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Le chiocciole. Piatto elaborato e difficile da cucinare.

La Giovanna cominciava col raccoglierle, sotto le piogge di primavera, dopo il letargo.

Partiva con l’ombrello che serviva veramente a poco, tornava bagnata dalla vita in giù… ovviamente sul dietro, dove l’ombrello non poteva riparare.

Le sceglieva meticolosamente, molte “marinelle”, quelle piccole più morbide, pochi “martinacci”, grossi e callosi, ma lei diceva che davano sapore.

Messe in una cesta, nutrite a crusca, lasciate a digiuno per alcuni giorni, subivano lavaggi profondi e ripetuti.

Dopo aver passato diversi passaggi di scottatura in acqua, erano finalmente pronte per essere cucinate.

Ricco battuto di “odori” su cui adagiarle, poi vino rosso e, infine, pomodori e concentrato di pomodoro, fino a cottura.

Il concentrato di pomodoro, quello fatto dal Salvadori a Badia a Settimo coi nostri pomodori, tanto pepe… sapori di qui, inconfondibili.

Erano buonissime. Si mangiavano con uncinetti, quelli per fare il crochet, ci litigavamo le marinelle, facili da masticare.

Una festa.

Mi ricordo le tavolate di gente che veniva appositamente per mangiarle. Il vino rosso, anche quello di qui, era d’obbligo… e ne veniva bevuto parecchio.

Piatto forte, insieme alla ribollita, per rinfreschi di matrimoni, feste di pensionamento e simili.

Una volta ci furono anche amici scozzesi, gradirono molto!

No, non potrò rifarle e non ne mangerò mai un piatto. 

Rimangono ineguagliabili, come la cuoca.

Non supererei mai l’esame.

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Sonia Maioli

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