I film vanno visti al cinema. Vederli in televisione, su un piccolo schermo, senza la magica penombra della sala, con un passo diverso da quello cinematografico e continuamente interrotti dalla pubblicità è come sentir messa da McDonald’s. Ma nel caso de “La grande bellezza”… inizio con una cattiveria, ho avuto, ripetutamente, una sensazione mai sperimentata e cioè che tra l’opera cinematografica e gli spot pubblicitari, specchio dei tempi per eccellenza, non vi fosse soluzione di continuità.

E a pensarci bene, forse, questo potrebbe addirittura risultare un giudizio lusinghiero nei confronti di un film che si pone il chiaro obiettivo di fustigare la volgarità e la bruttezza in cui affogano le testimonianze di una grande civiltà e di una grande bellezza e si macera la coscienza di chi, pur continuando ad abbrutirsi, ha in sé ancor viva e bruciante, ad onta di un disincantato cinismo, la fiamma di una purezza non irrimediabilmente perduta.

Il riferimento al Fellini della Dolce Vita è lampante, e non solo nell’intento, ma anche nelle scelte formali che, qua e là, rappresentano una citazione e un omaggio al Maestro, benché non si possa negare l’originalità della cifra stilistica di Sorrentino.

E il “Qua e là”, nel giudicare questo film incostante, si ripropone come un tormentone, non solo in riferimento al suo “fellinismo” a singhiozzo.

L’inizio è promettente… quello che ci si aspetta: bei movimenti di macchina su uno scenario incantevole scanditi da un commento sonoro che rimarrà di alto livello per tutta la durata del film. Poi il registro visivo cambia bruscamente e ci troviamo immersi in una sgradevole atmosfera che sta fra il “Cafonal” di D’Agostino e L’ “Indietro tutta” di Arbore.

Un’atmosfera accuratamente ricercata e studiata, direte voi, in cui immergere i nuovi barbari, una lama a doppio taglio, direi io, che solo il più esperto dei Maestri d’Armi può maneggiare senza il rischio di ferire, oltre che il suo antagonista, anche sé stesso. Passare dalla satira feroce al “macchiettismo”, incorrendo della stessa colpa che si vuole castigare è, ahimè, facile e questo, a Sorrentino, capita. In questo frangente non lo salva neanche la poesia, come invece avviene nella Dolce Vita: né realismo né sublimazione poetica, ma solo “macchiettismo”.

Voglia di abbandonare la visione a stento… e fortunatamente trattenuta, perché poi, soprattutto nel secondo tempo, il tono sale, e di molto, consentendoci di affermare che “La grande bellezza”, anche se non è il capolavoro cui troppi hanno gridato, non è un film qualunque.

Assistiamo a un crescendo che porta il cinico ma allo stesso tempo tormentato protagonista a una sorta di percorso catartico, propiziato dalla contemplazione della bellezza e dall’entrata in scena di personaggi di evidente valenza simbolica: l’antica fiamma Elisa, costante richiamo alla fiduciosa speranza e agli ideali giovanili, Ramona, una sorta di “Buon selvaggio” che gli fa riscoprire la solidità e la concretezza dei sentimenti semplici, privi di ipocrisia e di vacue e mondane sovrastrutture intellettualoidi, e infine “La santa”.

Il finale è aperto alla speranza, ma non dà certezze, una speranza, come nel caso della Dolce Vita, che si incarna nell’ambiguo sorriso di una fanciulla in fiore: la Elisa di Sorrentino (in un flashback) e la Paola di Fellini, interpretata da una quindicenne, trasognata, Valeria Ciangottini.

E le ultime parole di Jep Gambardella: “Solo uno scherzo” suonano come il: “La montagna sacra non esiste” di Alejandro Jodorowsky, con la differenza che il primo si dissolve nell’ambiguità e il secondo scopre le carte della vita… e del cinema con una sonora risata.

Federico Bernardini

 

 

 

 

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