Quella che celebriamo è la festa di una repubblica devastata da chi ha lo scopo di privarla della sua sovranità e consegnarla ai poteri sopranazionali che stanno imponendo un nuovo ordine mondiale… sempre più triste.

Una repubblica partorita col forcipe dopo vent’anni di dittatura, un conflitto  mondiale e una guerra civile i cui strascichi generano ancora divisioni e odi profondi.

Una Repubblica voluta dal popolo italiano dopo ottantacinque  anni di unità nazionale frutto della volontà annessionistica di casa Savoia e conseguita ai danni dei popoli centro-meridionali e dei loro legittimi governanti. Una unità che quei popoli hanno pagato col sangue, con la miseria e con l’emigrazione e quei governanti col discredito che la propaganda dei vincitori suole gettare sui vinti.

Quello italiano è uno stato nato male e cresciuto peggio, che oggi si autocelebra in una cupa atmosfera di dissoluzione politica, economica, sociale e morale e i cui simboli, anche quelli più sacri, come la bandiera e l’inno nazionale, appaiono logori e sbiaditi, come i miti fondativi imposti dalla propaganda dei  governi che si sono susseguiti nei centocinquant’anni della nostra storia unitaria, per giustificare quello che fu un atto di forza e non il coronamento della volontà popolare che anzi, in tutto il Meridione, a quell’atto di forza si oppose,  provocando, come ritorsione, devastazioni, spoliazioni e massacri che oltraggiarono per oltre un decennio quelle terre.

Caduta la monarchia, i suoi simboli, la bandiera tricolore con la croce di Savoia e la Marcia Reale, vennero sostituiti da quelli repubblicani, il tricolore originario, creato sul modello francese, e l’Inno di Mameli, composto in età preunitaria e prescelto come simbolo delle radici e della continuità dello stato unitario. Un inno che ben rappresenta l’ipocrisia del nostro mito fondativo.

Secondo la storia ufficiale fu scritto, nell’autunno del 1847, da Goffredo Mameli, uno dei caduti nella difesa della Repubblica Romana del ’49, ed eseguito per la prima volta, dopo essere stato musicato da Michele Novaro, il 10 dicembre del 1848. Il suo titolo originale era “Il Canto degli Italiani”.

Ma le cose non stanno esattamente così. Recentemente, alcuni studiosi, tra cui Aldo Mola,  hanno rivelato che si tratta probabilmente di un plagio. Il Canto degli Italiani, in realtà, sarebbe opera di fra’ Atanasio  Canata che, nell’abbazia di Carcare, ospitò il giovane patriota, per sottrarlo alle attenzioni della gendarmeria sabauda. In segno di riconoscenza, il Mameli glielo sottrasse, spacciandolo per suo.

Successivamente, quando l’inno era già celebre ed era assurto a simbolo dell’Unità Nazionale, Atanasio Canata stigmatizzò il gesto di Mameli con questi versi: “Meditai robusto canto/ma venali menestrelli/mi rapian dell’arpa il vanto”. Una storia poco edificante, come poco edificanti sono altre storie che riguardano gli eroi del nostro Risorgimento.

Da un punto di vista letterario, poi, l’inno non è certamente pregevole e, ancor meno, lo è da quello musicale. Quasi tutti i musicisti lo considerano una marcetta alquanto bruttina… solo Roman Vlad, che io sappia, si è espresso “tutto sommato” in termini favorevoli.

Il Canto degli Italiani divenne Inno Nazionale provvisorio (lo è tuttora) il 12 ottobre del 1946… chissà se ci sono attinenze con Colombo, che non fu il primo Europeo a mettere piede sul Nuovo Continente.

Meglio sarebbe stato confermare come inno provvisorio La Canzone del Piave che, oltre ad essere molto bella, rappresenta veramente lo Spirito Nazionale, quello formatosi nelle trincee della Grande Guerra… l’unica delle guerre risorgimentali vinta sul campo con il sacrificio di centinaia di migliaia di Italiani di ogni provenienza e non perduta ingloriosamente come la prima o vinta per vie diplomatiche o grazie al sostegno di potenze straniere come le due successive.

Meglio sarebbe, oggi, attingere al nostro sterminato patrimonio musicale, per dare finalmente all’Italia un inno che, al di là del suo valore simbolico, sia anche bello. Ogni volta che sento l’Inno Tedesco, composto da Haydn nel 1797 (in origine era l’Inno Imperiale Austriaco) o quel portento della Marsigliese, non posso non provare un pizzico d’invidia.

Dio ci salvi dai “concorsi”, visti gli esiti della musica contemporanea. Di quello vinto da Giorgio Moroder, l’autore dell’Inno Olimpico di Seoul, non si è fatto nulla.

Se fossi io a scegliere, in segno di una raggiunta pacificazione nazionale e per risarcire il Meridione, rovinato materialmente e moralmente dalle Annessioni, proporrei un pezzo di Paisiello (magari quello, bellissimo, dell’Inno delle Due Sicilie) con buona pace di Bossi, di Calderoli e di Borghezio. http://www.youtube.com/watch?v=h8nmFmOpLN4

Per quanto riguarda il testo, c’è solo l’imbarazzo della scelta. In Italia non abbiamo il petrolio ma, grazie a Dio, non ci mancano i poeti.

… Ma qualcuno, purtroppo, ha già pronto un bel Requiem.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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