A Roma, nel 1914, muore lo storico Amedeo Crivellucci (era nato ad Acquaviva Picena nel 1850). Convinto seguace della scuola storica tedesca, intese soprattutto studiare i rapporti tra Chiesa e Stato nel medioevo. Ne nacque, appunto, la sua “Storia delle relazioni tra Stato e Chiesa”.

A Napoli muore un altro storico: Giuseppe De Blasiis. Nato a Sulmona nel 1832, aveva preso parte da volontario alla guerra di Crimea e, quindi, alla campagna di Garibaldi per la conquista del Mezzogiorno (comandò, col grado di maggiore una legione garibaldina). I suoi più importanti saggi storici interessano anche la storia letteraria.

Altro lutto per la cultura a Firenze, dove muore Alessandro D’Ancona, critico e filologo (era nato a Pisa nel 1835). Da principio D’Ancona si occupò delle questioni politiche relative ai moti risorgimentali, ma la sua fama è soprattutto legata alle ricerche critico-filologiche con cui illustrò zone fino ad allora inesplorate della nostra storia letteraria. Particolare cura D’Ancona dedicò ai primi secoli della letteratura italiana, con importanti esegesi dantesche.

A Torino muore nel 1914 Giuseppe Depanis, letterato e musicologo nonché attivo giornalista. Diresse la “Gazzetta letteraria”, avversando dalle sue colonne romanticismo e verismo, fece conoscere i simbolisti francesi e appoggiò la narrativa storico-psicologica. Come musicologo ebbe notevole importanza nella Torino di fine secolo; scrisse inoltre diversi saggi su Richard Wagner, che sinceramente ammirava.

Mentre l’aquilano Vincenzo De Bartholomaeis insegna filologia romanza nell’università di Bologna, un altro abruzzese – Gabriele d’Annunzio – redige in italiano, con il titolo “Il ferro”, “La Pisanelle, ou la mort parfumée”, composta due anni prima. Dell’opera drammatica del Pescarese si occupa il Tonelli in un libro uscito a Palermo: “Le tragedie di Gabriele d’Annunzio”.

Del ’14 è anche “Le colpe altrui” di Grazia Deledda, che dodici anni dopo riceverà il premio Nobel per la letteratura. Escono inoltre a Milano le poesie “Amori ac silentio e le Rime sparse” di Adolfo De Bosis, poeta e traduttore anconetano che fu amico intimo di d’Annunzio e pubblicò (dal 1895 al 1907) la rivista “Il convito”.

A d’Annunzio è legato anche il giovane Giovanni Costanzi, che nel 1914 pubblica con l’editore Treves di Milano “La luce lontana”, raccolta di liriche dedicata a F.M. Zandrino, un “esaltato amatore del bene altrui” – come lo dipinge Ettore Cozzani -, “l’eroico e affettuoso padre di tutti, il fantastico costruttore di feste, di celebrazioni, di rivelazioni”. La poesia di Costanzi era stata salutata, ancora inedita, proprio da Zandrino su un’intera pagina de “Il Lavoro” (Riveliamo un poeta, 9.II.1914), con apprezzamenti per le preziose prove metriche ed i sonetti, magistrali per “la dolcezza, la fluidità e la scorrevolezza del verso, che ha una sonorità imitativa innegabile”. Il 21 marzo 1914 d’Annunzio aveva raccomandato il giovane a Treves, scrivendogli da Parigi: “Una voce nuova s’è udita in Genova, una voce di giovine grande poeta che ha nome Giovanni Costanzi. Voce chiara, cuore profondo, animo arditissimo. Egli è capace di sollevare il Sacro Catino pieno di sangue ribollente”. Quindi l’invito a legare la sua poesia “con amore in un volume”.

La raccolta di liriche consta di sei libri – “Contemplazioni”, “Profondità”, “All’amata”, “Le querce di Lesbo”, “I sonetti wagneriani”, “Nugae” – e un’appendice intitolata “Il poemetto del perfetto amore”. La poesia Pigmalione è dedicata ad Arrigo Minerbi. “Io più non voglio – scrive qui Costanzi – a le gioconde prove / del talamo chiamar la dolce amante; / il Tempo nel mio cuore imbianca e piove”. E “io sono stanco del perenne andare / che mai non posa e trova, io sono stanco / d’esser fiume cui non ride il mare”. Nonostante l’alto battesimo, l’opera ebbe un’accoglienza controversa, con riserve dei critici e stroncature dei giornali. “La plebe letteraria – scrisse nell’occasione Costanzi a d’Annunzio – si accanisce contro Lei e contro me. Lei incolpa d’avermi compreso, accusa me di non essere stato originale a diciott’anni”. E Piero Gigli: “Presentato alla Gloria da una prefazione di Gabriele D’Annunzio, si vide contro tutta la critica letteraria”.

Dopo esserne stato collaboratore, Giuseppe De Robertis dirige nel frattempo “La Voce”, ispirando la sua attività alla norma dannunziana del “saper leggere”, alla ricerca del ritmo musicale del periodo, al riconoscimento dell’importanza del fatto d’arte in sé.

Questo ed altro accadde nel 1914, giusto cent’anni fa.

Ruggero Morghen

Illustrazioni:

I – Gabriele D’Annunzio

II – Grazia Deledda

 

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