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Arturo odiava le feste. Non era mai riuscito a capire per quale motivo la gente dovesse divertirsi a comando in giorni prestabiliti e non, come sarebbe stato più ragionevole, quando ne fosse capitata l’occasione. La cosa che più lo faceva montare in bestia erano le feste di compleanno, la ragione delle quali, pur avendo lungamente meditato sull’argomento, rimaneva per lui più oscura dei frammenti di Eraclito. Il pensiero che tutti, anche l’ultimo degli idioti, avessero diritto a una festa per il semplice motivo di essere sopravvissuti per un certo numero di anni alla data della loro nascita, senza avere per questo acquisito alcuna benemerenza, lo faceva fremere di indignazione. L’usanza, poi, di spegnere con un soffio un numero di candeline equivalente a quello degli anni compiuti, gli pareva quanto mai riprovevole per due buoni motivi: primo perché costringe quasi sempre i disgraziati partecipanti alla festa a nutrirsi degli sputacci del festeggiato e secondo perché l’estinzione delle candele meglio si addice a un giorno di malaugurio o a un rito di scomunica che a un giorno di festa. Di buon augurio, invece, sarebbe accenderne un’altra, pensava Arturo, e aggiungerla a quelle già conficcate nella torta. Che fare, poi, delle candeline accese era argomento del quale non aveva alcuna intenzione di occuparsi. Ma, a proposito di torte di compleanno, la cosa che gli pareva più disumana è il fatto che il numero delle candeline è inversamente proporzionale alla quantità di fiato dello spegnitore: “Perché costringere un vegliardo enfisematoso a sbavare disperatamente nel vano tentativo di spegnerle?”

Le date dei compleanni dei suoi più stretti parenti e dei suoi amici più cari erano per il povero Arturo come le stazioni della Via Crucis. Il suo istinto lo avrebbe portato a sottrarsi a quel martirio, ma occorreva rispettare le convenienze. All’approssimarsi di ognuno di quei giorni maledetti corrispondeva in lui un progressivo peggioramento dell’umore, che raggiungeva il culmine al momento della scelta del regalo, la qual cosa egli considerava una forma legalizzata di estorsione.

***

Una domenica di fine giugno, verso le dieci, la moglie Elvira fece irruzione nel suo studio dove, come tutte le domeniche, era intento al lavoro da quattro ore. Per riposarsi sceglieva, a caso, uno degli altri giorni della settimana.

-Quante volte devo dirti di bussare, prima di entrare nel mio studio?-

-Senti, Arturo- gli rispose lei con voce stizzita, -non mi abituerò mai a queste assurde formalità, non siamo mica estranei…o hai qualcosa da nascondere?-

-Non ho niente da nascondere, è una semplice questione di buona educazione!-

Da alcune settimane Arturo era impegnato nella stesura di una nuova edizione critica del capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry “Le petit prince”, che aveva letto per la prima volta all’età di sei anni e aveva poi riletto talmente tante volte da impararlo a memoria. Considerava l’incarico che il suo editore gli aveva affidato come il più alto degli onori, ma gli fu chiaro sin dal principio che avrebbe rappresentato per lui un ostacolo insormontabile. Col passare degli anni egli aveva interiorizzato quelle pagine fino al punto di farle diventare una parte di sé e poiché, pur essendo incline a giudicare tutto e tutti con estremo rigore, era totalmente incapace di giudicare se stesso, lo terrorizzava la prospettiva di fallire nell’impresa.

“Solo chi è capace di giudicare se stesso può definirsi un saggio”, così pensava Arturo con la testa fra le mani nel momento in cui Elvira si rese colpevole della violazione della sua intimità.

-E’ una semplice questione di buona educazione!- ribadì a voce alta, fissandola provocatoriamente negli occhi.

-Da qualche settimana sei più bisbetico del solito- gli rispose Elvira -che ti succede, Arturo?-

-Niente! Non mi succede niente. Spero, almeno, che tu abbia qualcosa di importante da dirmi-.

-Volevo solo chiederti se hai già pensato a cosa regalare a tua cugina Pilar per il suo compleanno…è fra sei giorni-.

-Ma che vuoi che ne sappia! ogni volta è sempre la stessa storia! maledetti i compleanni e chi li ha inventati! Pensaci tu…per me è già uno strazio l’idea di dover andare alla festa. Compra quello che ti pare-.

-Eh no! Arturo, quella smorfiosa di Pilar è tua cugina, non mia e dal momento che, come al solito, dovrò andare io a fare il giro dei negozi, vorrei almeno sapere che cosa vuoi regalarle…e poi lo sai che non posso soffrirla, ne farei volentieri a meno anch’io di andare alla sua festa-.

