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“Era il 2 novembre… riposi in pace”

Non si può giudicare Pasolini in rapporto a una singola opera. Dobbiamo far riferimento alla sua complessa e contraddittoria produzione letteraria, cinematografica e pubblicistica.

Un inciso. Alcuni anni fa vidi un filmato che mostrava, estratti da una cassetta dell’ufficio reperti, i suoi effetti personali: indumenti ed oggetti che aveva con sé la notte in cui fu ucciso. Uno spettacolo da stringere il cuore. Tra le altre cose, il tesserino di pubblicista che aveva sempre in tasca, verde, come si usava allora.

Un personaggio complesso come pochi, vittima di conflitti che, in vari modi, ha cercato di comporre, come uomo e come artista senza pervenire a una sintesi…Medea è esemplificativo, a questo proposito.

Una parabola umana ed artistica su cui non mi sento di tranciare giudizi sommari. Diciamo solo che lo sento lontano, in tutti i sensi e, pur apprezzando molto alcuni suoi film, come Accattone, e la sua lucida analisi sociologica, quella degli scritti corsari (dove pure si pone su posizioni ideologiche che non sono le mie) non è nelle mie corde.

Una delle cose che più mi respingono è quella sua mitizzazione del semplice, del primitivo… ”Quello che possibilmente non abbia neanche la terza elementare” per usare le sue parole, e che, sempre seguendo il suo discorso, trova corrispondenza negli uomini veramente grandi. Nel mezzo c’è quella massa amorfa e corrotta, che egli odiava, fatta di borghesucci meschini e opportunisti.

Categorie tagliate con l’accetta e rispetto alle quali Pasolini si pone in una posizione ambigua. Egli si serviva del suo potere di intellettuale e di artista e del suo potere sociale, rappresentato da quei simboli borghesi che a parole detestava: le belle macchine, il danaro, la possibilità di offrire lavoro, e anche successo, per corrompere proprio quei semplici, quei primitivi nei quali vagheggiava una sorta di purezza originaria corrispondente alla sua… quella dell’uomo veramente grande.

C’è in tutto questo qualcosa di tremendo e spregevole, una duplice perversa natura di corrotto e di corruttore che mi disgusta e alla luce della quale la sua morte ci appare come una sorta di nemesi.

Parlo a ragion veduta, perché ho avuto l’opportunità di ascoltare certe “storie di vita” dai protagonisti, da quei “ragazzi di vita” in cui non ho trovato nulla di puro e di nobile. Storie che parlano di un Pier Paolo violento, di un Pier Paolo “Montone Culatta” di un Pier Paolo che “A Federì’, nun veniva maiii”.

Storie che parlano delle sue cacce intorno al Bar Gambrinus, delle sue allucinate scorribande nelle periferie più miserabili in cerca di preda, di carne fresca. E in cambio, una pizza, una bevuta, una corsa sull’Alfa 2000 metallizzata e magari la prospettiva di una comparsata.

E’ l’ambiente dei suoi romanzi, che presentano per la prima volta, in un’Italia perbenista e ipocrita, il mondo sommerso dei “Ragazzi di vita”. Romanzi che hanno un indubbio valore sociologico ma che, sul piano letterario, non mi soddisfano. Ben diverso e l’ho già detto, è il caso di “Accattone” dove Pasolini, aiutato da uno straordinario Franco Citti, ci pone dinnanzi a un vero miracolo poetico. Basterebbe questo…che riposi in pace.

In quanto a Medea, Euripide è soltanto un pretesto. Un film antropologico che ha le sue premesse in autori come Mircea Eliade e James Frazer. Ci troviamo di fronte a una tesi e a un’antitesi..che però non trovano risoluzione in una sintesi. Il solito Hegel che ricorre in tutto il pensiero dell’otto-novecento, il solito metodo dialettico che sposa incestuosamente pensiero borghese e marxista.

La Morante collaborò alla scelta delle musiche (non sono musiche originali). Pasolini le chiese una consulenza sapendola esperta in materia di musica “etnica”. La colonna sonora di Medea attinge alla tradizione musicale giapponese, iraniana, bulgara e tibetana.

Concludendo, due parole sul Vangelo: proprio Matteo e un Matteo epurato. Sulla trilogia: non mi piace, macchiettistica, irritante… un cattivo servigio reso a tre monumenti della letteratura universale. In “La Rabbia” ovviamente, nonostante il lirismo (talora stucchevole) di Pasolini, faccio il tifo per Guareschi…nonostante la sua rozzezza intellettuale.

Quando Pasolini morì, Moravia, come investito della suprema autorità di rappresentare gli eletti, i poeti, gli esseri superiori cui tutto è concesso e ai quali non si deve chieder conto di niente, lo assolse con indulgenza plenaria, sbavando sui suoi assassini.

Molto più oneste e assennate le parole di Raniero La Valle, che vedeva in Pasolini e nei suoi assassini uomini con pari dignità e pari responsabilità, quella responsabilità individuale che grava sul poeta, come su tutti gli altri uomini e non ci deve far dimenticare il suo ruolo di vittima ma anche di complice, di corrotto ma anche di corruttore.

Federico Bernardini

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