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Cambiano i peccatori… non sempre, ma il peccato è sempre lo stesso.

Più di quattro lustri ci separano, ormai, da Mani pulite. Furono giorni di grande entusiasmo, di grande passione e, soprattutto, di grandi speranze.
Pareva che un vento moralizzatore dovesse spazzar via le nubi minacciose che si addensavano su una “Prima Repubblica” ormai consunta dal malcostume e dalla corruzione, dischiudendo nuovi e più sereni orizzonti.
Ma ad essere spazzati via furono soltanto i vecchi partiti e le vecchie e monolitiche ideologie che, per quasi un cinquantennio, avevano calcato le scene di una democrazia “bloccata” e incapace di rinnovamento.
L’intera classe politica fu sottoposta a una sorta di “Auto da fé” mediatico, che ce la rivelò, impietosamente, in tutto il suo squallore. Molte furono le vittime e lo zelo inquisitorio di quei giorni condusse alla rovina non solo i “colpevoli”, messi alla sbarra ed esposti al pubblico ludibrio con la bava alla bocca, ma anche protagonisti della scena politica che avevano peccato, al massimo, di leggerezza o ingenuità o potevano, a loro volta, essere considerati vittime di un “sistema” corrotto e corruttore, ai cui implacabili meccanismi era impossibile sottrarsi.
Ci fu chi, stritolato dall’ingranaggio inquisitorio, fu indotto a togliersi la vita e questa rappresenta una pagina nera e vergognosa nella storia della nostra Repubblica.
Dalla dissoluzione dei vecchi partiti “tradizionali” e dalla “diaspora” che ne derivò, presero vita nuove formazioni politiche e nuovi protagonisti entrarono prepotentemente in scena, insieme a quanti, e furono molti, seppero abilmente riciclarsi, portandosi dietro, come “dote”, tutti quei vizi che Mani pulite ci aveva illuso di aver debellato.
La morale è sempre la stessa, da sempre, nel nostro Paese; non siamo mai stati capaci di fare una vera rivoluzione, come i nostri cugini d’Oltralpe, e ogni volta che arriviamo al punto di cambiare veramente le cose ci si ripropone puntualmente la logica del “Bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla”.
Un modello gattopardesco sempreverde, una saga dei Viceré che continua all’infinito e rivela non tanto, o non solo, i difetti “costituzionali” della nostra classe dirigente, ma quelli dell’intero popolo italiano.
Oggi, più di due terzi del Paese attribuiscono a Berlusconi ogni nefandezza, lo additano come il responsabile di ogni calamità… è diventato una specie di sport nazionale, e ci si dimentica che quasi una metà, fra cui oggi molti sono i folgorati sulla via di Damasco, lo ha eletto più volte. Due terzi che si dividono fra un populista tanto berciante quanto inconcludente e un difensore degli interessi dei poteri forti mascherato da salvatore della patria.

Questa semplice constatazione dovrebbe indurci a riflettere non solo sui limiti e sulle responsabilità della classe dirigente, ma su quelli del popolo che da essa ha liberamente scelto di essere  rappresentato.
Sia Berlusconi, sia Grillo, sia Renzi sono, ciascuno a suo modo, “fulgidi esempi di italiche virtù”. E’ per questo che in molti li amano, è per questo che in molti si identificano in loro e li considerano come modelli ai quali ispirarsi.
Mani pulite, insomma, non ha cambiato nulla, è stata soltanto un’ubriacatura dalla quale ci siamo risvegliati col mal di testa, trovandoci di fronte agli stessi mali che, nel frattempo, si erano addirittura riacutizzati a causa della crisi del sistema occidentale e della progressiva perdita della sovranità nazionale a vantaggio di una casta di incappucciati. Non basta cambiare, o riciclare, una classe politica se, contemporaneamente, non si incide sulla mentalità e sui costumi dell’intero popolo e non si tenta, almeno, di svincolarsi dai lacci coi quali gli strozzini della finanza internazionale stanno strangolando le economie nazionali. C’è qualcosa che non funziona, non solo nella testa dei politici, ma nella testa degli Italiani.
Stalin, una volta, affermò: “Cercare di imporre il comunismo ai Polacchi è come cercare di sellare una vacca”. Parafrasandolo, potremmo dire: “Cercare di imporre una democrazia compiuta agli Italiani è come cercare…”.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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