-Comprale un abito bell’e fatto- tagliò corto Arturo -rosso…le piace molto e le sta benissimo. Ha una quarantaquattro perfetta, non dovrebbero esserci problemi-.

-Agli ordini!- replicò Elvira e se ne andò sbattendo la porta.

***

L’amore per sua cugina Pilar era nato con lui; avevano succhiato il latte dalla stessa balia ed erano cresciuti insieme fino all’età di sedici anni. Arturo non aveva avuto altri compagni di giuochi se non lei, la conosceva come una parte di se stesso, l’aveva interiorizzata, come gli era accaduto col piccolo principe, ed era totalmente incapace di giudicarla anche se, come diceva sua moglie Elvira, era un’insopportabile smorfiosa. Si erano separati da più di trent’anni, ma ogni volta che pensava a lei Arturo era pervaso da un’indicibile tenerezza che, spesso, lo conduceva sino alle lacrime.

Quante volte l’aveva spiata nella sua intimità e quante altre si era infilato nel suo lettino e si era inebriato al calore e al profumo del suo corpo. E fu con un suo calzino…o un paio di mutandine, non lo ricordava più, che fece l’amore per la prima volta. Ancora adesso che Pilar era sposata e aveva due figli già grandi, egli avrebbe voluto averla tutta per sé, come quand’erano bambini, avrebbe voluto averla fisicamente dentro di sé, ingoiarla in un sol boccone come il pescecane di Pinocchio. Quel suo assurdo desiderio lo perseguitava anche nel sonno e Arturo sognava assai spesso di mangiarsela: la sentiva scivolare dolcemente dentro di sé, fino a prendere la forma del suo corpo.

***

Il quattro luglio, alle 19 in punto, uscì in compagnia di sua moglie per recarsi alla festa di compleanno di Pilar. Arturo non dava alcuna importanza al suo abbigliamento, ma conoscendo le abitudini tremendamente borghesi della cugina e dei suoi ospiti si era vestito, per l’occasione, con ricercata eleganza. Ci vollero solo alcuni minuti per raggiungere la casa di Pilar: abitavano nello stesso rione. Fu lei ad aprirgli la porta e subito gli gettò le braccia al collo e gli scoccò due baci sulle guance facendolo arrossire di vergogna: Elvira era morbosamente gelosa. Toccò a quest’ultima consegnare il regalo alla festeggiata, perché Arturo trovava assai imbarazzante anche la consegna dei regali.

La casa di Pilar aveva una grande terrazza; per l’occasione l’aveva addobbata con ogni sorta di festoni e di luminarie, come una giunca di pirati malesi che dovessero festeggiare un ricco bottino. E il bottino c’era, in effetti: una moltitudine di pacchi e pacchetti sparpagliati su ogni divano e su ogni poltrona del salotto. Su alcuni di essi campeggiavano i marchi di alcuni fra i più lussuosi negozi della città e ripensando all’anonima busta che Elvira aveva appena consegnato a Pilar fu colto dall’atroce sospetto che la scelta che aveva delegato a sua moglie potesse rivelarsi inadeguata alla circostanza. Ma, appena ebbe messo piede sulla giunca malese, si rinfrancò alla vista di una enorme tavola riccamente apparecchiata, intorno alla quale avrebbero potuto trovare comodamente posto almeno cinquanta persone. L’anno prima, Pilar aveva avuto l’infelice idea di organizzare una di quelle famigerate cene in piedi al cui solo pensiero Arturo si sentiva mancare. Ancora ricordava con spavento le acrobazie che era stato costretto a compiere nel tentativo di maneggiare contemporaneamente piatti, bicchieri e posate con le sole due mani di cui l’improvvida natura l’aveva dotato.

Prima di prendere posto a tavola, dovette sottoporsi con malcelato imbarazzo al rito dell’aperitivo e dei convenevoli con la turba di conoscenti e familiari, dei quali fra un compleanno e l’altro cercava di dimenticare l’esistenza in vita, riuniti in quel luogo in occasione della ricorrenza.

Proprio mentre cercava invano di dire qualcosa di intelligente a un critico da quattro soldi che gli chiedeva lumi sul suo ultimo lavoro, gli si avvicinò Pilar che, dopo avergli cacciato in bocca una tartina al salmone, lo prese sotto braccio e lo condusse in disparte, sottraendolo con suo grande sollievo a quella grave penitenza.

-E allora…cugino, devo aspettare il giorno del mio compleanno per avere il piacere di vederti? Eppure abitiamo a due passi di distanza-.

-Lo so…hai ragione- le rispose quasi balbettando e arrossendo per l’imbarazzo -ma…il mio lavoro…lo sai, non ho mai tempo-.

