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A chi ha pensato che io fossi di alto lignaggio racconto che questo era il solo mezzo di avere caldo. La cucina economica, così si chiamava. Bruciava tutto e scaldava una sola stanza, la cucina. Chi stava in casa, io poco in verità, restava in questa stanza. Nelle altre si gelava. Serviva per tutto, dolci stupendi, gli scarsi arrosti, dolcetti improvvisati di farina di castagne. La vaschetta dell’acqua calda, sempre piena, rendeva disponibile quella merce rara. L’altro attrezzo era uno splendido scaldabagno a legna, in lucidissimo rame, veniva acceso quando si “doveva” fare il bagno nella vasca con la seduta. Un ricordo… mio fratello soffriva di asma, veniva chiuso in casa intorno all’inizio di ottobre fino all’arrivo della buona stagione. L’inverno del 1963 fu freddissimo e nevicò. Come non condividere quella meraviglia? Lo vestii di tutto punto e lo portai con me in una passeggiata. Salimmo e riscendemmo la collina che vedo ancora dalla finestra. La neve alta fino al ginocchio. Le impronte lasciate dagli animali, gli alberi che avevano cambiato sagoma, il silenzio, il freddo pungente sulle guance. Quando rientrammo, anche nostra madre era tornata dal lavoro. Impallidì, eravamo fradici e ghiacciati. Vedo ancora volare i vestiti di mio fratello, svuotare la vaschetta di acqua bollente, lavarlo velocemente, fino a farlo essere rosso come un gambero. Non si ammalò più fino al 1996. Questa era la “cucina economica”.

Sonia Maioli

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