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E’ questa l’ultima fatica del ricercatore trentino, di cui ci siamo già occupati in occasione dell’uscita del suo libro “Il Principe del Vittoriale”.

Il contesto storico è quello dell’anno 1936, un’opera che è il proseguimento di un volume precedente, che prende in esame il carteggio D’Annunzio-Maroni, sempre inquadrato in una prospettiva storica, dell’anno 1934.

Anno denso di avvenimenti il ’36, l’anno in cui il consenso popolare al regime fascista raggiunge il suo apice e fa da cornice alle vicende dei due personaggi: il Vate e l’Architetto artefice del Vittoriale, il mausoleo che D’annunzio aveva voluto erigere in vita a se stesso.

Anno fatidico, di grandi conquiste militari e di grandi opere sociali, delle quali si celebra l’anniversario o l’inaugurazione, nel quale l’autore inquadra, attraverso la corrispondenza, le vicende private, da quelle più modeste a quelle legate ai grandi eventi, di due uomini uniti in un profondo sodalizio umano e culturale.

Un bassorilievo storico, ricco di scenari dai quali tali vicende emergono, stagliandosi con maggiore o minore evidenza, a seconda della plasticità del rilievo.

E’ l’anno della Guerra d’Africa, l’anno in cui si celebra la redenzione dell’Agro Pontino, con le sue nuove città edificate secondo i dettami dell’architettura razionale, fra gli ultimi esempi, insieme all’EUR, di dignità architettonica del Novecento. E’ l’anno in cui si celebra il 13° anniversario della costituzione dell’Opera Balilla e della Regia Aeronautica, l’Arma Azzurra, di cui D’Annunzio fu un pioniere, che rimarrà fedelissima al regime, contrariamente al Regio Esercito e alla Regia Marina, e della quale fecero parte personaggi come Ettore Muti e Italo Balbo, l’unico, oltre al Comandante, che avrebbe potuto far ombra al Duce. L’uno morì in circostanze ambigue, abbattuto da fuoco amico, e il secondo, Principe Prigioniero del Vittoriale, consumò i suoi ultimi anni sotto l’occhiuta sorveglianza della polizia fascista.

Mussolini dà il via al nuovo piano regolatore dell’economia e alla riforma costituzionale, con cui l’Assemblea Corporativa cederà il posto alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e la nomenclatura del regime vede Galeazzo Ciano al Ministero degli Esteri, Alessandro Lessona alle Colonie, Ferruccio Lantini alle Corporazioni e Dino Alfieri alla Stampa e Propaganda… è al fidato Maroni che D’Annunzio dà l’incarico di inviargli le sue felicitazioni.

Sempre Maroni, che a tal proposito ha un fitto scambio di messaggi col Vate, ha il compito di consegnare a suo nome un premio a Gino Bartali, vincitore della tappa di Gardone del Giro d’Italia di quell’anno. Sprezzante il giudizio di D’annunzio, che giudica una calamità l’accostamento del suo nome a una così “volgare” manifestazione.

Alle occasioni pubbliche si alternano quelle private, di cui troviamo testimonianza nel carteggio. E’ soprattutto nello scambio di auguri per le feste maggiori che si evidenzia l’intimo rapporto fra i due… e agli auguri affettuosi si aggiungono i doni modesti, come il “Parrozzo”, il dolce d’Abruzzo che Maroni e i suoi familiari ricevono per il Natale.

Il ’36 è anche l’anno in cui pressante si fa il desiderio di prendere possesso di “Schifamondo”,  di cui parla in una lunga lettera al fidato architetto nel mese di ottobre.

Solo un accenno alle vicende grandi e piccole e ai personaggi che popolano i capitoli di un libro che si propone come efficace sintesi storica e al contempo come una lente che ci consente di leggere i caratteri minuti del libro privato della vita del Principe del Vittoriale.

Ruggero Morghen: “Gabriele D’Annunzio nelle lettere a Giancarlo Maroni” (Edizioni Solfanelli, pagg. 120 – € 10)

 Federico Bernardini

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