Fra circa un mese cadrà il settantesimo anniversario della strage nazista delle Fosse Ardeatine, del 24 Marzo 1944. In Italia questo tragico episodio è un campo di scontro fra opposte ideologie, un campo dove i fatti e, dunque, la verità spariscono. Credo sia giunto il momento di superare questo muro e comincerò con il farlo io, uno scrittore di destra.
Nell’esprimere succintamente le mie opinioni mi baserò su opere contemporanee tedesche e americane, dove ci si può aspettare un grado di obiettività superiore a quelle italiane.
I fatti nella loro crudezza sono noti. Il 23 marzo 1944, alle ore 15 e 45, una bomba piazzata da un partigiano appartenente ai Gap, Rosario Bentivegna, affiancato da altri compagni, esplose, investendo una colonna di militari tedeschi che rientravano da un’esercitazione. Questi appartenevano alla XI compagnia di polizia “Bozen” acquartierata alla caserma Macao, nel Castro Pretorio. La loro età media era di 35 anni, molti fra di loro avevano in precedenza militato nell’esercito italiano. Il giorno dopo 32 poliziotti erano morti, cinque o sei erano in gravissime condizioni, e anche due civili italiani morirono a causa delle ferite. Il giorno dopo, 24 marzo 1944, alle 20 e 30, la strage di 335 civili era stata compiuta dalle SD guidate da Herbert Kappler. Alcune unità dell’esercito tedesco, fra cui i commilitoni dei caduti, avevano rifiutato di sparare sui civili italiani.
La sequenza temporale riportata qui sopra dimostra chiaramente che non fu possibile, né pensabile, stampare e appendere manifesti con i quali si intimava ai responsabili dell’attentato di costituirsi, la segretezza e la rapidità della strage impedì ai partigiani e ai romani di venirne a conoscenza se non nei giorni successivi. Del resto nessuno può dubitare del fatto che se Bentivegna e i suoi compagni si fossero costituiti, questi sarebbero stati messi assieme ai 335assassinati.
Quali che fossero gli intenti dei gappisti non credo esistano dubbi sul fatto che il loro fu un atto di guerra e non un atto terroristico. Immaginiamo che uno spitfire inglese si fosse abbassato sulla Città Eterna e scorgendo una colonna di soldati tedeschi in marcia, avesse aperto il fuoco, provocando lo stesso numero di morti. In tal caso staremmo ancora qui a discutere di un atto terroristico? Io credo di no. E che i partigiani avessero ricevuto un riconoscimento come co-belligeranti dagli Alleati e dal governo monarchico italiano è altrettanto fuori discussione. Dunque quell’esplosione va riconosciuta come un legittimo atto bellico.
Ci si chiede ancora se la feroce reazione nazista, di dieci italiani per ogni tedesco ucciso, fosse in qualche modo giustificata dalle convenzioni internazionali. Eppure la Convenzione dell’Aja del 1907 non prevedeva l’applicazione di una tale norma in tali circostanze e seguendo la procedura adottata, questa fu l’opinione accettata e condivisa anche da vari generali della Wehrmacht, come Frido von Senger und Etterlin e il capo delle SS in Italia, il generale Karl Wolff.
I militari messi alla sbarra, primo fra tutti Albert Kesselring, giustificarono la loro decisione scaricando tutta la responsabilità su di un primo Führerbefehl (un ordine diretto di Hitler al quale non si poteva disubbidire) nel quale si ordinava appunto la morte di 10 civili per ogni militare tedesco e di un secondo Führerbefehl con il quale si stabiliva che l’esecuzione del massacro doveva ricadere sulle SD, il servizio di sicurezza nazista. Di questi ordini di Hitler non si è mai trovata traccia, né pare che siano mai stati effettivamente impartiti. Il colonnello Beelitz, di stanza al Monte Soratte, presso al quartier generale germanico, testimoniò di aver parlato al telefono con un ufficiale di collegamento del generale Jodl, a Berlino, il quale gli disse: “Il Führer è furioso.  Per ogni poliziotto tedesco ucciso devono essere fucilati trenta o cinquanta italiani!”
Successivamente ci fu una nuova telefonata, sempre secondo Beelitz, nella quale si disse che Hitler chiedeva la morte di dieci ostaggi italiani per ogni soldato tedesco e di nuovo che l’esecuzione era affidata alla SD, aggiungendo che voleva un rapporto per la sera del giorno successivo. Hitler, dunque, non aveva dato istruzioni dirette, lasciando la mano libera ai suoi generali, ma voleva un rapporto per la sera del giorno successivo. È possibile pensare che le sue istruzioni si potevano negoziare, che il numero dei “fucilandi” poteva essere ridotto, non solo ma che si poteva ritardarne l’esecuzione. Conosciamo esempi di ufficiali tedeschi che contraddissero, o che oppure ostacolavano degli ordini di repressione sui civili, senza andare incontro alla fucilazione o alla corte marziale. Invece Kappler, assistito da Priebke, partì a tutta velocità uccidendo addirittura un numero maggiore di civili rispetto a quanto necessario. Cosa accadde, dunque?
