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Il 13 giugno del 1940 le truppe tedesche occupano Parigi; vi rimarranno più di quattro anni, sino al 24 agosto del 1944.

I soldati della Wermacht sfilano sotto l’Arc de Triomphe: dopo 22 anni la vendetta è compiuta e i Parigini, con le lacrime agli occhi, fanno ala al passaggio di quelli che considerano i barbari invasori.

Ma chi si attendeva stupri, massacri e saccheggi si rende subito conto che i vincitori, pur animati da uno spirito di rivincita lungamente covato, osservano una ferrea disciplina e il loro comportamento nei confronti della popolazione è di una correttezza esemplare.

I pochi atti di violenza compiuti da militari della Wermacht nei primi giorni dell’occupazione vengono puniti con severità draconiana. Il 15 giugno un sottufficiale, reo d’aver bastonato una donna di cinquantasette anni, viene fucilato. Stessa sorte tocca a un soldato per il semplice fatto d’aver rubato alcune bottiglie di vino in una cantina.

Il segnale è forte e chiaro e i Parigini lo colgono immediatamente, instaurando con le truppe occupanti un rapporto più rilassato quando non addirittura cordiale.

Dopo la liberazione così descriverà il clima di quei giorni Ferdinand Dupuy, dirigente del commissariato del VI arrondissement: “Riconosciamolo francamente, i Tedeschi sono stati di una correttezza e di un’educazione per lo meno sorprendenti per dei soldati provenienti d’oltre Reno”.

Grande si dimostra soprattutto la distinzione degli ufficiali, molti dei quali appartengono a famiglie di antica tradizione, colti e rispettosi a volte sino all’affettazione.

Così racconta la dottoressa Delannoy, titolare di una farmacia a Villejuif: “Siccome io, il primo giorno, non conoscevo ancora bene la moneta tedesca, resi ad un ufficiale molto più di quanto gli dovessi. Dopo la chiusura della farmacia, suonarono alla porta e con mio grande stupore mi trovai di fronte all’ufficiale di poco prima che veniva a restituirmi il denaro che gli avevo dato in più. Per cui posso dire che c’è della brava gente dappertutto, anche in Germania”.

Sempre corretti, ovunque e con chiunque, e galanti con le signore, alle quali cedono il passo o il posto sulle vetture del Métro, uno dei luoghi nei quali, in seguito, i resistenti avrebbero cominciato a farli oggetto dei loro attentati, dando inizio alla catena di rappresaglie con le quali il clima di tolleranza fortemente voluto dall’esercito occupante lascia il posto a una cieca violenza.

Ma nonostante tutto, attentati, rappresaglie, razionamento, coprifuoco, che incrudeliscono progressivamente, la vita sociale e culturale della città continua durante gli anni dell’occupazione in forme a volte sorprendenti, addirittura paradossali.

Il mondo dello spettacolo e delle lettere è più che mai fiorente e le opere degli autori vicini ideologicamente all’occupante tedesco hanno larga diffusione. Fra questi dominano le figure di grandi artisti, come Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach e Louis-Ferdinand Céline.

Ma anche autori non allineati o addirittura apertamente antinazisti riescono a pubblicare e a diffondere le loro opere senza difficoltà, come Aragon, Camus, Simenon, Giono e Valéry. “La Pharisienne” di Mauriac è addirittura tradotta nella lingua dell’occupante, con tanto di dedica al tenente Haller, dell’Istituto Tedesco, mentre al Teatro della Cité va tranquillamente in scena “Les Mouches” di Jean-Paul Sartre.

Sia l’Opéra che il teatro della Madeleine hanno regolari stagioni, e alla Comédie Française, il 25 febbraio del 1941, la compagnia del teatro Schiller di Berlino mette in scena “Kabale und Liebe” di Friedriche Shiller, che riscuote un grande successo ad onta del coprifuoco e del razionamento: lo spettacolo ha inizio alle 17,30 e il pubblico vi si reca a bordo di automobili a metano.

Neanche i bombardamenti fermano gli spettacoli. Il 26 novembre del ’43, alla Comédie Française, la prima di “Soulier de satin” di Paul Claudel ha un grande successo, nonostante l’interruzione dovuta a un allarme aereo.

Oltre all’alta cultura, naturalmente, Parigi continua a dar vita a quell’intrattenimento leggero che l’ha resa famosa nel mondo: nei cabaret, Francesi e Tedeschi si divertono sulle note delle canzoni di Trénet, di André Claveau, di Lucienne Boyer, di Edith Piaf che al “Banlieu” lancia il debuttante Ivo Livi, che diverrà poi celebre col nome di Yves Montand.

Ma il re delle scene parigine è Maurice Chevalier, all’apice del successo. Il 20 febbraio del ’42, al termine di un gala al Théâtre des Ambassadeurs, mette all’asta il suo portasigarette e il suo accendino a favore dei prigionieri di guerra; ad aggiudicarselo, per oltre un milione e mezzo di franchi è Henri Lafont, l’onnipotente capo della polizia collaborazionista di rue Lauriston.

E molti artisti, alla fine del conflitto, pagheranno caro il successo ottenuto durante il periodo dell’ occupazione. Il Fronte Nazionale delle Arti, organo della resistenza francese, che si macchierà dopo la liberazione di crimini orrendi, metterà all’indice, fra i tanti, Lucienne Delforge, Sege Lifar, Arletty, Gaby Morlay, Yvonne Printemps, Ginette Leclerc, Pierre Fresnay, Cécil Sorel, Edith Piaf, Lucien Muratore e Tino Rossi.

(Maurice Chevalier)

Federico Bernardini

 

 

 

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