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Se ci trovassimo di fronte all’ennesimo film peplum, un sottogenere che ci ha regalato innumerevoli pellicole d’evasione, potremmo liquidarlo in poche righe. Uno di quei filmetti che non fanno né bene né male, buoni per trascorrere un paio d’ore col cervello in libera uscita.

Ma così non è. Agorà è un film velenoso, scorretto, orchestrato ad arte per ingannare lo spettatore e proporgli una visione storica fraudolenta, con lo scopo di seminare avversione nei confronti del Cristianesimo. E a questo scopo la figura di Ipazia, la matematica neoplatonica alessandrina delle cui opere non ci rimane neppure un rigo e sulla cui vicenda le fonti antiche ci dicono poco o nulla, è stata cinicamente strumentalizzata.

Una ricostruzione  arbitraria, nella quale sia la protagonista che i personaggi di contorno si muovono in uno scenario storico semplificato,  che non ci aiuta a capire la reale portata delle questioni politiche, sociali, ideologiche, filosofiche e religiose che si agitano in un mondo in dissoluzione ma nel quale sono già presenti i germi di quella che sarà la grandiosa civiltà medievale.

Amenàbar, tagliando la storia con l’accetta, fa piazza pulita di tutti gli ingenui loci communes propinati dai vecchi “Sandaloni”, dove i Cristiani sono sempre perseguitati e finiscono immancabilmente in pasto ai leoni, e vuol farci credere che dopo Costantino, e soprattutto Teodosio, essi  si trasformino in persecutori.

In realtà il Cristianesimo si apprestava a raccogliere l’eredità di un Impero in dissoluzione, proponendosi oltre che come autorità morale e religiosa anche come autorità politica e militare, l’unica in grado di evitare che la società  precipitasse nell’anarchia. E tutto ciò in un contesto magmatico e violento nel quale, per non essere sopraffatti, occorreva anche ricorrere alla forza, non solo contro il nemico esterno ma anche contro le eresie che minavano la chiesa dall’interno.

E’ in questa luce che dobbiamo considerare la figura di san Cirillo d’Alessandria, che Amenàbar ci presenta come un boia. Non vi è alcuna fonte attendibile che ci autorizzi a pensare che egli sia stato il mandante dell’assassinio di Ipazia e la sua canonizzazione, come ingannevolmente fanno intendere le didascalie finali, non ha nulla a che vedere con quell’evento. Cirillo fu canonizzato da Leone XIII per aver debellato l’eresia nestoriana.

Non parliamo del modo in cui ci vengono descritti i “Parabolani”, il cui compito istituzionale era quello di assistere gli appestati e seppellire i morti. E’ pur vero che essi svolgevano anche il ruolo di milizia al servizio del Vescovo e che, all’occorrenza, ricorrevano  alle maniere forti, ma tutto ciò va considerato nel suo contesto storico.

Amenàbar ne fa delle bestie, dei perfetti “Talebani”. Guardando la scena in cui essi abbattono gli idoli pagani non si può non pensare ai Buddha di Bamiyan. E quando devastano Il Serapeo e il Museo, inquadrati dall’alto in campo lungo, non sembrano neanche esseri umani ma scarafaggi.

Un’altra bestialità, che chiunque abbia letto anche solo un Bignami di storia romana può confutare, è che Cirillo e i suoi “Talebani” abbiano distrutto la biblioteca di Alessandria. Amenàbar lo sa benissimo, e confonde a bella posta il Museo, che pur conteneva una piccola raccolta di pergamene, con la Biblioteca. A distruggerla ci avrebbero pensato le orde del Califfo islamico Omar più di due secoli dopo.

Dopo aver fatto ampiamente ricorso alla falsificazione storica per spacciare le sue menzogne, l’autore si perde poi la migliore delle occasioni a lui offerta dalle poche fonti attendibili riguardanti l’uccisione della povera Ipazia. La fa morire lapidata e già priva di coscienza, mentre sappiamo che le vennero cavati gli occhi quand’era ancora in vita e il suo corpo fu fatto a pezzi con dei cocci taglienti.

Se avesse concluso il suo capolavoro sbattendo in faccia allo spettatore una scena di così efferata violenza, l’effetto sarebbe stato sconvolgente. Ma perché non l’ha fatto?

Federico Bernardini

Illustrazione: Charles William Mitchell “Hypatia

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