In deroga a quanto di solito scrivo, oggi parlo un po’ del mio lavoro.

Sono ostetrica e lavoro all’accoglienza di un ospedale.

Non si chiama Pronto Soccorso, non a caso.

Accettazione o accoglienza, questi sono i due termini che usiamo.

Oggi uso accoglienza.

Da noi arrivano donne con tutti i problemi inerenti la gravidanza. Dal più lieve al più grave.

La professionalità vuole che si resti dolcemente impassibili.

Succede quasi sempre, mostri la tua umanità, senza essere coinvolta emotivamente.

Sono rari i casi che esulano, umanamente,  da questo comportamento: la scoperta di una morte intrauterina, magari in tarda epoca gestazionale, la violenza carnale e la violenza domestica.

Sulla pelle di me donna sento il dolore. Inutile provare a dissimulare.

Vedere chiaramente la frattura di un arto, provocata, forse, da una caduta durante un pestaggio, fa male, anche se i miei arti sono intatti.

Quando capita mi sento inerte, qualunque cosa possa dire o fare, può cadere nel vuoto.

Trovare le parole che possano convincere la ragazza, la signora, la Donna che questo non deve succedere, che la denuncia alle autorità competenti è indispensabile, che questa bestia continuerà a picchiare, che non cambierà mai.

Scattano molle strane, si parla della creatura che dovrà nascere, alla quale si prospetta una vita che la abituerà alla violenza, verbale, psicologica, fisica. Un essere umano, qualunque esso sia, ha il diritto di nascere e crescere in un ambito familiare di serenità, normale, non eccezionale.

Viene quasi naturale aprire una finestra sul futuro relazionale e sentimentale di quel bacherozzo che poi crescerà e nascerà.

Difficile trattenere le lacrime, gli abbracci consolatori, le parole di sdegno. Resta solo aiutare ad asciugare le lacrime e dare accoglienza, un abbraccio da sorella, non da professionista.

Eppure anche questa è la mia professione.

Sonia Maioli

Illustrazione tratta da Google immagini

 

 

 

 

 

 

 

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