Immagine

Quella del Risorgimento non è storia ma ancora cronaca. Fra le tante amare riflessioni suscitate dalle recenti celebrazioni del centocinquantenario questa è la più amara. Lo dimostra il fatto che i maggiori contributi alla sua conoscenza non vengono più dagli storici di professione, tranne qualche rara eccezione, ma da altre categorie professionali: giornalisti, divulgatori onesti e ben documentati, che non devono difendere posizioni ufficiali, prestigio accademico o laute prebende, o addirittura studiosi di altre discipline, come il medico legale Pierluigi Baima Bollone, quello della Sindone, che nel suo libro “Esoterismo e personaggi dell’Unità d’Italia” ci rivela come D’Azeglio e Garibaldi fossero dediti allo spiritismo, che Mazzini credeva nella metempsicosi e che Cavour fu probabilmente assassinato.

Un’aberrazione denunciata da Mauro Canali, docente di storia contemporanea all’Università di Camerino, che così afferma in proposito: “Il fatto che gli accademici non abbiano scritto libri dissacranti a ridosso del Risorgimento è comprensibile. Il processo unitario si è realizzato attraverso una fusione forzata dall’alto di esperienze politiche, storie, culture ed entità statuali assai diverse tra loro. Quindi le sue basi erano talmente fragili che solo il mito poteva fungere da collante. Ma oggi non ci sono più giustificazioni. Anzi gli storici dovrebbero raccontare proprio questo. Perché molti di noi non lo fanno? Perché la nostra storiografia non si è liberata dalla politica, è ideologicamente parte di un progetto politico”.

E se gli storici accademici, come Lucio Villari, che in una recente intervista si è lasciato sfuggire affermazioni grossolane a proposito di quelli che egli definisce “dilettanti”, li accusano di invasione di campo, così risponde l’eretico e revisionista Giampaolo Pansa: “Il fatto è che gli accademici sono frustrati, non contano più nulla, non sono seguiti nemmeno più dai loro allievi e i loro libri non sono cercati dai grandi editori… non mi frega più nulla neppure del Risorgimento. Nemmeno delle pulsioni revisionistiche, che pure sono indispensabili. Perché so già che finiranno nel nulla, com’è accaduto per la Resistenza, perché la politica ufficiale se ne infischia. Al punto che la politica, affollata di nani e ballerine, celebra i 150 anni della nostra unità con il burlesque”.

Fra i miti intoccabili, che gli storici accademici, come Villari e Lucy Riall (una vera press agent garibaldesca) continuano a incensare, il più mitico e intoccabile di tutti è quello dell’ “Eroe dei due Mondi”. Parlar male di lui, ancor oggi, comporta il rischio di esser tacciati di blasfemia o di essere esposti, come visionari, al pubblico ludibrio. Ciò nonostante il fatto che anche il più incolto e sprovveduto internauta possa facilmente reperire in rete una mole impressionante di documenti che  attestano le malefatte del nostro e dei suoi sodali. E questo, quando parliamo di certi argomenti, ci fa anche capire quanto poco conti ancora internet nella formazione dell’opinione pubblica del nostro paese, abilmente manipolata dai più tradizionali strumenti di informazione passiva.

Un esempio paradigmatico di falsificazione storica è quello di Anita che, secondo la vulgata, morì di malaria nella pineta di Ravenna il 4 agosto del 1849 mentre, in compagnia di Giuseppe e dei reduci della sconfitta Repubblica Romana, cercava di raggiungere la costa romagnola per imbarcarsi alla volta di Venezia.

Chi si prendesse la briga di andare a consultare i documenti e le testimonianze dell’epoca, saprebbe infatti che la morte dell’eroina, consunta dalle febbri e spirata secondo l’oleografica visione patriottarda tra le braccia del suo amato, fu in realtà provocata da uno strangolamento.

Sì, Anita fu assassinata e la versione di Garibaldi è smentita da prove e testimonianze inconfutabili. La riportiamo: “Le presi il polso, più non batteva. Avevo davanti il cadavere di colei che io tanto amava. Piansi amaramente la perdita della mia cara Anita. Raccomandai alla buona gente che mi circondava di dare sepoltura a quel cadavere e mi allontanai sollecitato dalla stessa gente di casa che io compromettevo rimanendo lì più tempo”.

La buona gente di cui parla e che egli “comprometteva” con la sua presenza nella fattoria Guiccioli era la famiglia del fattore Ravaglia, nelle cui mani, per non rallentare la sua fuga, abbandonò sua moglie morente e incinta. I Ravaglia, per timore della polizia, la uccisero e le dettero sommaria sepoltura non lontano dalla fattoria. Il 10 agosto, una ragazza del luogo, di nome Speranza, inciampa in una mano scarnificata dagli animali selvatici che emerge dal terreno. Vengono chiamate le autorità del luogo e il cadavere viene dissotterrato e identificato.

Così scrive, nel suo rapporto, il delegato di polizia incaricato dell’indagine: “Trattasi del cadavere di Anita Garibaldi incinta e moglie del bandito Giuseppe Garibaldi. Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure sporgente fra i denti, nonché la trachea rotta ed un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento”. Le cause della morte sono confermate dall’autopsia compiuta dal professor Luigi Foschini.

In un primo momento le autorità attribuirono la responsabilità dell’omicidio allo stesso Garibaldi e poi i sospetti si indirizzarono sui Ravaglia, che vennero arrestati e processati. Ma vennero assolti, per non compromettere la reputazione del potente marchese Guiccioli, proprietario della fattoria. Uno dei tanti misteri italiani, uno dei tanti episodi della storia criminale del Risorgimento.

Federico Bernardini

Illustrazione: Ritratto di Anita Garibaldi, l’unico esistente dal vivo, a opera di Gaetano Gallino, Montevideo 1845, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Anita_Garibaldi_-_1839.jpg

Annunci