• “Devi girare a destra prima dell’ultima rotonda”. Quante rotonde ci sono su una strada che conosci a malapena? Sono due, tre, quattro, le conto, ma non serve a molto. Ecco. Finite le rotonde… torno indietro e mi trascino la nebbia sempre più fitta. Memorizzo lo strano monumento che contraddistingue la fatidica ultima rotonda. Lo ricorderò domani? Sembrano tutte uguali, ma la mia è la numero tre. Passo avanti, importante e fondamentale. E la nebbia che impedisce la visuale, dove la metti? Arrivare qui è già stata un’impresa, non amo questa zona della città, l’ho sempre percorsa senza troppo guardarmi intorno. Oggi serve a poco guardare, non si vede un gran che. Percorro il Viadotto dell’Indiano, L’Arno è sparito, mangiato dalla nebbia, sembra di viaggiare in un mare di latte, sospesi nel nulla… tutti corrono, ma dove? Sono solo io che non ci vedo? Già, il ponte, chissà chi ricorda perché si chiama così? In fondo le radici sono romantiche. Siamo sull’ultima punta del Parco delle Cascine… quello delle fiorentine che qui perdevano le forcine in primavera. Qui, ora, un monumento e un ristornate, niente di che, solo il ricordo di una cena aziendale, parecchio tempo fa, allegra come un tramezzino rinsecchito, ricca come la mensa di un Ente Benefico. Una di quelle cene dove le signore vestono come mai al lavoro, spesso quasi buffe, arrampicate su inconsueti tacchi e impacciate dal troppo trucco. Mi perdo dietro a ricordi di cose piccole, sarà l’età che avanza (rischio di farla avariare, la getterò prima).

  • Torno al Viadotto dell’Indiano. Come recita Wikipedia “Fu costruito nel 1870 dallo scultore inglese Carlo Francesco Fuller. Il monumento ha la forma di un baldacchino a volta sorretto da quattro colonnine, sotto il quale è presente il busto scolpito del defunto principe indiano Rajaram Chuttraputti di Kolhapur con una iscrizione in quattro lingue: italiano, inglese, hindi e punjabi. Il giovane principe era di ritorno da un viaggio a Londra – dove era andato per studio e per salutare la regina d’Inghilterra – e mentre era a Firenze alloggiato al Grand Hotel di Piazza Ognissanti fu colpito da un malore improvviso che il 30 novembre 1870 lo uccise all’età di ventun anni. Il suo corpo fu arso secondo il rito indù alla confluenza di due fiumi (in questo caso Arno e Mugnone), dove furono sparse le sue ceneri. L’evento suscitò all’epoca la curiosità di molti fiorentini che vennero numerosi per assistere alla cerimonia e da allora il luogo fu chiamato “l’Indiano”.
  • Ora ci si passa sopra a velocità più alta di quella consentita, spesso le macchine sono incolonnate nel sole o nella nebbia. Il Parco delle Cascine, sorvolato dal viadotto, non ha nemmeno più la dignità di un’occhiata, ci si passa per fare velocemente la traversata di un pezzo di città. Povero principe, se lo sarebbe immaginato?

     Sonia Maioli

     Illustrazioni tratte da Google immagini

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