Image

Salta il bottone dei jeans che ho deciso di mettermi.

Poco male, ago, filo, ditale e il bussolotto dei bottoni di mia madre.

Troverò sicuramente quello che mi serve.

Non pensavo certo di trovare i ricordi di una vita.

Avrò avuto circa dodici anni, un vecchio cappotto di un colore assurdamente verde acqua, era stato disfatto, tinto di blu e cucito a mia misura.

Il compito fu comprare i bottoni adatti.

Presi il N. 27, sbarcai alla stazione e, un po’ ricordando, un po’ chiedendo, andai nella splendida merceria che ricordavo. Pieno centro storico, Piazza Santa Elisabetta.

Sono ancora affascinata dalle mercerie che espongono scatole con fuori cuciti bottoni di tutte le forme e di tutti i colori.

Comprai dei grossi bottoni metallici, lucidissimi, erano perfetti per il cappotto pesante.

Sono stati i primi che ho ritrovato, legati da un filo, ordinatamente, tutti insieme.

Poi il mazzetto di quelli in vero legno.

Erano stati messi su un improbabile tailleur verde con sottile rigatura salmone, anche quello rimesso a modello per me, da mia madre, per una fiera dei primi di ottobre.

Ricordo ancora la difficoltà di agganciarli, il legno, un po’ grossolano e ruvido, allegava alla lana degli occhielli.

Il reperto storico, sette lucidissimi bottoni similargento con il logo delle Olimpiadi di Roma del 1960.

Evento seguito al bar dei bagni  “Lo Scoglietto” di Rosignano Solvay. Prima vera villeggiatura che io ricordi.

Berruti e D’Inzeo, i ginnasti… uno stupore continuo.

Un solo bottone in madreperla vera, molto grande, di forma ovaleggiante, con belle scanalature che valorizzano

il cangiare del materiale, tutto fra il grigio e il rosa.

Era l’unico bottone che chiudeva il collo di una pelliccia di lupo (sarebbe ormai morto sicuramente di vecchiaia) comprata a Prato, tolta direttamente da un “collo” di cenci in arrivo dall’America.

Pelliccia degli anni ’40 o inizio anni ’50 del ‘900.

Andavamo, io e un’amica, a Prato quando si passava voce di arrivi di colli importanti.

Aprivamo i grossi pacchi e sceglievamo, grattandoci furiosamente ogni parte del corpo esposta a disinfettanti (forse), vestiti di seta coloratissimi, camicette e cappotti o pellicce. Un divertimento assoluto.

Ricordo una prima teatrale al Metastasio. Indossavo stivali, una lunga e stretta gonna di velluto nero, una casacca di velluto verde salvia con piccoli fiori Cacharel rossi e il lupo… non capivo perché tutti mi guardassero.

Ultimo ricordo, il più recente.

Un cappotto bordeaux, bottoni sobri in metallo brunito e plastica in tinta… passato il tempo di bottoni folli!

Cappotto bellissimo, cucito da mia madre, l’ultimo, su un modello di alta moda… collo alto, con bottone importante, ma lineare…

indossato con cappello dello stesso colore, con rifiniture grigio scuro per il matrimonio di un’amica cara.

Strana giornata, passata a tavola con alpini veneti, abruzzesi e siciliani.

Insomma, in questa casa è sconsigliabile aprire vecchi bussolotti!

Sonia Maioli

Illustrazione tratta da Google immagini

Annunci