-Sì…sempre la solita scusa!   Non ci credo; anche se fossi l’uomo più indaffarato del mondo riusciresti lo stesso a trovare un po’ di tempo da dedicarmi…vuol dire che non mi vuoi più bene!-

-Ma no, cosa dici! Lo sai che sono veramente molto impegnato e poi, per me, anche fare quel po’ di strada fino a casa tua è come affrontare un viaggio…perché non vieni tu a trovarmi, piuttosto?-

-E come no, soprattutto per il piacere di incontrare Elvira!-

-Signori, il pranzo è servito!- proclamò un compassato maitre, ingaggiato per l’occasione, interrompendo provvidenzialmente l’imbarazzante colloquio.

-Stasera, almeno, ti voglio tutto per me, al posto d’onore- disse Pilar guardandolo con occhi maliziosi.

Arturo le sorrise, la prese sotto braccio e l’accompagnò a tavola. Con suo grande rammarico, per tutta la serata, sua cugina non lo degnò di uno sguardo e non gli rivolse neanche una parola, impegnata com’era a cicalare con gli altri commensali. Parlavano tutti contemporaneamente, dandosi sulla voce, senza riuscire a dare un minimo di costrutto ad alcuno dei loro discorsi. Arturo preferiva dedicarsi silenziosamente al cibo e soprattutto al vino, che in quei frangenti gli soccorreva come una sorta di anestetico. A peggiorare le cose contribuiva il fatto che Federico, il marito di Pilar, avesse preso posto dinnanzi a lui e, ogni tanto, lo invitava a dare il suo contributo alla conversazione. Arturo lo disprezzava e ogni volta che gli rivolgeva la parola doveva reprimere l’impulso di rispondergli sputandogli in faccia il boccone che stava masticando. Anche il suo aspetto era ripugnante: uniformandosi alla recente e deprecabile moda di farsi radere a zero i capelli, in caso di incipiente calvizie, aveva assunto le sembianze di un forzato della Caienna. “Come aveva fatto Pilar ad accoppiarsi con una bestia simile?” si chiedeva sconsolato Arturo.

Federico era giornalista, l’ultimo grado della gerarchia fra coloro che esercitano l’arte della scrittura. Arturo lo considerava un intoccabile, come la maggior parte dei suoi colleghi, responsabili più di chiunque altro dell’imbarbarimento e della corruzione della lingua italiana. Al primo posto, per Arturo, c’erano i poeti, poi venivano gli scrittori, i filosofi, gli storici e così via, fino ad arrivare a coloro ai quali il buon Dio non ha voluto concedere neanche una briciola di talento letterario e cioè i gazzettieri, come li chiamava lui, e fra questi gli ultimi fra gli ultimi erano i giornalisti sportivi, categoria alla quale Federico si onorava di appartenere. Da giovane era stato canottiere, aveva persino rappresentato l’Italia ai giuochi olimpici, e solo grazie al suo brillante passato sportivo, non certo ai suoi meriti intellettuali e culturali, era stato assunto dal Corriere come cronista. Arturo non poteva darsi pace al pensiero che quello scimmione potesse a suo piacimento manipolare Pilar.

***

Come in tutte le feste di compleanno, al culmine di un crescendo di idiozie, Pilar era riuscita a spegnere le candeline con un soffio e fu salutata da una salva di applausi, come se avesse salvato Roma dall’incendio di Nerone. Tolti i mozziconi, si accinse al taglio della torta sulla quale, con lettere di zucchero rosa, era scritto: “BUON COMPLEANNO PILAR”. Un’idea così banale non poteva che essere stata dell’ineffabile Federico. E fu proprio lui, prima che la festeggiata affondasse il coltello nelle morbide volute della monumentale Charlotte, a prendere la Pilar di zucchero rosa e ad offrirla all’esterrefatto Arturo dicendo: -Questo è per te, che ti piacciono le cose dolci!-

-Ma no, è tua!- gli rispose Arturo d’istinto, come se, anziché un pezzetto di zucchero, gli avesse offerto sua moglie, come si dice facessero un tempo gli Eschimesi coi loro ospiti.

-Ma dai…mangia!- replicò l’idiota, del tutto inconsapevole dell’enormità del suo gesto.

Arturo prese Pilar, se la cacciò in bocca e cominciò a succhiarla. Sentendola scivolare dolcemente dentro di sé, guardò la cugina e la vide dapprima trasfigurarsi e poi, pian piano, dissolversi mentre per la prima volta nella sua vita si sentì pervaso da una certezza assoluta: “Adesso sei mia, finalmente, mia per sempre…Pilar”.

Federico Bernardini

Illustrazione: Torta di compleanno, fonte http://it.wikipedia.org/wiki/File:Birthday_cake.jpg

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