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Guglielmo collaborava da anni con l’editore Fiorillo, per integrare le sue magre entrate di scrittore. Dirigeva una rivista e una collana di poesia contemporanea, ma soprattutto era l’organizzatore del premio per inediti “Il Poeta dell’anno”. I vincitori, oltre a ricevere una consistente somma di denaro, offerta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, venivano inseriti, con le opere premiate, nella collana diretta da Guglielmo. Un riconoscimento ambito non solo da tanti onesti lavoratori, padri di famiglia e casalinghe, ma da tutti i poetucoli e poetastri che vegetano nel sottobosco letterario ed anche, grazie al consistente premio in denaro, da non pochi poeti “laureati”. La qualità delle opere in concorso era quasi sempre infima e ogni anno, da aprile a giugno, Guglielmo, che presiedeva la giuria, doveva sottoporsi al supplizio della loro lettura. In quel periodo era intrattabile e tutti i conoscenti e gli amici che avevano la sventura di imbattersi in lui, dovevano sopportare i suoi sfoghi “torrenziali e piangenti” come le piogge settembrine di Cardarelli.

-Non ne posso più- sbottò Guglielmo -ho sguazzato tutta la mattina e tutto il pomeriggio in quella melma…mi è entrata negli occhi, nel naso, nella bocca, negli orecchi. Sto per scoppiare-.

-Ogni anno è sempre la stessa storia- gli rispose Marco. -Perché, una buona volta, non ti decidi a mandarli al diavolo?-

-Non posso farne a meno, sono costretto: quest’anno, coi diritti d’autore, avrei fatto la fame-.

-Beh…almeno adesso non ci pensare. Cerca di distrarti, bevi il tuo cognac e stattene lieto, come diceva Khayyam-.

-Fai presto a dirlo tu, hai la tua sinecura e la tua prebenda e non sei costretto a questi tre mesi d’inferno. Io, da aprile a giugno, ho gli incubi: sogno tutte le notti di essere condannato a vita a leggere “Il libro dei re” di Firdawsi-.

Marco era musicologo e lavorava alla RAI come regista programmista. Il suo, più che un lavoro, era un divertimento. Guglielmo l’invidiava, perché tutti gli anni poteva andare al festival di Salisburgo e a quello di Bayreuth a spese dell’azienda.

-Io mi farei un sacco di risate-.

-Non credo- gli rispose Guglielmo. –Dici così perché non l’hai mai provato, ti vorrei vedere…guarda…- cavò di tasca un foglietto. –L’ho portato apposta per farti sentire cosa dice quest’idiota…e non è dei peggiori-.

“Che discioglieva

su gli occhi languenti

una pioggia di chiome

più nere d’un urlo ancestrale”.

“La cerula pupilla rifletteva

iridescenze opaline, stupita”.

-Ti rendi conto? Occhi languenti, pioggia di chiome, cerule pupille. Non se ne può più, queste cose si scrivevano centocinquant’anni fa. Se potessi lo condannerei a vita a leggere il Sonetto del buco del culo!-

Marco si fece una bella risata.

-Il sonetto del buco del culo!- ripeté Guglielmo a voce alta. –Questa è poesia! Dovrebbero farlo imparare a memoria a tutti, fin dalla prima elementare e forse, tra dieci o vent’anni, non ci sarebbe più bisogno di organizzare premi come il Poeta dell’anno.

-Adesso basta!- sbraitò a quel punto un arcigno signore, che stava seduto al caffè con sua figlia, una ragazzina sui tredici anni, a pochi metri da lui. –Adesso basta! c’è un limite a tutto! ne ho abbastanza della sua volgarità! Come si permette di dire oscenità simili davanti a una bambina?-

La bambina, nel frattempo, continuava imperterrita ad affondare quello che rimaneva di un enorme cialdone in una coppa traboccante di panna montata, per poi portarselo voluttuosamente alle labbra e succhiare la piccola nuvola bianca che aveva raccolto. Lo teneva con tre dita e ogni volta che se lo cacciava in bocca lo faceva leggermente rotare, poi l’estraeva con un piccolo schiocco di lingua e l’affondava nuovamente nella panna.

-Dice a me?- fece Guglielmo senza minimamente scomporsi, rivolto all’arcigno signore.

-Sì, dico a lei! si vergogni, lei è volgare ed osceno!-

Guglielmo non si offese neanche un po’ per quelle parole ingiuriose. Era talmente pieno di bile e aveva un tale bisogno di sfogarsi con qualcuno, che quasi l’avrebbe abbracciato per l’ottima occasione che gli offriva. Si alzò lentamente, anche l’altro era in piedi, e gli si fece incontro, fissandolo con disprezzo.

-In primo luogo- esordì, -io non sono stato volgare, semmai potrei essere stato osceno, ma anche questo, a rigor di termini, non è vero, perché mi sono limitato a citare il titolo di una poesia erotica scritta in collaborazione da Verlaine e Rimbaud, due grandi poeti che lei certamente non conosce, e che s’intitola, per l’appunto: Sonnet du trou du cul. Lei, invece, oltre ad essere ignorante, è anche un gran villanzone e se qui c’è qualcuno che dà cattivi esempi è lei, non io-.

-Ma non stia a ciurlare  nel manico,  lei si è espresso in modo ben diverso e certamente volgare ed osceno!-

La ninfetta sua figlia, intanto, li seguiva con occhi attenti e maliziosi. Aveva momentaneamente sospeso la sua operazione e se ne stava immobile, con il cialdone tra i denti bianchissimi, piccoli e aguzzi come quelli di un gatto, anzi di una sirena. A Guglielmo sovvenne l’immagine di Lighea, che s’affaccia alla barca del professor La Ciura col pesce appena catturato in bocca.

-In modo ben diverso?- Guglielmo si fece una risata e poi aggiunse: -Ah…già…giel’ho ripetuto in francese: Le sonnet du trou du cul. Così le va bene? E allora se lo tenga!-

L’arcigno signore non rispose. Aveva assunto un’espressione stolida e impacciata, come se all’improvviso si fosse accorto di trovarsi per strada, in pieno meriggio, con indosso il pigiama. Cavò di tasca un mucchietto di soldi e lo depose sul tavolo, poi abbrancò la ragazzina e se la trascinò via alla svelta, col suo gonnellino svolazzante come uno stendardo di cavalleria.

Guglielmo si rimise a sedere e puntò gli occhi in faccia al suo amico che, senza dir nulla, si era goduto beatamente quel duetto.

-Peccato che se ne sia andato così presto, cominciavo a divertirmi- disse Marco col suo delizioso accento veneziano. -L’hai annichilito col tuo acuto finale, stavo per applaudirti a scena aperta!-

-Vedi…quello me lo potrei trovare benissimo tra i finalisti del Poeta dell’anno-.

-Auguratelo! Potresti rivedere quella deliziosa fanciullina-.

Sulla coppa di panna, consumata a metà e ormai smontata dal caldo di giugno, svettava ancora, come un piccolo cippo in memoria del suo passaggio, il tronco sbocconcellato del cialdone.

Federico Bernardini

Immagine: Ice Cream, fonte http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/31/Ice_Cream_dessert_02

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