue, e si rende conto della sua colpa dinnanzi a Dio.

Al clima dominato dalla potenza delle passioni umane dei protagonisti e dall’ancora irrisolto contrasto fra il retaggio pagano e un Cristianesimo incapace di realizzarsi nella sua integrità, si sostituisce quello segnato dal pentimento e dal desiderio del ritorno a uno stato di Grazia.

Töre, insieme alla moglie e ad Ingeri, si reca sul luogo del martirio di Karin, che simboleggia la potenza redentrice della purezza, e giura sul corpo della figlia che in quel luogo erigerà con le sue mani una cappella, in segno di riconciliazione con Dio.

Un Dio silenzioso ed assente che però, al termine del film, sembra finalmente dare una risposta alle angosciose domande dei protagonisti e fa sgorgare, nel punto in cui posava il capo di Karin, una sorgente.

Ingeri è la prima a bagnarsi in quell’acqua e quell’evento miracoloso sembra rappresentare la risoluzione di ogni passione e di ogni contrasto, alla luce di una nuova e più robusta Fede.

Un finale che fa dire al gesuita Nazzareno Taddei: “ Se può essere eccessivo vedere nel Bergman di questo film il futuro cantore della religione, è senz’altro utile e doveroso riconoscere la positività di una ricerca, per quanto farraginosa e disorientata possa ancora essere”.

Un film straordinario, un vero oggetto di culto per i cinefili, ma che a torto si considera ancora un prodotto minore del genio di Bergman.

Parte del merito va al direttore della fotografia, il grande Sven Nikvist, che con uno straordinario bianco e nero ricostruisce con grande efficacia lo scabro ambiente medievale che troppo spesso vediamo riproposto in forma falsa e volgare nei film di cassetta.

Federico Bernardini

Illustrazione: Locandina del film, fonte http://trovacinema.repubblica.it/film/la-fontana-della-vergine/129875

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