La mia personale opinione, supportata da quanto pubblicato da Richard Reiber nel suo “Anatomy of Perjury”, Newark 2008, è che la Wehrmacht con Albert Kesselring scaricò il problema sulla SD, nella persona di Kappler, convincendolo che esisteva un preciso Führerbefehl affinché chiudessero il caso. Forse Kappler e Priebke vollero esagerare in brutalità per confermare la loro lealtà alla causa nazista. Tutto ciò accadde proprio perché mancò l’uomo chiave, mancò il regista, ovvero Albert Kesselring, occupato altrove. Nelle sue auto-celebrative memorie “Soldat bis zum letzen Tag” e durante le fasi del processo per la strage delle FosseArdeatine, Kesserling sostenne sempre di non aver potuto intercedere per mitigare l’ordine di Hitler perché rientrato tardi da un’ispezione in prima linea a Cassino, un fatto sempre supportato da tutti gli ufficiali del suo stato maggiore.
In realtà non fu così e la loro menzogna, perché di questo si trattò, servì a non far finire Kesselring davanti a un plotone d’esecuzione. Quel plotone d’esecuzione davanti al quale finì il generale Anton Dostler a causa dell’uccisione di 15 soldati americani, per la gran parte di origine italiana, che facevano parte di un commando di guastatori in uniforme. Furono catturati il 24 marzo 1944 vicino a La Spezia e fucilati il 26 marzo nei pressi di Lerici.
Quella operazione era stata denominata Ginny e la loro missione era di far saltare una galleria ferroviaria. Esisteva anche qui un Führerbefehl segreto che stabiliva che tutti i commando nemici andavano fucilati, anche se vestivano l’uniforme e i gradi, non dovevano essere internati in campi di prigionia. Ma tale ordine era noto a pochi generali, uno fra questi era certamente Albert Kesserling, che godeva della piena fiducia di Adolf Hitler.
Due settimane dopo l’esecuzione dei 15 americani arrivò un ordine nel quale si stabiliva che tutta la documentazione relativa a quel caso andava distrutta, fu così che a guerra finita, non riuscendo a rintracciare documenti e certi testimoni chiave per la difesa, il generale Dostler pagò con la propria vita un ordine ricevuto, per interposta persona, impartito da Kesselring. Il processo a Dostler si tenne a Roma dall’8 al 12 ottobre 1945 e il suo interprete fu un giovane Albert O. Hirschman (1915 – 2012) destinato poi a diventare uno dei maggiori economisti americani contemporanei. Lui e Anton Dostler vennero invitati ad alzarsi per la lettura della sentenza e Hirschman, sbiancando in viso, tradusse la condanna di morte a un impettito Dostler, che indossava ancora l’uniforme da generale tedesco.
La presenza di Kesselring in Liguria e non al fronte di Cassino è stata dimostrata dal ritrovamento del libro di volo del suo pilota personale, Manfred Bäumler, nel quale si dimostra senza ombra di dubbio che Kesselring nel suo quartier generale di Monte Soratte giunse solo il 26 marzo 1944. Questo fu tardivamente confermato dal Dietrich Beelitz, l’ultimo sopravvissuto di quella banda di depistatori, nel 1997. Kesselring stava certamente in Liguria il 24 marzo 1944. Questa sua assenza spiega anche certi suoi buchi di memoria per quanto riguarda le Fosse Ardeatine; per esempio in una deposizione da lui resa il 25 settembre 1946 egli mostra di ignorare che delle esecuzioni s’era occupata la SD!
Risulta dunque evidente che Albert Kesselring s’assunse la responsabilità di quanto accaduto alle Fosse Ardeatine perché aveva calcolato di potersela cavare, mentre se fosse risultato responsabile per l’ordine di fucilazione del commando Ginny sarebbe stato sicuramente messo davanti al plotone d’esecuzione che, ad Aversa, il 1° dicembre 1945 uccise il generale Anton Dostler.
Kesselring durante la sua prigionia a Londra – nella famosa “Gabbia” diretta  dal colonnello Alexander Scotland – e poi in Italia, durante il processo, conquistò tutti con il suo comportamento da generale-gentiluomo, con la sua cortesia e la sua supposta lealtà che avevano affascinato anche Hitler. In realtà egli restò un cinico nazista anche dopo la guerra. Fu un freddo e spietato calcolatore capace di far fucilare quegli ufficiali tedeschi che il 26 aprile 1945 avevano cercato di prendere il controllo di Monaco e consegnare la città agli americani. Cercò di far lo stesso con i suoi camerati italiani, Westphal e Karl Wolff, che in Svizzera negoziarono la resa dell’esercito tedesco (trattative di cui lui stesso era stato messo al corrente). L’ordine di fucilarli fu ritirato solo il 30 aprile, dopo la morte di Adolf Hitler.

Angelo Paratico

Ringraziamo Angelo Paratico, che ci ha autorizzato a pubblicare questo suo interessantissimo articolo apparso sul blog del Corriere della Sera “La nostra storia”.

Paratico, giornalista e scrittore, risiede da anni a Hong Kong, dov’è uno dei personaggi più in vista della comunità italiana e dove svolge una preziosa opera di divulgazione della nostra cultura.

Tra le sue opere ricordiamo: “Gli assassini del Karma”, “Black hole” e “Ben” editi dalla Mursia.

Illustrazione: l’esecuzione di Anton Dostler

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